I 150 anni della socialdemocrazia tedesca

Nel 2013 ricorre il 150° anniversario della fondazione della socialdemocrazia tedesca, primo grande partito della classe operaia internazionale. Pubblichiamo una commemorazione tenuta da Zygmunt Bauman nel giugno 2013 e apparsa ad ottobre sul sito del “Social Europe Journal”. Traduzione dall’inglese di Fabio Vander.

I 150 anni della socialdemocrazia tedesca

Qualche tempo fa i rappresentanti di 70 partiti socialisti e socialdemocratici di tutto il mondo si sono incontrati per commemorare una lettera aperta spedita da un cittadino di Varsavia, Ferdinand Lassalle, il primo marzo 1863. In essa Lassalle si rivolgeva al popolo che soffriva l’ingiustizia, che era vittima di intolleranza o che era stato offeso nella sua dignità. Lo invitava ad unire gli sforzi per costruire un mondo capace di realizzare gli ideali di giustizia. Poco dopo, il 23 marzo 1863, il primo incontro del popolo destinatario di quella lettera si tenne a Leipzig. Fu fondata allora la ADAV (Unione generale dei lavoratori tedeschi); un’organizzazione che divenne il prototipo di tutte le successive associazioni di lavoratori in Europa. E tutte risposero alla sfida di Lassalle.

Cosa voleva Lassalle? Aveva un programma articolato e, tenuto conto delle condizioni storiche, anche realistico: 1) Unità. Solo uniti si è forti; da soli non si ottiene niente. Bisogna mettere insieme le forze, le idee, il coraggio. 2) Unirsi poi in un partito, per usare la forza comune per ottenere il diritto di voto, al quale ciascun individuo ha diritto in ragione della sua umanità. 3) Questo avrebbe permesso ai lavoratori di formare la maggioranza assoluta della nazione. Molti dei contemporanei di Lassalle ritenevano l’industrializzazione come l’ultimo stadio della civiltà, proprio come noi fino al 2007 ritenevamo il consumismo come il non plus ultra. Si riteneva ormai acquisito uno stadio in cui la società è divisa in due parti: lavoratori e quelli che li controllano e sfruttano. Così una volta ottenuto il diritto di voto, sembrava ovvio che i lavoratori prendessero anche il potere statale.

Ma che farne di questo potere? Lo stato doveva costringere le banche a sussidiare le cooperative manifatturiere; invece di industrie proprietà di un unico padrone, ogni operaio doveva essere co-proprietario, secondo appunto il modello delle cooperative manifatturiere. Questa doveva essere l’alternativa alla società industriale emergente. Lo sviluppo industriale -che coincideva con il progresso scientifico e con la modernizzazione- restava, ma non doveva essere dello stesso tipo di quello capitalistico, privo di controllo politico. Certo questi postulati debbono oggi essere aggiornati, come del resto l’obiettivo di fondo, ma la visione di Lassalle resta comunque la visione di una società giusta, nella quale il popolo vive in armonia e cooperazione, invece che in competizione e in lotta. E questa è una prospettiva che è attuale oggi come lo era 150 anni fa.

Questa è una celebrazione e di solito le celebrazioni sono enfatiche e si è portati a dimenticare gli errori che pure furono fatti. Ma ragionando oggi di socialdemocrazia con gli occhi alla situazione presente, si deve rilevare anche altro, oltre agli errori del passato.

La socialdemocrazia tedesca ha conosciuto molti decenni di crescita rapida e trionfale. Ancora 10 o 15 anni fa era normale raggiungere percentuali intorno al 35% dei voti. Oggi la SPD oscilla fra 24-26%; un calo notevole. Dall’assunzione dell’Agenda 2010 da parte del Cancelliere Schroeder la SPD ha perso 1/3 dei suoi voti, la caduta più disastrosa nella storia del partito. L’SPD è in serie difficoltà. Bisogna ammetterlo onestamente. L’anniversario di quest’anno non coincide con un periodo di trionfi. Semmai deve si deve riflettere su quale sforzo bisogna produrre per riprendere il cammino del successo.

Quali sono le ragioni di questa sconfitta storica? Perché la socialdemocrazia è in crisi? Perché nei sondaggi d’opinione sempre meno gente si colloca a sinistra del centro? Il grande scrittore portoghese José Saramago ne ha dato una spiegazione crudele e brutale: “il movimento socialdemocratico una volta rappresentava alcune delle più grandi speranze dell’umanità, ma con il passare del tempo ha cessato di giocare questo ruolo. Lo ha ceduto alle ali più a sinistra”. E l’ala sinistra dice all’ala destra: “qualunque cosa tu faccia, noi la facciamo meglio”. Invece di lavorare ad un programma per il futuro, i socialisti si sono ridotti al tentativo di dimostrare che loro possono fare lo stesso della destra. Un illustre scienziato della politica belga, Jean-Michel De Waele, ha scritto che il grande crollo del sistema bancario capitalista del 2007, invece di rimotivare la sinistra, ha rivelato la sua intrinseca debolezza.

