Atene: diario politico di un viaggio nel referendum

A cura di Michela Cerimele e Marco Montelisciani.

Atene: diario politico di un viaggio nel referendum

Seguiamo con un misto di pessimismo della ragione e ottimismo della volontà i movimenti e gli smottamenti che sembrano darsi nella sinistra politica e sociale del nostro Paese. E siamo seduti puntuali, sabato mattina, al Teatro Palladium, ad ascoltare gli interventi della bella iniziativa “Scuola, Lavoro, Democrazia” di Stefano Fassina. Una parte di testa e cuore sono necessariamente con le ragioni di quel popolo greco che, a riguardare le immagini di piazza Syntagma, venerdì, fa ancora tremare le vene e i polsi. Ci vengono in mente le parole di chi a più riprese ha scritto che “o si è popolo o non si è niente”. Parole che si amplificano al suono dell’intervento di Argiris Panagopoulos, rappresentante di Syriza in Italia. Trasuda politica: quando in campo ci sono le ragioni di un popolo – e di un gruppo dirigente in grado di farne consapevolezza e scelta – i funambolismi linguistici, interpretativi, di posizionamento muoiono da sé. E la storia sembra tornare inevitabilmente a muoversi. E poi ci sono lezioni di politica e dignità che solo il popolo, in passaggi come questo, può dare, intellettualità militante, base o dirigenza, giovane o già adulto che tu sia. Bene che noi tutti lo si tenga a mente, pensiamo. Teatro Palladium, Garbatella, Roma – Piazza Syntagma, Atene diventa così la traiettoria del nostro improvvisato viaggio.

L’Atene che incontriamo domenica mattina è di una quiete quasi indecifrabile, apparente capitale europea tra tante in una calda domenica di luglio di gite fuoriporta e viali semideserti. Non c’è traccia di assembramenti né tensione nell’aria, sembra quasi che la città non stia vivendo le ore d’inquieta attesa che avevamo immaginato. A darne lucidamente ragione, una giovane coppia di amiche incontrate intorno alle 19.00 nei pressi di una piazza Syntagma che, ancora semivuota, va lentamente popolandosi in attesa dei risultati del voto. Noi siamo ormai agli sgoccioli di un’intensa immersione per le strade della città, intervallata da soste nella sede nazionale di Syriza, insieme alla delegazione della Sinistra italiana e alle altre delegazioni europee. Nell’osservare l’andamento dei primi risultati dello spoglio dinanzi al maxischermo allestito per l’occasione, le due donne anticipano senza grossi dubbi – né enfasi – la vittoria di un No di cui anche noi siamo ormai piuttosto convinti. Con quella stessa, determinata, calma e in quella medesima direzione – benché non senza evidente preoccupazione – avevano risposto alle nostre domande le tante persone con cui ci eravamo, sin lì, soffermati a parlare. Di fatto le greche e i greci avevano già scelto venerdì. “E’ stato quello il grande giorno: non eravate in piazza?”, dice una delle due giovani donne, “per questo vedete poche persone in giro: hanno votato e sono andati fuori città. Fa molto caldo, si tornerà qui direttamente stasera per festeggiare il No”. Già venerdì – dopo giorni d’incertezza reale, specialmente dopo la chiusura delle banche – le greche e i greci avevano mandato in frantumi l’incantesimo della paura, scegliendo la proposta politica di chi (da sinistra) dava loro ragione di una sofferenza collettiva ormai troppo lunga per poter essere sopportata. Questo il senso del racconto. E venerdì Tsipras aveva raggiunto a piedi il suo palco attraversando senza barriere una piazza stracolma, con la sola forza – sempre rivoluzionaria – della verità. Verità vs paura – non già euro vs dracma – era la sottotraccia reale del referendum che venerdì sembrava definitivamente passare. Al confronto con la verità – di classe – dell’austerità, squadernata a chi ne paga le conseguenze in ginocchio, gli spregiudicati tentativi di pressione dei poteri politico-economici europei in merito alle scelte referendarie non potevano che potenziare la portata della prima e farne definitiva scelta politica. E poi, ammonisce orgogliosa una delle due giovani donne, “guai a dire ai greci cosa devono fare: il risultato è quasi sempre catastrofico”. Dinanzi alla verità, il tradizionale ricorso, dall’esterno e dall’interno, alla paura come mezzo d’intimidazione e asservimento non poteva che ritorcersi contro se stesso. “Le persone che provano oggi a farci paura sono le stesse che ci hanno portato sino a questo punto: basta che parlino loro per capire cosa non dobbiamo votare”.

