Aspettando le elezioni

Recensione di Nicola Genga del numero Dopo i tecnici, n. 1-2, 2012 di Democrazia e Diritto su Rassegna Sindacale 21 – 27 febbraio 2013 | N. 7

Aspettando le elezioni

dopo i tecniciChe cosa rimane della politica italiana dopo la stagione del governo tecnico? Fra pochissimi giorni le elezioni politiche ci diranno se davvero l’esperienza di Monti potrà essere considerata una parentesi chiusa. In attesa di conoscere il verdetto delle urne, a formulare più di una risposta agli interrogativi che gravano sul nostro sistema politico contribuisce il dibattito ospitato nell’ultimo fascicolo di Democrazia e diritto (Dopo i tecnici, n. 1-2, 2012, FrancoAngeli, pp. 458, euro 57,00) la rivista del Centro per la riforma dello Stato diretta da Michele Prospero.

Mario Dogliani affida alla forma suggestiva del dialogo platonico l’analisi delle défaillance del costituzionalismo nostrano in questi anni, evocando il dibattito sulla democrazia come “causa persa” aperto da un recente lavoro di Alfio Mastropaolo. Il quale, invece, focalizza il suo intervento sulla disamina del claudicante quanto nocivo “neoliberalismo alle vongole, o con polenta” visto nell’Italia degli ultimi decenni, dove il declino delle politiche industriali ha fatto il paio con il degrado di cui è vittima il lavoro, che, come osserva Mario Tronti, è decaduto da eminente principio costituzionale e architrave della società a dimensione negativa dell’antropologia politica contemporanea, non solo nel nostro paese.

I saggi raccolti nella parte monografica del volume leggono le vicende delle cosiddette seconda e terza repubblica come epifenomeno del lungo ciclo neoliberista, che non rappresenta la fine della storia come raggiungimento di un equilibrio pacificato, bensì l’assestarsi di un quadro asimmetrico in cui il capitalismo predatorio è privo di qualsiasi contrappeso materiale e ideale. L’avvento del governo tecnico coincide con uno spirito del tempo in cui la politica si vede incapsulata nell’ormai logora metafora dei “compiti a casa”, ingrata incombenza assegnata a esecutivi e parlamenti nazionali dall’establishment finanziario e dai mercati. L’idea del commissariamento di qualsiasi forma di azione collettiva mediata dalle istituzioni della rappresentanza democratica è l’humus in cui nasce l’esecutivo Monti, che però, rileva Michela Manetti, declina la propria missione eccezionale in prestazioni ordinarie, simili nei difetti a quelle dei governi precedenti, come dimostra l’abuso della decretazione d’urgenza.

L’esecutivo montiano, osserva Miche Prospero, ha mancato la grande occasione di rispondere alla crisi sociale intervenendo su un modello di sviluppo che emargina i lavoratori della conoscenza e blocca qualsiasi velleità del nostro paese di rimettersi nella scia dei paesi che investono in ricerca e innovazione. I partiti, pertanto, non possono delegare oltre queste scelte strategiche a un governo imperniato su una grande coalizione dall’anemica identità politica. “Il populismo della narrazione e il mito tecnico del rigore non sono affatto agli antipodi”, ricorda Prospero, sottolineando il rapporto speculare che unisce l’antipolitica alla tecnocrazia e allontana l’Italia dall’Europa, dove la dialettica politica poggia sulla differenziazione tra progressisti e conservatori. Tuttavia, partiti autoreferenziali, leaderizzati e privi di radicamento sociale e territoriale non possono essere all’altezza della sfida rappresentata da questa lunga, eterna transizione. Pure muovendosi in dimensioni di analisi diverse, sembrano convergere su questo punto le ricostruzioni delineate da Almagisti e Agnolin, in tema di fratture territoriali, e da Marchianò, a proposito dell’ipoteca dei leader sulla vita dei partiti.

La scommessa su cui investe l’analisi di Democrazia e Diritto è, dunque, che la politica italiana sappia voltare pagina per andare oltre questa anomala sospensione di sovranità – il simmeliano “non più e non ancora” parafrasato da Tocci – e riportare il nostro paese al centro di un dibattito alto che riguarda i destini del continente sulla scena globale.

Nicola Genga

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