Roma e il nulla. Promuovere la densificazione della città: qualche riflessione sul futuro nonostante la Raggi

Lo spopolamento delle zone centrali di Roma: un trend molto marcato, in atto da molti anni. L’analisi di Andrea Declich

Roma e il nulla. Promuovere la densificazione della città: qualche riflessione sul futuro nonostante la Raggi

di Andrea Declich

Il governo della città di Roma oggi è rappresentabile con una parola: nulla. Nel tempo la situazione è andata peggiorando, ma va detto che da quando è stata eletta la sindaca Raggi, con la sua salda maggioranza monocolore, la macchina comunale ha proprio smesso di funzionare. E non è solo l’azione che manca a Roma, sono anche le idee sul che fare. Il dibattito elettorale ha avuto qualche acuto, ma quello che più conta sono le idee di chi governa, e qui il silenzio è assoluto, addirittura mortificante per i romani.

Tuttavia, qualcosa su Roma bisognerà pur pensarla e dirla. Arriverà, infatti, il momento in cui qualcuno le mani in questo marasma ce le dovrà mettere, e seriamente. Chiunque sarà, dovrà fare cose dolorose, ma è bene che l’amara medicina sia quella connessa a una terapia adeguata ai mali della città. Sennò è sicuro che qualcuno inizierà a menare fendenti a destra e a manca, accusando del disastro attuale sia le vittime che i colpevoli, finendo per risolvere il tutto con una grande svendita dei gioielli di famiglia (un’austerity in salsa locale, corredata dalla vuota e sbagliata retorica per cui la cosa pubblica si amministra, per l’appunto, come farebbe un buon “padre di famiglia”).

Immaginandomi in un contesto – purtroppo inesistente: la sinistra romana non lo fa in maniera sistematica dai tempi della prima elezione di Rutelli – in cui si riflette su queste cose, penso che uno dei temi su cui concentrarsi – molto complesso – sia quello dello spopolamento delle zone centrali di Roma. Non è un tema tra i tanti ed è, per giunta, fortemente collegato al fatto che Roma è una città dispersa. Lo spiegava bene l’ex vice sindaco Walter Tocci in un saggio del 2008 e sull’argomento è ritornato varie volte.

Quello dello spopolamento è un trend molto marcato, in atto da molti anni, ed è bene innanzitutto capirne alcuni tratti essenziali. Tanto per fare un esempio, dai dati dell’anagrafe comunale risulta che nel primo municipio c’è la tendenza a una ulteriore riduzione dei residenti rispetto a quanto già avvenuto in passato: nei 22 rioni storici i residenti sono scesi dai 142mila del 2001 ai 123mila del 2015, con un calo di 19mila unità pari al -13,3% (al netto delle residenze fittizie dei senza fissa dimora), ma con punte preoccupanti a Trevi (-32%), Castro Pretorio (-30%), Ludovisi e Parione (-28%), Ponte (-26%), Colonna (-25%) e Sant’Eustachio (-24%).

Ma la questione è più generale: il fenomeno dello spopolamento di Roma, e della corrispettiva dispersione che pesa sulla città, veniva segnalato già alcuni anni fa – era il 2011 – dall’allora presidente della Provincia di Roma Zingaretti. Nel frattempo le cose non sono certo cambiate. Ne hanno scritto spesso gli autori del blog #MappaRoma che hanno documentato – in maniera facilmente leggibile da non specialisti – quanto la città nel suo insieme abbia espulso gli abitanti verso l’esterno. Si veda, a questo proposito il fenomeno del decentramento della popolazione romana a favore dei municipi periferici e più in generale verso l’hinterland. E non bisogna credere alla storia che si va nell’hinterland perché si cerca la casa nel verde. Anche qui #mapparoma ci è di grande aiuto e ci porta a concludere che a Roma si lasciano vivere nelle periferie i giovani e, in generale, le persone meno abbienti e meno dotate di risorse sociali e culturali: dal centro si va via perché viverci costa troppo (ed è di una chiarezza estrema la distribuzione dei laureati, indicatore piuttosto inequivocabile della disponibilità di risorse sia economiche che sociali). L’idea è che ci sia una deriva data dallo spopolamento: al centro tendono a rimanere gli anziani. E, aggiungo io, quando la vita urbanizzata in centro diventerà del tutto una chimera, ognuno farà i suoi conti come potrà. Ovviamente, chi osserva questo fenomeno non può che dire che così le cose non possono andare.