Il respiro corto della strategia della paura era già trapelato – più o meno cautamente – dai nostri incontri per le strade della città. Non tanto in virtù dell’assai limitato numero di persone che si erano espresse in favore del sì: si scorgeva evidentemente su quel lato minor voglia di parlare. Ma per la quasi certezza che i nostri interlocutori avevano mostrato in merito agli esiti di quella giornata. Al ristorante economico e popolare che ci aveva ospitati per il pranzo, il nostro vicino di tavolo aveva azzardato una previsione prontamente scritta, in mancanza della lingua inglese, sulla nostra tovaglietta di carta: 55%.  “Ho votato no e il no vincerà” ci aveva annunciato ferma e sorridente qualche chilometro più avanti la ragazza del bar, mentre ci proponeva due bicchieri d’acqua gratuiti in  sostituzione delle due bottiglie richieste: di piccole non ne aveva e una  grande ci avrebbe inutilmente appesantito il cammino. “Non abbiamo più paura: nulla di quel che può succedere sarà peggio di quanto è già successo” aveva rimarcato, e “Tsipras sta finalmente indicando una via politica alternativa alla permanenza della Grecia nella gabbia degli ultimi cinque anni; per la Grecia e per l’Europa tutta”. “Ero indeciso, ma alla fine ho votato No: Tsipras ha avuto coraggio, e ora ha bisogno di quello nostro per poter negoziare un accordo diverso. Dobbiamo stare tutti insieme, greci e spagnoli, portoghesi e italiani: tutti insieme siamo più forti di loro”, ci aveva detto un ragazzo venutoci in soccorso per indicarci il seggio elettorale più vicino, mentre una coppia di camerieri, pure schierati per il no, ci dava scherzosamente dei berlusconiani.  “L’abbandono di Renzi è stata una grande delusione, in Italia dovete fare di più, e quando lo farete saremo con voi” aveva aggiunto serio. “I conducenti del trasporto pubblico sono tutti per il No” avevano annunciato senza giri di parole tre autisti messisi al riparo dal caldo all’ombra di un albero; “vince il No” ci aveva segnalato sorridente un vecchio pensionato di ritorno a casa dopo il voto.

In queste come nelle altre tante occasioni d’incontro, nessun’apparente confusione in merito ai quesiti referendari e nessun livore per chi avrebbe deciso di votare diversamente. “Capisco e rispetto la paura di chi deciderà di votare Sì” ci aveva detto un signore con figlio al seguito, noi finalmente seduti, dopo qualche ora di cammino, all’uscita di un seggio. “Conosco la paura: quella di rimanere disoccupati, quella di chi già lo è. La paura scava e alla fine t’immobilizza. Anche a me è capitato di perdere il lavoro, dopo una vita di sacrifici. So cosa prova un padre quando non può più nemmeno comprare un panino al figlio. Noi, per fortuna, avevamo i nonni e non è rimasto senza cibo. Ti vengono in mente pensieri strani, ne ho parlato spesso con amici nelle mie stesse condizioni: meglio evitare di ritrovarsi su un balcone, quando stai così. Oggi, prima di portarlo con me a votare, ho fatto fare a mio figlio il percorso che faccio io per andare a lavoro. Due ore e mezzo, tutti i giorni, di cui una a piedi. Volevo che vedesse perché voto No: non soltanto per un accordo che ci consenta di migliorare le nostre condizioni di vita, ma perché si faccia avanti l’idea che c’è una linea, quella dignità, oltre la quale non si può andare. Guardatemi in faccia: quanti anni ho secondo voi?” ci chiede a un certo punto indicando capelli e barba bianchi, bianchissimi. “Intorno ai cinquanta?”, rispondiamo noi con generosità. Sorride. “Ho trentanove anni. Non scusatevi, lo so che ne dimostro più di cinquanta: ecco cosa ti fa questa crisi”. E aggiunge: “Ora ho smesso di aver paura e voto No anche per chi quella paura ce l’ha ancora, li capisco e li rispetto. Oggi voto per la dignità di tutti quelli che stanno pagando il prezzo di queste politiche a vantaggio di pochi. Sostengo Tsipras, anche se non sono mai stato comunista, di sinistra o cose del genere. Tsipras è l’unica alternativa alla paura che abbiamo”.

