Interventi

Nel dicembre del 1951 Carlo Antoni stese un ‘manifesto’ per la «Libertà della Cultura». Fu sottoscritto, tra gli altri, da Piero Calamandrei, Ferruccio Parri, Gaetano de Sanctis, Luigi Salvatorelli, Gaetano Salvemini. «Riteniamo, vi si affermava, che qualsiasi risultato si possa conseguire nello sforzo di rendere più degna l’esistenza umana, esso sia precario o addirittura illusorio, ove sia ottenuto con detrimento della libertà». A questa dichiarazione di principio fa seguito un trasparente richiamo alla vicenda ed alla situazione dell’Unione Sovietica: «se, in conseguenza di rivolgimenti e sviluppi sociali o economici o di accadimenti militari, le circostanze possono suggerire ai responsabili del governo della cosa pubblica una stretta disciplina, questa non può arrivare all’estrinseca imposizione di formule e di dogmi che sostituiscano alla libera ricerca, all’invenzione originale, alla scoperta, la mortificante uniformità delle opinioni di regime». Il principio della libertà di coscienza, di pensiero e di espressione è tutt’uno con lo sforzo di rendere più degna l’esistenza umana. Così, l’ordinamento politico che comprime ed espunge quella libertà «confessa con ciò stesso la sua interna debolezza e artificiosità» dice Antoni, e mostra la «sua ingiustizia e la scarsa fiducia nella propria bontà». Sta di fatto, in ogni caso, che coloro che professano le arti e le scienze e sono responsabilmente impegnati nella vita politica e civile, hanno il dovere di custodire quel principio di libertà «al di fuori delle tendenze e degli ideali politici e delle preferenze per l’una o l’altra forma di ordinamento sociale e di struttura economica». «Gravissima e senza perdono» conclude il manifesto, «la loro responsabilità ove rinuncino a questa difesa».
Il 13 dicembre l’Unità pubblica una «Lettera aperta a Carlo Antoni» di Ranuccio Bianchi Bandinelli che giudica il manifesto «una cattiva azione sul terreno politico e sul terreno culturale». È «un’opera di divisione», intenzionata a rendere «più difficile in Italia proprio la lotta per la libertà in generale e per la libertà della cultura in particolare». Antoni invoca «valori universali» e non affronta «i problemi concreti posti a ciascuno di noi, oggi, nel nostro Paese», stretto tra il «pericolo clericale» e «l’ingerenza americana». Coglie, invece, «ogni occasione per minare subdolamente le istituzioni sulle quali si regge quel mondo nuovo che avanza» come accade a «coloro che hanno elevato a dogma l’anticomunismo». Bianchi Bandinelli conclude osservando che «chi ha il dogma dell’anticomunismo non è libero. E perciò, replica ad Antoni, il tuo manifesto non è il manifesto di uomini liberi, ma il manifesto di una mentalità da Santa Alleanza trasportato nel nostro tempo». Antoni, con l’articolo «Un vecchio errore», risponde sul Mondo. Nega che la difesa della libertà della cultura dal manifesto invocata abbia carattere anticomunista, ma scrive, «non nascondo che il manifesto era, nel mio pensiero, rivolto in gran parte a voi, comunisti, perché in voi si manifesta una contraddizione». Tanto sensibili alle costrizioni della libertà di espressione in Italia, e poi «non mostrate nessuna sensibilità per divieti, restrizioni e condanne che siano emanati dalle autorità sovietiche».
Antoni prende un tono diretto («redigendo quel manifesto ho pensato proprio a te»): «è inquietante trovarsi di fronte ad uomini come te, della medesima vita intellettuale, uomini della cui finezza ed intelligenza, del cui disinteresse non si ha modo di dubitare», e si chiede come sia possibile una tale rottura. Si risponde che essa risiede, per l’appunto, nell’interpretazione che si dà del concetto di libertà. «Tu affermi che chi ha il dogma dell’anticomunismo non è libero. Io invece, sono persuaso che tu, nel comunismo, sei libero e ti senti libero». È che, argomenta Antoni, Bianchi Bandinelli si attiene a Rousseau «che concepiva la libertà come l’inserzione totale del proprio spirito nella volonté générale della comunità e quindi negava la libertà di coscienza e di pensiero». Un errore. Organismi storici particolari, scrive, mai possono «riassumere ed esaurire l’universa vita e cristallizzare l’infinita nostra coscienza».

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