Se si considera la situazione attuale della SPD, si noteranno due diverse attitudini che si fa fatica a conciliare. Da una parte si cerca di difendere gli interessi di quanti stanno pagando il costo della crisi, dall’altra però viene confermato in toto il modello economico che è stato costruito in Germania. Per dirla con Gramsci: la destra ha vinto la battaglia culturale con la sinistra. Ma una battaglia per che cosa? Secondo Gramsci la situazione sociale e le condizioni umane non dipendono dall’economia o dalla politica, ma solo dalla filosofia. Ma non la filosofia dei seminari universitari, ma la filosofia come ideologia o, come si dice oggi, imaginaire (termine coniato da Deleuze, ripreso da Castoriadis e animatamente dibattuto da Charles Taylor).

Imaginaire in ultima istanza è il modo in cui concepiamo l’ordine mondiale, le condizioni del nostro agire, i valori per i quali vale la pena battersi e se necessario fare sacrifici. L’imaginaire borghese ha trionfato. Vediamone i tratti salienti. La panacea di tutti i mali è individuata nel semplice incremento del prodotto interno lordo; non c’è altro modo di migliorare la condizione umana. Ma dietro questa tesi c’è un dato nascosto e non dichiarato: si può produrre senza limiti, si possono sfornare sempre nuovi prodotti.

Il secondo assunto è che la felicità umana consiste nell’andare per negozi; tutte le strade della felicità conducono in braccia ai negozianti, in altre parole al consumismo. Al fondo di questo modo di pensare c’è la convinzione che i consumi possono essere incrementati a dismisura e che ci si può pure dimenticare gli altri semplici e primitivi modi pre-industriali che pure garantivano il raggiungimento della felicità.

La ricerca della felicità è iscritta nei risultati della nostra evoluzione naturale e culturale ed è un tratto comune a tutti i membri della specie umana. Forse abbiamo dimenticato i metodi del passato, forse anche di 1000 anni fa, quando si era davvero soddisfatti per un lavoro ben fatto; l’“istinto per il lavoro” come lo chiamava Thorsten Veblen, il piacere di lavorare insieme ad altri uomini, per l’amicizia fra colleghi, per la collaborazione, per la marcia comune attraverso la vita. Tutto questo lo abbiamo rimosso. Nei negozi troviamo tutto ciò che serve alla nostra felicità.

Il terzo aspetto del trionfante imaginaire borghese è quella che si chiama meritocrazia. Sebbene la gente sia e sempre più sarà ineguale, si sostiene che l’ineguaglianza in sé non è un male, nel senso che sarebbe il modo con cui si incrementa la prosperità. Passa il messaggio per cui “la gente si arricchisce attraverso l’onestà e il lavoro”, così che se ti impegni e lavori duro otterrai molto. Povertà e arretratezza non sono imposte dal fato, ma dall’indolenza e dalla negligenza.

Questi tre elementi dell’imaginaire borghese, cioè l’ideologia del “senso comune” borghese, sono oggi molto appannati. Voglio dire: non solo la socialdemocrazia è in difficoltà, lo è anche l’ideologia borghese. Oggi noi sappiamo che l’incremento infinito della ricchezza è impossibile e che la terra -la nostra casa comune- non può resistere a tali ritmi di incremento. Dobbiamo considerare tutto ciò quando ci preoccupiamo di cosa fare perché i nostri nipoti possano ancora sopravvivere sulla terra. Questo punto è dirimente, perché agli attuali ritmi di consumo delle risorse sono tali che stiamo usando il 150% del pianeta, 50% in più di quanto il pianeta è capace di darci senza autodistruggersi.

Il terzo punto è probabilmente il più tragico in termini di sofferenze umane. Paradossalmente i giovani fra i 16 e i 25 anni costituiscono la generazione più acculturata della storia, ma anche quella che conosce la maggiore disoccupazione. Questa è una grande jattura. Milioni di giovani che non sanno cosa fare di sé stessi si sentono inutili e sono spinti verso la violenza. Un dato in crescita negli ultimi anni.

