Abolendo il valore legale, resteranno solo i predestinati.

Facebook Twitter Google+ Stampa La discussione antica che si è riattivata attorno al valore legale del titolo di studio sembra rientrare in una recente strategia specifica. Dalla formazione del governo Monti infatti, gli autoproclamatisi intellettuali della responsabilità, lanciano proposte come bombe carta nell’agorà del dibattito pubblico, valutandone quindi gli effetti e l’opportunità di proseguire. Anche […]

La discussione antica che si è riattivata attorno al valore legale del titolo di studio sembra rientrare in una recente strategia specifica. Dalla formazione del governo Monti infatti, gli autoproclamatisi intellettuali della responsabilità, lanciano proposte come bombe carta nell’agorà del dibattito pubblico, valutandone quindi gli effetti e l’opportunità di proseguire. Anche l’abolizione del valore legale del titolo rientra nel paradosso, notato da Carlo Galli, di un governo istituzione relativamente universale, mentre il parlamento è rappresentanza di una frammentazione sociale e civile che i partiti non riescono a ridurre. Nelle ragioni di questo paradosso, rappresentazioni universali di idee particolari – necessariamente particolari – fermentano le iniziative dei Giavazzi e colleghi, idee di destra dette da uomini di sinistra tanto in voga negli anni ’90. Chi si oppone fa ideologia, recentemente inserita tra i peccati capitali. Proviamo ad andare più fondo.

Abolire una cosa che non esiste è complicato, parlarne è utile a portare acqua al mulino delle idee fallite. Quel mulino che per l’università ha due pilastri. Il primo, l’autonomia competitiva tra università per accaparrarsi iscritti, finanziamenti e docenti – Atenei di serie a e di serie b, i primi da Roma verso nord, gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili. L’altro fondamento teorico è quello di uno Stato in ritirata permanente dalla responsabilità di offrire alla società un sistema di formazione superiore regolato. In tutti i paesi dell’Unione e come ha raccomandato il Consiglio europeo nel 2007, le università non si possono aprire come qualunque attività imprenditoriale e le autorità scolastiche certificano gli effetti giuridici generati dal conferimento di un titolo. In alcuni stati degli USA esistono i diploma mills, in italiano diplomifici o università telematiche cresciute come funghi tra Moratti e Gelmini. Lo stato deve certo fare di più, fare meglio, raccontare la favola del mercato che da solo regola le ingiustizie e le storture è una cosa che non dicono più neanche a Wall Street. Il problema in Italia non si chiama valore legale del titolo, ma riguarda la percentuale troppo bassa del 20% di laureati e la disoccupazione giovanile al 40%, disoccupazione che scende tra i laureati, ed è su questa che bisogna agire. Come ha scritto la Rete29 Aprile durante le audizioni in VII commissione cultura del Senato, il reale oggetto di discussione non è all’abolizione del titolo ma il sistema di accreditamento degli atenei e la differenziazione dei titoli. D’altronde c’è chi come Manzini sul lavoce.info sostiene di affidare il ranking degli atenei ad agenzie straniere. Il ruolo di garanzia e di verifica dello Stato va migliorato, non eliminato, vanno inoltre raccolte le direttive europee riguardanti il Diploma Supplement riportando in allegato al diploma di laurea le caratteristiche dello specifico percorso personale di studi. Sull’accesso alla PA, è da accogliere la proposta del PD con Meloni: la preparazione individuale si verifica nelle prove concorsuali. Il dibattito potrebbe concludersi qui, ma la proposta sul valore legale non va respinta in quanto ideologica, ma perché tra i fumi del dibattito si nasconde un pericolo vero: affermare una volta per sempre che il posto in cui studi e il conto in banca dei genitori è più importante di qualunque altra cosa. Questa si è una cosa classista, da sfigati dice il viceministro.

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