Il problema non è solo romano. È di questa estate la polemica, sollevata da un insospettabile Corriere della Sera che, attraverso un articolo di Gian Antonio Stella, racconta del degrado di Venezia, ormai svuotata dai suoi abitanti (i dati sono riportati anche in un articolo di Repubblica). E che, fatalmente, viene “abusata” dai visitatori occasionali. Il problema che a Venezia non ci sono più veneziani veniva denunciato lo stesso giorno anche da Arrigo Cipriani, titolare dell’Harry’s Bar di Venezia – uno che vive di turismo – che dice che la via di uscita dal degrado è incentivare la residenza, e che la città va ripopolata. Certo, un ristoratore e non un urbanista. Per motivi non del tutto diversi, anche il Ministro Franceschini, in un’intervista, invoca una politica per tenere popolati i centri storici. Sebbene il ministro si riferisse principalmente ai centri sconvolti dal terremoto nel centro Italia, egli parlava chiaramente – oltre che degli eventi drammatici del sisma – anche di altre zone e di città d’arte in generale.

Le conseguenze di questo sviluppo sbagliato delle città, e di Roma in particolare, sono particolarmente perniciose, visto che mettono a repentaglio la stessa gestione urbana (servizi a rete di trasporto, sociali, di raccolta di rifiuti, ecc.), come ormai tutti sostengono. La prossimità, se ben gestita, è un bene collettivo contenuto nella forma urbana. Sarebbe quello sui cui deve intervenire la politica. La densificazione e non la dispersione è la frontiera dell’innovazione urbana, così come ci ricorda sul Sole 24 Ore Elena Comelli, anche in riferimento alla conferenza delle Nazioni Unite sulla città, Habitat III.

Come avviene lo spopolamento? Come si è detto, il tema è complesso e non si può troppo semplificare. Ma sicuramente avviene riempiendo il centro di attività e funzioni che non hanno a che fare con la residenza e marginalizzando queste ultime. Il centro storico di Roma è stato colpito da politiche di questo tipo per decenni, ma certo l’andazzo degli ultimi anni ha rafforzato la tendenza: la città è all’esclusivo servizio del turismo predatorio, come si può constatare dall’invasione di pullman, dal dilagare dei bed&breakfast, dall’occupazione eccessiva di suolo pubblico tale che in certe piazze si fa lo slalom tra i tavolini. Il tema è stato messo al centro della politica urbana di una città come Barcellona, che ha bloccato l’apertura di nuovi alberghi in centro e avviato un controllo sistematico degli affittacamere abusivi (provvedimento è stato preso anche a Berlino). Il Corriere della Sera è finalmente tornato con determinazione – dopo alcune importanti prese di posizione del 2009 – sul tema dell’invasione di Roma dai parte dei bus turistici e ha dato voce a Vittorio Emiliani, che chiede che a Roma si applichi, per il commercio collegato al turismo, quelle forme di controllo che una città come Firenze ha da tempo lanciato.

Tutte queste sono cose essenziali. Andrebbe anche sottolineato che liberare lo spazio dall’ipersfruttamento turistico non è sufficiente. Non si può – idealmente – creare un vuoto senza riempirlo con qualcos’altro, che deve essere costituito da persone in carne ed ossa, residenti, persone giovani, famiglie con bambini che hanno bisogno di efficienti servizi di prossimità. Tutta gente che potrebbe vivere più vicina al centro – come in passato è stato – magari favorita nella rinuncia a un uso smodato dell’auto perché il centro è ben servito di tutto (peraltro, per quanto riguarda i trasporti, si può notare che anche la stessa “periferia storica” non è troppo carente come lo sono le nuove periferie diffuse). I vantaggi per la città, oltre che per i nuovi residenti, sarebbero enormi. Ne guadagnerebbe anche il turismo: la città sarebbe non un luna park, ma un luogo di cui è bello e interessante fare esperienza. Si camminerebbe tra le persone, non solo tra i turisti, né si sarebbe infastiditi dai buttadentro di negozi in cui, da romani, non si comprerebbe nulla. E, forse, se proprio non se ne vuole fare a meno, la concorrenza agli alberghi fatta dai B&B potrebbe avvenire in altri luoghi della città, che guadagnerebbero ad ospitare quote ridotte di turisti (purtroppo disattenti alle persone che incontrano durante la loro vacanza).

