L’intelligenza contro le bombe. La storia di Fabio Maniscalco: una testimonianza civile e culturale da non dimenticare

Laura Sudiro e Giovanni Rispoli raccontano la storia tragica e importante di Fabio Maniscalco. Archeologo napoletano “in trincea” morto per l’esposizione all’uranio impoverito durante le missioni nei Balcani.

L’intelligenza contro le bombe. La storia di Fabio Maniscalco: una testimonianza civile e culturale da non dimenticare

Esistono storie importanti che spesso finiscono sommerse. Per colpa del tempo, si sa, ma non solo. Talvolta è come se sulle storie si abbattessero due forze, una dall’alto e l’altra dal basso. La prima è quella del potere che ha interesse a dimenticare; l’altra è quella dell’opinione pubblica che, talvolta, non tiene alta l’attenzione come dovrebbe. In mezzo c’è l’informazione, i mass media, che possono contribuire a tenere vive le storie che lo meritano.

Una di queste storie, tristi e grandiose, è quella di Fabio Maniscalco e a raccontarcela sono due giornalisti, Laura Sudiro e Giovanni Rispoli, in un volume uscito poche settimane fa da Skira: Oro dentro. Un archeologo in trincea: Bosnia, Albania, Kosovo, Medio Oriente (pp. 196, Euro 16,00).

Si tratta di un’opera meritoria che, senza scadere nella retorica, ricostruisce la testimonianza umana, civile e culturale di una personalità geniale e generosa. Laureatosi in archeologia, Maniscalco è un giovane di Napoli che, pur avendo dimostrato notevoli capacità nell’università e nella ricerca, preferisce la carriera militare e parte così con le missioni di pace, soprattutto nei Balcani. In Bosnia, prima, poi in Albania e Kossovo.

È proprio in questi teatri di guerra e odio che Fabio Maniscalco si fa portatore di un’istanza essenzialmente ignorata dalle forze armate ossia quella di tutelare non solo i civili ma anche il patrimonio artistico e culturale. Bombardamenti e saccheggi, infatti, hanno già distrutto molti importanti monumenti e musei le cui opere vengono frequentemente trafugate e vendute al mercato nero a collezionisti senza scrupoli.

Per porre rimedio a questa degenerazione, Maniscalco propone ai suoi superiori di istituire un nucleo specializzato in operazione di difesa e recupero del patrimonio culturale in queste aree di crisi. Ottiene una risposta positiva e così si mette all’opera in primo piano iniziando a girare per luoghi sperduti e inaccessibili, facendo tesoro delle sue conoscenze sull’antichità, individuando posti dal grande passato storico poi decaduti e provando a salvare il salvabile.

Durante le missioni militari, che si svolgono nella seconda metà degli anni Novanta, non perde però il filo con l’università e inizia ad approfondire un tipo di ricerca più “estremo” frutto anche di un’altra sua passione, il nuoto. Si tratta dell’archeologia subacquea sulla quale scriverà anche un importante manuale e che lo spinge a interessarsi a un’area del mare compresa nel Golfo di Pozzuoli dove porta alla luce alcune testimonianze dell’antica Baia, sommersa per via del bradisismo.

L’impegno nella ricerca va di pari passo con quello nell’esercito, dove svolge anche altre missioni, specialmente nel Medio Oriente, orientando sempre le forze armate al tema della difesa del patrimonio culturale. Quando poi l’esercito decide di non confermarlo, Maniscalco si butta con maggiore trasporto nello studio e nella ricerca. Ottiene una cattedra all’Orientale di Napoli, partecipa a convegni internazionali importanti, scrive libri, allaccia contatti importanti con personalità di tutto il mondo, tiene dei corsi all’Isform (l’Istituto per lo Sviluppo, la Formazione e la Ricerca nel Mediterraneo), si appassiona a internet e tenta di sfruttarlo proprio per aumentare la sensibilità sulle tematiche a lui care. Oramai è un intellettuale riconosciuto a livello mondiale tant’è che nel 2007 viene lanciata la sua candidatura al premio Nobel per la pace.

Purtroppo, sul più bello, la favola si interrompe bruscamente. Tra il 2006 e 2007 gli viene diagnosticato un male incurabile causato dall’esposizione all’uranio impoverito e ad altri metalli pesanti durante le missioni italiane. Lui, come tanti soldati italiani, non aveva le precauzioni necessarie e nemmeno era a conoscenza dei pericoli cui era esposto. Muore nel febbraio del 2008.

Durante gli esami clinici, tra i vari metalli, nel corpo gli ritrovano anche dell’oro. Sarà lo spunto che darà l’idea del titolo agli autori, non senza un sapore amaro e beffardo. Da un lato l’oro che lo fa ammalare, dall’altro quello del suo impegno prezioso e generoso. Una testimonianza da non dimenticare.

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