A scala globale

Le proiezioni geografiche del capitalismo
La fine del secolo americano
Dove va la Cina?
Problemi di ordine monetario internazionale

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  • La parte del discorso dedicata al capitalismo ‘in quanto tale’ forma anche la base sulla quale affrontare le questioni generalmente intitolate alla ‘globalizzazione’ (in effetti, sarebbe grave se così non fosse). La loro messa in programma non ha certo bisogno di giustificazioni: soltanto, nell’introdurle, vale la pena di dire che la scala globale ha anche l’importante effetto di rendere tanto più stringenti le domande intorno al ‘che fare’ qui, da noi, in Occidente, all’altezza delle condizioni materiali (l’evoluzione dei bisogni e delle forze produttive) e morali (la varietà dei nessi di socializzazione) che in esso sono venute a maturazione.
  • Per richiamare il punto essenziale: storicamente, la dialettica di espansione finanziaria ed espansione materiale iscritta nel modo di funzionare del capitalismo ha preso corpo in ricorrenti episodi di sovraccumulazione, in occasione dei quali l’economia ‘reale’ è risultata una base troppo ristretta rispetto alla quantità dei mezzi monetari in cerca di valorizzazione (si ricordino appunto le “crisi di nervi” dei capitalisti). Quello che adesso bisogna aggiungere, con tutta l’enfasi del caso, è che situazioni del genere hanno trovato due vie d’uscita: non soltanto, cioè, quella ‘merceologica’ già abbondantemente comparsa nel discorso (l’emergere di nuovi ‘complessi trainanti’ di beni e di servizi), ma anche, almeno con pari evidenza, quella costituita dalla progressiva dilatazione degli spazi geografici conquistati alla “precedenza” degli interessi legati alla valorizzazione del valore. Questo, a sua volta, ha assunto la forma caratteristica di successivi ‘trasferimenti’, nel corso dei quali il baricentro del processo di accumulazione – il ‘centro degli affari’ – si è spostato in direzione di ‘contenitori’ territoriali, demografici e istituzionali via via più grandi: secondo la sequenza che si legge in Braudel (ma un accenno è già presente in Marx, e l’argomento è largamente ripreso da Arrighi), prima le città stato italiane, poi il protostato nazionale olandese, poi lo stato nazionale inglese, poi lo stato continentale formato dagli Stati Uniti d’America.
  • Facilmente, a questo punto, verrà in mente che stiamo vivendo un passaggio dello stesso genere. Letto nel modo appena detto, l’intero movimento storico del capitalismo suggerisce l’idea che “l’orologio della storia batte oggi l’ora fatidica di un nuovo spostamento” (sempre Braudel) – manco a dirlo, finito il ‘secolo americano’, in direzione dell’Oriente asiatico, particolarmente della Cina. In un certo senso, anzi, la stessa ‘facilità’ con la quale l’impianto richiamato nel punto precedente consente di inquadrare il tramonto dell’egemonia statunitense, e però l’attualità di un ulteriore passaggio di consegne, conferma la robustezza delle categorie che lo sorreggono. Anche per questo, prima di provare a ricavarne qualche indicazione più ravvicinata, sarà bene soffermarsi su qualche suo ‘risvolto’.
    In primo luogo, è interessante osservare che i citati spostamenti in direzione di contenitori via via più grandi sono sempre stati accompagnati dall’emergere di forme via via più complesse e ‘potenti’ del nesso denaro-credito: la formazione e il perfezionamento del sistema delle lettere di cambio nella fase italiana, il mercato dei titoli organizzato ad Amsterdam, la formazione a Londra del primo vero e proprio sistema di riserva frazionaria, ecc. Sul piano teorico, se ne ricava una conferma dell’idea che le “alte vette” della finanza hanno sempre racchiuso qualcosa come metà del codice genetico del capitalismo (l’altra essendo appunto l’innovazione); mentre, sul piano didattico, uno sguardo alla genesi e all’evoluzione storica (di alcuni) dei principali dispositivi del sistema finanziario, tuttora in opera, consente forse di rendere più accattivante lo studio di un argomento in genere ritenuto alquanto ostico e costituisce forse un modo non banale di prendere contatto con il movimento complessivo dell’economia nell’età moderna.
    Come detto, le due vie d’uscita dalle crisi di sovraccumulazione – rispettivamente legate alla presa della forma merce sulle ‘aree della vita’ e sulle aree del pianeta – si sono spartite il compito di portare avanti la storia del capitalismo e in vario modo, naturalmente, si sono intrecciate. Basti pensare, per fare un esempio che potrebbe utilmente diventare un case study, a come la nuova tecnologia del trasporto su ferro abbia rilanciato il processo di accumulazione nell’Inghilterra di metà ‘800 e poi, toccati qui limiti stringenti, abbia proseguito la sua corsa nei più vasti spazi del Nord America. Tuttavia, se i fatti storici mostrano intrecci, concatenazioni, ecc., gli studi che li riguardano fanno invece registrare una certa tendenza disgiuntiva: salvo errore, l’integrazione dei due punti di vista, ‘merceologico’ e ‘geografico’, risulta ancora, in larga misura, un compito da svolgere. Il che, ai fini del seminario, non manca di interesse: ovviamente, non perché la lacuna possa mai essere colmata nel suo ambito, ma perché a lato degli incontri si può pensare di registrarla, forse prenderne le misure e magari abbozzare una corrisponde linea di ricerca. Esiti del genere, propedeutici a sviluppi successivi o paralleli al corso principale della riflessione, rientrano senz’altro nello spirito di quest’ultima.