Il problema è come promuovere questo obiettivo che, a giudicare da quanto avviene in altri paesi, non è poi così utopico e velleitario. Lo spopolamento delle zone centrali di Roma è un fenomeno che nei decenni è stato attivamente promosso perché fonte di tanti guadagni, connessi a varie forme di rendita. La città nel suo complesso, tuttavia, non se ne è arricchita. La partita, è bene sottolinearlo, non riguarda l’allargarsi della torta del “PIL turistico”: il turismo, infatti, sarebbe cresciuto comunque, perché Roma non è una città qualsiasi. Piuttosto riguarda chi se ne avvantaggia e come, con quale offerta di servizi, con quale efficienza, con quale pratica innovativa. Certo è che una città più densa sarebbe stata più funzionale e vivibile; altrettanto certamente si può ritenere che di una situazione del genere ne avrebbero fatto le spese i valori immobiliari in centro e in periferia, legati – questi ultimi – alla costruzione selvaggia di nuovi insediamenti nei terreni ancora liberi dell’agro romano. La situazione in cui ci troviamo oggi deriva dalla idea sbagliata che il petrolio di Roma sia il turismo insieme al mattone. La metafora è balorda, come ormai sempre più persone riconoscono.

Se la sinistra romana volesse fare qualcosa di utile alla città dovrebbe parlare di come intende invertire questa tendenza allo spopolamente e alla dispersione e come promuovere la densificazione della città. Non c’è, purtroppo, un consenso unanime sugli strumenti disponibili. Lo stesso Franceschini, quando parla del ripopolamento, propone alcune idee interessanti ma, se calate nella realtà romana, generiche. I centri storici – sostiene Franceschini nell’articolo citato – si rianimano se vi si riportano attività economiche tradizionali e anche innovative. Si riferiva a centri piccoli, come quelli colpiti dal terremoto, e non ha risposto in maniera esaustiva a quanto gli chiedeva il giornalista in relazione allo spopolamento di una città come Venezia (su questo tema, un interessante resoconto di quanto sta succedendo in quella città è stato fatto in un articolo di Repubblica che documentava la testardaggine dei giovani che promuovono a Venezia vecchi mestieri o attività non esclusivamente legate al turismo).

Su Repubblica, nell’inserto dedicato all’economia romana del 19 ottobre si indicava, come causa della fuga degli artigiani dal centro storico, gli esorbitanti prezzi degli affitti. Probabilmente è sul rigido controllo delle destinazioni d’uso e sull’occupazione abusiva del suolo pubblico da parte degli esercizi commerciali che bisogna intervenire – così come Emiliani ricordava si sta facendo a Firenze. Anche su altre cose si potrebbe ragionare. Sempre a Firenze, anni fa, alcune caserme vennero riconvertite ad abitazioni private a prezzi accessibili. Potrebbe essere una risposta per l’uso di tanti ex insediamenti militari che ancora esistono nella città storica. Andrebbero trovate forme di incentivo per far sì che gli appartamenti vuoti, costruiti per ospitare persone residenti, non vengano dedicati a nuovi bed&breakfast ma affittati alle famiglie. Andrebbe fermato il consumo di suolo dando la precedenza al riuso di terreni già costruiti e magari utilizzati in passato per attività oggi dismesse. I nuovi insediamenti turistici andrebbero bloccati nel centro storico, dando priorità ad altre zone, aumentando gli incentivi in ragione della distanza dal centro. Certo, tutto ciò avrebbe bisogno di un servizio pubblico efficiente in grado di sostituire la privatizzazione del trasporto dei turisti, che avviene attraverso i pullman.