Ancora la generazione del baby-boom sentiva di avere un destino comune, i giovani guardavano il punto di partenza cui i propri genitori li avevano lasciati come un punto di partenza. La generazione odierna è ossessionata dal non poter mantenere lo status che ha ereditato. Si tratta di un cambio totale di prospettiva, un cambio di ruoli nella nostra coesistenza intergenerazionale. Questi sono i problemi che oggi ci troviamo ad affrontare. Il fatto che la sinistra, che la socialdemocrazia, abbiano concesso all’ideologia borghese di vincere la guerra delle culture è particolarmente grave e umiliante, tanto più che siamo giunti ad un punto in cui questa ideologia versa evidentemente in una crisi sempre più profonda. E la socialdemocrazia non è più in grado di sfruttare questa circostanza favorevole.

La disgrazia della socialdemocrazia di oggi è nel non esser capace di proporre nessuna visione alternativa, nessuna “utopia”. Il Cancelliere Schroeder è passato alla storia per la tesi secondo la quale non c’è una economia capitalista e una economia socialista, ma solo una cattiva o una buona economia. È come se avesse gettato la spugna: “abbiamo dato tutto, non ho più niente da dire. Siamo tutti nella stessa barca – vogliamo tutti solo una buona economia”. Non ci si rendeva conto che il messaggio che passava era già quello di una semi-bancarotta di fronte all’imaginaire borghese. È giunto il momento di chiedersi perché tutto questo è accaduto. Non semplifichiamo, non è questione di candidature sbagliate alle elezioni o di “bad party”. E lasciamo pure da parte le campagne di stampa su corruzione, disonestà, ecc. che portano la moralità della politica sotto il livello della moralità dei politici. Perché la politica è ridotta così? Perché le cose sembrano muoversi fuori di ogni logica?

Dipende da una serie di fattori. Vorrei iniziare da quello più rilevante: la caduta del muro di Berlino. Non è vero che questo evento ha liberato il mondo dalla minaccia del totalitarismo e dell’olocausto nucleare. Del resto la Russia ha oggi la stessa quantità di armamenti che aveva prima e nessuno di noi può essere certo che il pericolo di guerra sia stato scongiurato una volta per tutte. E non è neanche vero che il pericolo era determinato dal puro e semplice accumulo di armi. Perché c’era dell’altro: il mito di una società alternativa. Era generalmente creduto che la società comunista avesse definitivamente superato i problemi di cui invece la società capitalista non era in grado di venire a capo. Si temeva che se non si fosse fatto qualcosa per rimediare ai drammi sociali che agitavano la democrazia capitalista, la gente si sarebbe rivoltata in cerca di una alternativa.

Su queste premesse il comunismo tentò di imporre una certa agenda al resto del mondo. L’impegno in una battaglia contro miseria, umiliazione e disuguaglianze; ma anche per ricompensare la classe operaia per il ruolo che svolge nel processo di produzione della ricchezza, per garantire a tutti il diritto all’educazione e alla salute.

Il resto del mondo capitalistico affrontò questi stessi problemi a mezzo della socialdemocrazia, che riuscì ad andare avanti in questa direzione con un successo maggiore di quello dei comunisti (anche se senza riuscire né a preparare l’avvento del comunismo né a impedirne lo sviluppo). La vita dei lavoratori è migliorata significativamente, è cresciuto il livello di vita generale, le organizzazioni di auto-difesa dei lavoratori furono legalizzate, tanto che la socialdemocrazia ha raggiunto molti degli obiettivi che i comunisti avevano professato a livello ideologico, ma mai raggiunto nella pratica. Come ha scritto uno studioso italiano di politica Roberto Toscano: “il comunismo fu una gran bella cosa per tutti, tranne che per quelli che ebbero la sfortuna di viverci dentro”.

Così la caduta del muro di Berlino ha avuto due tipi di conseguenze di fondo. Il capitalismo si cominciò a sentire saldo sulle sue basi, per la prima volta da tanto tempo il mondo cominciò a vivere senza un’alternativa. Karl Jasper disse una volta di essere preoccupato dalla prospettiva di un’unificazione dell’umanità o comunque da un governo mondiale, perché non ci sarebbe più stato un posto in cui fuggire. E ciò è proprio quanto sta accadendo. Prima o poi finiremo tutti sulla stessa strada.

Durante i trent’anni successivi alla seconda guerra mondiale la forbice delle differenze sociali iniziò a chiudersi e la gente poté ritenersi sicura che la possibilità di un suo riallargamento fosse nelle cose. Ebbene dopo la caduta del muro di Berlino le diseguaglianze hanno ripreso a crescere. Dal 2007 il 93% del valore aggiunto prodotto dagli USA è stato appropriato dall’1% degli Americani; il rimanente 93% di loro ha dovuto accontentarsi di ripartire il restante 7% del prodotto. Tutto ciò è allarmante. Sarebbe stato impensabile durante i “gloriosi trent’anni” post-bellici. Noi siamo regolarmente scissi nella nostra condizione esistenziale. Da una parte ci sono poteri liberi da ogni controllo politico, dall’altra abbiamo una politica cronicamente priva di autentica forza.