    Infine, già a prima vista, la vicenda delle proiezioni geografiche del capitalismo rinvia alla sua ‘intimità’ con il potere politico, la quale, a sua volta, ne esce confermata come un elemento-chiave del capitalismo ‘in quanto tale’. Sia per via del ruolo, già visto da Marx, che “il sistema del debito pubblico” ha svolto nella citata successione di centri dominanti; sia per il peso che in essa ha assunto l’esercizio della forza in forma militare, che certamente ha tratto enorme vantaggio dal progresso tecnologico sprigionato dall’industria capitalista, ma in età moderna è stato pur sempre monopolizzato dalle istituzioni pubbliche. Dove ancora, affinché quest’ultimo punto acquisti il rilievo che deve, bisogna aggiungere che i contenitori territoriali e istituzionali che via via si sono affermati come epicentri del processo di accumulazione non hanno mai mancato, ognuno, di una ‘periferia’ integrata e controllata su basi, per così dire, non soltanto commerciali.
  • Per quanto si disponga bene sulla linea dello spostamento in direzione di contenitori via via più grandi, il nuovo episodio che riguarda gli Stati Uniti e la Cina, rispettivamente nelle parti di centro declinante e centro emergente, diverge dai precedenti in punti decisivi.
    Sul piano strettamente economico, il dato saliente sta nel fatto che il termine ad quem fa registrare un vistoso processo di accumulazione endogeno, legato alla formazione e all’impiego di capitali domestici, compresa la fonte costituita da un alto livello di propensione al risparmio. Della Cina, cioè, per quanto gli investimenti diretti esteri abbiano avuto e siano destinati ad avere parte nel suo processo di sviluppo, non si può certo dire che si offra come una terra vergine all’impiego dei capitali occidentali – tanto che sono piuttosto i capitali cinesi a realizzare cospicue campagne acquisti di asset reali e finanziari in Occidente, Stati Uniti compresi. Il contrasto con il precedente passaggio di consegne, quando la finanza inglese gettò le basi dello sviluppo nordamericano, non potrebbe essere più netto.
    Altrettanto ‘atipica’ la situazione sul piano dei rapporti con il potere politico, visto che nel paese candidato a nuovo epicentro è presente una realtà statuale che è (a) solidissima e (b) dotata di una precisa identità non Naturalmente, il tenore dei rapporti tra il potere politico cinese e coloro che esso stesso ha invitato ad “arricchirsi” non è argomento che possa darsi per scontato. E però, proprio a non darlo per scontato, il seminario può mettersi sulle tracce di una questione ‘veramente importante’, forse quella che più di ogni altra è destinata a incidere sull’evoluzione del capitalismo nel Ventunesimo secolo. Quali siano gli esatti termini dell’‘accomoda-mento’ che finora ha preso corpo e quali le sue prospettive di tenuta, evoluzione, ecc. sembrano appunto domande ‘buone’, di quelle che consento di fare passi avanti. A partire dal loro spessore ‘teorico’. Sotto l’ipotesi che la realtà statuale cinese possa essere accreditata, oggi e in prospettiva, di una sostanziale indipendenza dagli interessi capitalistici che pure ha evocato, non soltanto la Cina non può dirsi un paese capitalistico (è appunto a essa che Arrighi riferisce la formula “i capitalisti in un’econo-mia non capitalistica”), ma l’intero corso storico del processo di accumulazione, spostamento dopo spostamento, sarebbe giunto a un punto nel quale le pretese di “precedenza” connesse al suo movente incontrano un’‘alterità’ abbastanza consistente da segnarne un limite (‘esterno’, si può aggiungere, come ‘interno’ può essere detto quello legato al suo sostrato merceologico). Domande, giova ripetere, che certo lasciano intravvedere sospetti, e anche speranze, ma non per questo non saranno trattate con la dovuta spregiudicatezza; in ogni caso, abbastanza importanti da meritare risposte non superficiali.
    Infine, per quanto rilievo si voglia attribuire alla domanda ‘dove va la Cina?’, è chiaro che moltissimo dipenderà dal comportamento degli Stati Uniti. Sulla carta, i termini del punto che precede contengono anche la possibilità che la storia non segua esattamente lo stesso corso del passato – un centro dominante in declino sostituito da un nuovo centro egemone –, ma metta capo a un ordine globale meno gerarchico, in qualche modo di tipo multilaterale, nel quale abbiano senso parole come ‘accordo’ e ‘cooperazione’. Così, la fine dell’egemonia statunitense sarebbe confermata, ma il paese che fu di Roosevelt potrebbe comunque riconoscersi artefice del nuovo assetto destinato a sorgere. Purtroppo, una prospettiva del genere comporta una capacità di visione e un grado di lungimiranza politica la cui latitanza non ha bisogno di commenti (non soltanto a causa della presidenza Trump, che per altro presenta il notevole motivo d’interesse di esserne l’esatto opposto). Peggio ancora, a sfavore della prospettiva di un ordine globale ‘condiviso’, gioca il dato strutturale della supremazia posseduta dal centro declinante sul piano militare, le cui dimensioni segnano a loro volta una netta differenza rispetto ai casi del passato. Il disordine prodotto dal suo sfruttamento è la prova più sicura di una perdita di egemonia ormai da tempo consumata; ma questo, naturalmente, non fa che confermare il senso del problema.