Il guaio è che la densificazione della città e il ripopolamento delle zone centrali, quand’anche le si volessero fare, sono politiche di lungo periodo. Affinché possano diventare effettive ed efficaci è necessario che su di esse si crei consapevolezza e consenso. Se la sinistra romana, nelle sue varie declinazioni, iniziasse a parlare seriamente di queste cose, farebbe già un passo avanti anche perché, in effetti, tutto ciò ha a che fare con la giustizia sociale e con il rilancio economico della città. Tatticamente, servirebbe anche per distinguersi dal nulla a cui sta costringendo Roma la sindaca eletta sotto le insegne del partito di Grillo.

5 Commenti

  1. Alberto Di Cintio

    L’articolo è molto interessante ma devo contestare le citazioni positive sull’esperienza di Firenze che soffre da tempo degli stessi fenomeni di desertificazione della residenza nel centro storico e di subalternità al turismo. Anche a Firenze manca una visione e un progetto di città. Si veda in proposito il recente volume n.3-4 2015 dei Quaderni del Circolo Rosselli “Firenze & il suo doppio” dedicato appunto a Firenze

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  2. pier giulio cantarano

    Tutto bello. Ma quello che la sinistra deve fare è tornare ad analizzare criticamente la società, nei suoi variegati aspetti. Deve ri-conoscere di chi e di cosa parla. Con umiltà e voglia di riscatto. Verrebbe da dire: chi, dove, quando, come, perché. Solo così potrà ri-avere il polso della situazione e progettare un futuro dignitoso e – possibilmente – felice.

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  3. maria paola costantini

    confermo quanto scritto su Firenze. Ho la casa a San Frediano e il quartiere che era diventato vivo e interessante sotto tanti profili negli ultimi anni è stato abbandonato. tra le cause quello della “conquista” da parte di stranieri (inglesi e americani ecc.) e della incapacità di decisione e di ascolto da parte del Municipio. ad esempio per Piazza del Carmine non si riesce a sistemarla (percorso a piedi impossibile), transenne di ferro orrende e nessun progetto realizzato pur essendocene tanti. e poi continui lavori che interrompono la viabilità, la chiusura al traffico che ha depauperato le piccole attività commerciali e il nascere solo di ristorantini (tutti uguali) che aprono e chiudono.

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  4. stefano nicita

    Il tema affrontato è molto interessante e strategico per il futuro di Roma, ma a parte l’evidente nullità dell’attuale amministrazione, bisogna riconoscere che a sinistra la densificazione auspicata nell’articolo è sempre stata sinonimo di speculazione e di fatto osteggiata. Più sono i metri cubi costruiti più sono i guadagni per il proprietario dell’area/costruttore. L’ampliamento smisurato della città è una conseguenza diretta di questo rifiuto della densificazione, ancora oggi fortissimo, basti vedere i casi della ex Fiera di Roma o delle ex Caserme di via Guido Reni. Una seria riflessione andrebbe fatta anche su questo, altrimenti si rischia di non capire e quindi non risolvere il vero problema urbanistico di Roma, che, come ha detto bene recentemente Tocci, è una città vuota, nel senso di poco costruita e poco densa. Anche io sono convinto che si debba tornare ad incentivare la residenza nel centro storico e nella città consolidata e ritengo ancora valida l’idea dello SDO anche se da attualizzare. Oltre al turismo però bisogna riconoscere che anche la politica con tutti i suoi annessi ha occupato e contribuito a desertificare la città storica, perchè tra Stato, Comune e provincia occupa una percentuale elevatissima di immobili. Provate a fare il giro dell’isolato occupato da un Ministero fuori dagli orari di ufficio e vedrete bene cosa vuol dire desertificazione urbana. Da questo punto di vista i paragoni con Venezia, Firenze e Barcellona non sembrano troppo appropriati. Grazie per la riflessione. Un saluto

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