Ingrao, la risorsa del dubbio

Una stagione di dialogo sul destino dell’uomo di fronte ad un meccanismo politico ed economico non tarato sulla dimensione umana.
Un ricordo di Domenico Rosati.

Ingrao, la risorsa del dubbio

Il Padre Sorge lo ricorderà di certo. Eravamo a Bergamo, nel seminaario vescovile per un convegno su fede e politica. Anno 1975. Allora era frequente. C’era apprensione perché ad uno dei relatori, don clemente Riva, era stato proibito di partecipare(e lui venne lo stesso) A Roma non era piaciuto il fatto che  un’iniziativa troppo…pluralista fosse ospitata in un seminario. Erano infatti previsti,tra gli altri, interventi di  Raniero La Valle, Gianni Baget Bozzo (allora schierato a sinistra) e Pietro Ingrao, il leader della estrema  del Pci. Il quale era giunto addirittura con un giorno d’anticipo perché -aveva spiegato – desiderava ambientarsi. Padre Sorge ne approfittò per chiedermi di fargli conoscere Ingrao. Si chiusero in una stanza e non ne uscivano più. Entrambi poi mi dissero che avevano molte reciproche curiosità da soddisfare.

L’episodio mi è tornato in mente nell’apprenedere la notizia della morte di Ingrao. Della quale tanti hanno scritto parole di circostanza ricordandolo soprattutto come dirigente comunista coerente nella sua visione del mondo ancorchè non baciato dal sole della vittoria. A me interessa invece, senza discutere del suo spessore ideologico e politico, evocare il ruolo che svolse nel dialogo con i cattolici nella stagione del post Concilio. Chi allora era impegnato in quell’area (ed io lo ero nella esperienza delle Acli di Livio Labor) avvertiva nel suo atteggiameto un desiderio di conoscere, di scoprire e soprattutto di dialogare.

Al “settimo cielo”.

Perchè lo faceva? Dall’interno del mondo cattolico non cessavano gli avvertimenti e i moniti. Attenzione: i comunisti sono sempre in agguato, vogliono carpire la vostra buona fede per strappare il vostro consenso alla loro politica. In loro tutto è strumentale. E’ la tattica di persuasione a servizio della strategia di conquista.

Fu così che, quando divenni presidente delle Acli decisi di invitare Ingrao ad uno degli “incontri del settimo piano”( ma i critici dicevano “settimo cielo”)  l’iniziativa che avevo preso per consentire al gruppo dirigente delle Acli di avere un contatto di prima mano e senza filtri con esponenti del mondo associativo, religioso e politico. Memorabile, ad esempio, fu il confronto con Comunione e Liberazione dal quale emersero le coordinate per un giudizio su quell’aggregazione che  sostanzialmente non è mutato nel tempo.

Il valore dell’uomo

Con Ingrao passammo un’intera mattinata a discutere di “fede e politica”. Ed anche se lui ci aveva chiesto, giustamente, di “lasciare in pace la fede”, onestamente non discutemmo solo  di politica. La lunghezza d’onda del contatto fu trovata attorno alla critica (che egli faceva e che noi facevamo) a quel “pragmatismo senza principi” che già allora stava soppiantando nel discorso pubblico non solo le ideologie ma anche gli ideali. Da mille segnali già allora si avvertiva l’esistenza di un deficit etico della prassi politica e si conveniva sulla difficoltà di colmarlo.

Certo ognuno esponeva i propri utensili di dialogo. Noi con il papa Giovanni della distinzione tra le ideologie e i movimenti storici che possono superarle: lui con i richiami di Togliatti sul “reciproco riconoscimento di valori”. Ma non era una disputa teorica. Era una ricerca che voleva essere fatta insieme. Il nostro interlocutore non era assertivo ma dubitativo; e quando diceva:”dobbiamo interrogarci” non si riferiva solo al campo avverso ma anche a quello in cui era situato. Ne usciva una figura fuori dagli schemi: comunista critico, comunista eretico; tutte definizioni insufficienti. Ingrao era un uomo in ricerca a partire dalle esigenze della comune condizione umana, quelle materiali ed anche quelle “intellettuali e morali”, come diceva evocando il suo Gramsci. E noi traducevamo in “spirituali”. Così veniva spontaneo seguirlo su tale terreno, magari con l’aiuto del Theylard De Chardin che non ha dubbi: coloro che guardano all’uomo finiranno per incontrarsi.