Riapprodiamo nella sede di Syriza che i risultati del referendum vanno ormai consolidandosi. Ragioniamo della schiena dritta che questo squarcio di Grecia ci ha regalato. Quella che ci hanno mostrato donne e uomini nel bel mezzo di scelte soffertissime; e quella di un gruppo dirigente, che ha fatto, della loro paura, parte e lotta. In sede, le delegazioni della sinistra europea ormai festeggiano, alla stessa maniera, genuina, di chi si prepara a farlo, spontaneamente, fuori: una canzone della nostra comune tradizione (spesso in italiano), abbracci, un bicchiere di vino fatto in casa portato da chissà chi e qualche lacrima di gioia che corre discreta su più di un volto. Quando usciamo, non siamo più di una trentina, di diverse nazionalità, dietro lo striscione della European Left; ma da lì a Syntagma il corteo si fa grandissimo e va a collocarsi dritto sotto il Parlamento, prendendosi la testa di una piazza che ci fa letteralmente largo tra gli applausi. Una piazza bellissima e popolare. Una signora giunta da sola, con un cagnolino in braccio, ci tiene a dircelo: “è la prima volta che partecipo a una manifestazione di piazza, ma sentivo di dover essere qui. Oggi si festeggiano il coraggio e la dignità di chi vuole cambiare, la Grecia e l’Europa”.

Il nostro lunedì mattina si apre al suono delle parole di congedo di Yanis Varoufakis: “orgoglio per il disgusto dei creditori”, dimissioni da vincitore, il noi prima dell’io, intelligenza, generosità, lungimiranza. Siamo quasi storditi: ci sembra che dalle periferie d’Europa si stiano alzando giganti politici. Non azzardiamo grosse ipotesi su quel che sarà, l’unica cosa certa è che non sarà facile: l’obiettivo tutto politico dell’Europa di Merkel di far saltare i ‘ribelli greci’ potrebbe farsi più ostinato al crescere della loro forza. Ne ragioniamo dinanzi a un caffè nel piccolo bar della sede di Syriza, dove ci concediamo un’ultima visita per ringraziare della straordinaria accoglienza riservataci. Poi ancora in direzione dell’aeroporto. Alla terza ora di attesa del nostro volo low cost per Roma ne stiamo ancora discutendo con Dimitri Deliolanes – giornalista e corrispondente dall’Italia della TV pubblica greca – che abbiamo incontrato in metro. La sua generosa condivisione di pensieri e riflessioni aiuta il nostro tentativo di dar ragione dell’Atene del giorno del referendum. Ci lasciamo con la promessa di organizzare presso il nostro Centro un seminario su: Grecia e (dis)informazione; abbiamo ancora tutti in mente con amarezza il titolo della nuova Unità di sabato – ‘Grecia: tasche vuote, arsenali pieni’ – inammissibilmente vicino al nome del suo fondatore Antonio Gramsci. Di una cosa siamo però convinti: Alex Tsipras e il suo partito, con i loro popolo, hanno dato non soltanto all’Europa dell’austerità, ma anche, forse in primo luogo, a tutte le sinistre europee in ricomposizione, un’esemplare lezione di politica. E ne siamo ancora più convinti oggi; oggi che i media nostrani si affrettano già ad accompagnare con rintocchi di campane a morto la durissima strada verso l’accordo, sollevando l’ennesima cortina fumogena sulle capacità titaniche sin qui mostrate da questa parte fattasi popolo, da questo popolo fattosi parte e lotta.  “O si è popolo o non si è niente”. Loro lo sanno, e questo, oggi, è il punto tutto politico da porre al centro del ragionamento. In autunno toccherà alla Spagna. Bene che, anche qui, noi tutti lo si tenga a mente.

Michela Cerimele, Marco Montelisciani

CRS

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