Potere è capacità di fare le cose. Politica è capacità di decidere come le cose vanno fatte. Ora il matrimonio fra potere e politica è fallito. Viviamo nell’epoca del loro divorzio. È questo un serio problema per la socialdemocrazia; perché dai tempi di Lassalle la risposta alla domanda su chi deve risolvere i problemi sociali è stata chiara: lo Stato, che aveva insieme il potere e gli strumenti politici per usare questo potere in modo appropriato. Ma un potere liberato da ogni controllo politico si lascia guidare solo dal perseguimento dei suoi interessi. I politici possono fare tutte le promesse che vogliono, possono sfidarsi per vincere le elezioni. Ma non poi possono realizzare ciò che promettono. E neanche tanto per mancanza di volontà, ma proprio per il divorzio fra politica e potere.

Un’altra ragione dell’attuale crisi della socialdemocrazia -e tale da spingerci a non farci troppe illusioni- è il declino della classe operaia che ha costituito la base della socialdemocrazia stessa. Oggi la classe operaia è vittima dello stesso processo che investì i contadini nell’800; questi all’inizio del secolo erano il 90% della popolazione, alla fine erano ridotti al 10%. La percentuale degli operai in Europa è già caduta sotto il 20%. Il mondo industriale nel quale la solidarietà era nata è ormai scomparso. Esso è stato una grande scuola di solidarietà sociale, occasione di una comune marcia verso obiettivi condivisi. Oggi invece il proletariato si sta dissolvendo nella precarietà, preda della sensazione di non avere più un terreno sotto ai piedi, del fatto che stiamo vivendo in un’epoca di totale instabilità. E del resto il senso di precarietà ha investito anche una quota crescente della classe media. Non sono più i tempi in cui si era tutti rinchiusi nella stessa fabbrica, sotto uno stesso tetto e in una stessa situazione (con le rigide misurazioni dei tempi di Taylor e le catene di montaggio di Ford); quella era un’altra differente scuola di solidarietà.

Oggi la situazione è totalmente differente, dove ognuno è in competizione con l’altro. Viviamo in fabbriche del sospetto e della competizione. Seguendo la ‘filosofia’ aziendale, ogni impiegato è costretto a provare ai suoi superiori che quando ci sarà il prossimo taglio di personale, non dovrà riguardare lui, ma il suo vicino. Disgraziatamente il proletariato dell’epoca della precarietà non ha nessuna spinta verso la solidarietà.

A mio avviso queste sono le maggiori, ma non uniche, difficoltà che quei 70 partiti che corrisposero all’appello di Lassalle ora si trovano di fronte. Per citare di nuovo Gramsci non c’è modo di affrontarle se non attraverso una nuova battaglia delle idee. Cercando di sostituire l’ormai superato e inservibile imaginaire con un altro. È questo un lavoro che richiederà molti anni. Voglio finire con una confessione. Qualche volta ho l’impressione di provare le stesse sensazioni che dovettero aver provato i primi socialisti del XIX secolo. Essi erano una minoranza messa ai margini della vita politica. Senza nessuna possibilità di vincere le elezioni e neanche di prendervi parte. I più coraggiosi fra loro, come Lassalle, decisero di risollevarsi, di spezzare le catene e cominciare a battersi con energia. Smisero di credere che le soluzioni dei problemi potessero cadere dal cielo. Si prepararono ad una battaglia di lunga lena contro il modo di pensare prevalente ai loro tempi. Certo oggi partiamo dallo stesso punto di allora, ma voglio indicare alcuni punti in comune fra la situazione in cui Lassalle cominciò a combattere e la situazione in cui troviamo oggi. Non condivido affatto l’ottimismo di chi dice che viviamo nel migliore dei mondi, ma neanche il pessimismo di chi pensa che gli ottimisti possano aver ragione. Mi iscrivo alla terza categoria di coloro che pensano che il mondo possa ancora esser fatto migliore.

Proprio come i nostri antenati due secoli fa, noi siamo oggi come il seme da cui può nascere una grande quercia. Non c’è maggioranza che non risulti dal lavoro di una minoranza di partenza, una minoranza che all’inizio era oggetto di scherno e sufficienza. Tanto più che come semi siamo però dotati anche della capacità di pensare ed agire.

Il lavoro che ci aspetta non potrà certo essere ultimato fra oggi e la data delle prossime elezioni. Ci vorrà tempo per vedere i risultati e certo nessuno garantisce il risultato. Ma a fare la differenza fra vittoria o sconfitta sarà la presenza o l’assenza di un progetto politico di lungo termine, accompagnato da una certa misura di perseveranza e tenacia e soprattutto di speranza.

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