Eravamo, allora, nel clima della solidarietà nazionale e nelle Acli si coltivava la speranza che un incontro tra le maggiori forze popolari avrebbe potuto far uscire dalla crisi la democrazia italiana. Tutti i comunisti con cui parlavamo erano allineati sulla linea del partito. Ma Ingrao non ci nascose i suo dubbio. “Se volete l’opinione del partito non dovete chiedere a me”. Temeva che un semplice collegamento di vertice senza una definizione del senso di marcia e dei contenuto relativi sarebbe stato inefficace. Perciò opponeva all’ipotesi del compromesso storico di Berlinguer quella del “blocco storico”, come piattaforma sociale di impulso e di sostegno ad una politica veramente innovatrice. E trovava contraddittoria la posizione di chi nelle Acli auspicava un’alternativa al capitalismo in nome dell’uomo ma non rompeva i legami storici con la Dc.

San Giovanni e Pietralata.

Non tutto era tranquillo insomma in quel confronto, le differenze non erano nascoste, ma l’impressione finale era che lo scambio di pensieri avesse un valore in sé, che andava salvaguardato.

Ma ci interpellava anche, sul piano dell’agire concreto, quel suo insistere sul concetto di “democrazia di massa”, basato sull’interdipendenza continua tra movimenti reali della società ed istituzioni rappresentative nelle quali e con le quali si esercita il potere popolare.Il termine “masse” non ci era congeniale, ma era chiaro il disegno di una democrazia che non fosse la statica giustapposizione delle forme e delle procedure ma fosse in grado di modular le proprie scelte sulle istanze più autentiche della società.

Due altri fotogrammi del mio rapporto con Ingrao. Il primo è quello del funerale di Berlinguer a piazza S. Giovannianno 1984. Quando terminai il mio discorso con il “riposa in pace” che molti ancora mi ricordano, Ingrao mi venne incontro, mi abbraccò e mi disse: “Dobbiamo esserti grati anche perché alcuni nostri compagni non sono stati all’altezza”. Pensai si riferisse all’intervento di Paietta che l’aveva decisamente buttata in rissa politica.

L’altro episodio è molto più recente. La scena è quella di una scuola media della periferia romana, a Pietralata. La preside ha promosso un dibattito sulla Costituzione ed io sono tra i relatori.

Ingrao giunge solo, attraversa a piedi con fatica il grande cortile e prende posto sul palco. E’ provato nel fisico dall’età e dai malanni. Ma quando prende la parola si trasfigura. Incanta i ragazzi. Parla della sua vita, della sua esperienza. Descrive il fascismo come un invasore dell’anima con un messaggio di perversione interiore. Narra della sua fuoruscita da quell’avventura giovanile e descrive il suo primo approccio ad una visione della democrazia come inseparabile dalla giustizia sociale e dall’uguaglianza. E fa comprendere la sua amarezza per quel che poteva essere e non è stato.

Indignarsi non basta

Ma poi con uno sforzo di volontà che contrasta con i dati dell’analisi incita tutti a non perdere la speranza e ad impegnarsi per rianimarla. La situazione contro la quale i giovani degli anni Quaranta si ribellarono non era meno precaria di quella di oggi. Nessuno è condannato all’impotenza. Vi sono nella società energie e risorse per un riscatto della condizione umana. Si tratta di scoprirle, di animarle, di coordinarle.

Questo appello alla politica, alla politica alta, all’organizzazione delle forze indispensabili per un tale impegno è, a mio avviso, il lascito più rilevante di Pietro Ingrao. “Volevo la luna”, il titolo della sua autobiografia, è la cifra di un’ambizione ideale altissima. L’asprezza dell’esperienza compiuta è condensata in un distico di una sua poesia: “l’indicibile dei vinti, il dubbio dei vincitori” , dove un alone di sconforto sembra avvolgere tutti i protagonisti della vicenda. Eppure, alla fine, Ingrao è stato in grado di lanciare una parola d’ordine positiva  proprio a quel mondo dei movimenti al quale ha dedicato il meglio delle sue capacità di dirigente politico. La sua ultima intervista-pamphlet è rivolta all’area della protesta nelle sue varie incarnazioni ed ha per titolo:”indignarsi non basta”. Non basta se manca l’elaborazione teorica e la selezione delle motivazioni etiche in ordine ai fini ed ai mezzi dell’azione politica. E’ il tema che in qualche modo bisognerà svolgere. La sfida da vincere.

 

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