  • Dal punto di vista occidentale, quest’ultimo ordine di problemi sembra porsi nei termini di un fondamentale squilibrio di opportunities and threats: l’aumento delle possibilità di iniziativa derivante dall’allargamento e nell’approfondimento dei mercati non sembra sufficiente a compensare i rischi di spiazzamento che a loro volta, nell’al-largamento e nell’approfondimento dei mercati, trovano cospicue cause di moltiplicazione. Al riguardo, il programma di ricerca prevede una rivisitazione della teoria intitolata al ‘ciclo di vita internazionale del prodotto’ – che riporta nel discorso il piano merceologico. Quanto alle ragioni del suddetto squilibrio, infatti, essa consente di osservare che metà del problema sta – di nuovo – nel flusso di innovazioni che il capitalismo è in grado di generare nei luoghi della sua (attuale) massima espansione: in questo senso, per esempio, si può dire che l’enorme deficit commerciale degli Stati Uniti nei confronti dell’Oriente asiatico restituisce nello spazio un problema di evoluzione nel tempo, che sorge proprio circa il ‘che cosa’ del processo di accumulazione nei punti (già) alti del sistema. Sicché, alla fine, il discorso torna alle domande circa quello che si può e ha senso fare qui, da noi, in Occidente – comprese le condizioni che riguardano l’equilibrio dei flussi di merci e di denaro che scorrono tra le diverse parti dell’economia globale.
  • Indubbiamente, la scala globale è quella che pone le questioni più spinose, tra le quali, naturalmente, l’attuale configurazione dei mercati finanziari, che più che mai, da quando si sono integrati globalmente, dettano leggi durissime, perlopiù vissute come indiscutibili – pazienza per i disastri che ricorrentemente ne derivano. E’ senz’altro possibile che il continuo richiamo ai vincoli collegati al loro operare contenga un elemento intimidatorio, se non proprio ‘terroristico’, in virtù del quale gli spazi di manovra disponibili finiscono per apparire più ristretti di quanto in realtà non siano. Questo punto potrà utilmente formare materia di riflessione, ma resta difficile aggirare l’osservazione che la ‘parola d’ordine’ di allargare la differenza tra il capitalismo e la società – ovvero di ‘contenere’ le pretese dei capitalisti all’interno di un’economia plurale, non capitalistica, ovvero di disinnescare il potenziale di dominio iscritto nel demone dell’accumulazione – implica al fondo la necessità che il funzionamento dei mercati finanziari sia ricondotto a una norma di civiltà e ragionevolezza. E però, messo in questi termini, il problema sembra mancare del fondamentale requisito di essere realmente agibile, sicché si profila il rischio di un non possumus che vieta ogni speranza. In proposito, ai fini del seminario, l’atteggiamento che si propone verte allora su tre punti:
    la consapevolezza che l’ordine monetario e finanziario globale è indissolubilmente legato all’ordine politico Così è stato ai tempi del gold standard, degli accordi di Bretton Woods e della loro denuncia alla fine della Golden Age: difficile pensare che cambiamenti radicali possano oggi prendere corpo su basi meno consistenti, di tipo ‘illuministico’, se così si può dire;
    la citata lettura dell’attuale momento storico come una fase di passaggio della stessa portata di quelle che già altre volte, nella storia del capitalismo, hanno spostato il baricentro del processo di accumulazione. Unita alla consapevolezza che la situazione è aperta a esiti diversi, compreso – per quanto improbabile, ma l’ordine lo è sempre – l’emergere di un assetto multipolare, frutto di accordi piuttosto che di ‘precedenze’. Al riguardo, in sede di ricerca, non si può far altro che istruire il quadro delle possibilità e come spiare i segni dei loro concretarsi. E però, di quella che si vorrebbe vedere fare passi avanti, si può anche cercare di cogliere il possibile lay out in termini di disegno dei mezzi di pagamento internazionali e di regolazione dei mercati finanziari, in modo che un ordine plausibile, per quanto li riguarda, non manchi anche del fondamentale requisito di essere tuttavia pensabile;
    l’utilizzo della sua pensabilità come motivo di conforto quando si ragiona di quello che ‘intanto si può fare’, in certo modo ‘dal basso’, che a scala globale, si capisce, comprende anche il livello nazionale (o regionale, europeo). Nella consapevolezza, anche, che la denuncia e la critica del suddetto elemento intimidatorio cessano qui di essere un compito di secondo piano.

 

 

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