Bismarck e noi

Perché un punto di vista critico del capitalismo deve confrontarsi con la dottrina Macron. Di Dario Grassi e Marco Montelisciani

Bismarck e noi

In una lettera del 25 luglio 1866, Engels parlava a Marx della situazione tedesca. Erano in corso le manovre decisive della guerra tra la Prussia bismarckiana e l’Impero austro-ungarico, tappa decisiva del processo di unificazione politica della Germania. Marx ed Engels consideravano l’autoritarismo prussiano come un nemico irriducibile del proletariato, ma ciò non impediva loro di guardare con interesse al portato progressivo che quell’evento recava con sé. Se Engels enfatizzava il superamento dei localismi che costringevano l’organizzazione politica dei partiti operai al di sotto dell’altezza dei problemi posti dallo sviluppo capitalistico, Marx chiosava nella sua risposta: “Per i lavoratori, ovviamente, tutto ciò che centralizza la borghesia è un vantaggio”.

Il confronto che qui si prova a istituire non va compreso dal lato oggettivo bensì dal lato soggettivo: non si intende sostenere l’analogia tra il processo di nazionalizzazione delle borghesie europee che caratterizzò i secoli dell’età moderna (di cui l’unificazione tedesca rappresentò l’esito più tardo) e quello di continentalizzazione delle borghesie nazionali nell’Europa contemporanea. L’accento va invece posto sulle difficoltà che nella fase attuale il pensiero critico del capitalismo riscontra nell’assumere un atteggiamento pratico e interpretativo politicamente utile: l’incapacità di cogliere il potenziale progressivo di una iniziativa proveniente dal campo avversario è infatti un segno di quella debolezza culturale e teorica che solitamente impedisce una condotta capace di coniugare antagonismo e realismo.

Di quella debolezza sembra essere sintomatica la sostanziale indifferenza con cui la sinistra politica e intellettuale ha accolto la lunga intervista rilasciata ormai un mese fa dal Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron sulla rivista Le Grand Continent, tradotta contemporaneamente nelle principali lingue europee e autorevolmente rilanciata in Italia dal Corriere della Sera.

I due poli attorno ai quali ruota l’argomentazione macroniana sono la nozione di “autonomia strategica” che l’Europa dovrebbe guadagnare sul terreno delle relazioni internazionali e il superamento del cosiddetto Washington consensus, architrave di ciò che chiamiamo neoliberalismo. Sembra di poter dire che questi due poli non possano che stare insieme come momenti cooperativi di un medesimo disegno: senza l’uno, l’altro non è che una formula vuota. Se infatti negli ultimi anni è stata per lo più abbandonata, almeno nei settori più avanzati dell’intellettualità critica, la concezione del neoliberalismo come mera variante della dottrina economica liberista in favore di una più convincente che lo vede come un dispositivo politico di lotta di classe dall’alto capace di esplicarsi storicamente in maniera elastica e persino contraddittoria, l’intervista di Macron suggerisce un legame strutturale tra neoliberalismo e unipolarismo americano, momento portato a esaurimento dall’avanzata della Cina comunista come sfidante dell’egemonia statunitense.

Da est muove l’iniziativa che detta tempi e modi della risposta occidentale e che rompe l’unità strategica tra le due sponde dell’Atlantico. Macron è esplicito: la questione in gioco è troppo radicale perché a cambiarne i connotati sia il fatto che alla Casa Bianca risieda Biden anziché Trump. Nel medio periodo gli interessi capitalistici europei e americani non possono che divergere davanti alle questioni poste dall’avanzata cinese. E l’Europa deve attrezzarsi, cioè deve provvedere alla gestione autonoma dei propri interessi in un contesto internazionale fluido, di fronte al quale la rigidità del suo attuale modello economico e politico deve necessariamente essere superata. Si tratta non solo e non tanto di una revisione delle regole fiscali, ma della costruzione di un capitale autenticamente europeo, una forma altra rispetto al particolarismo dei capitali nazionali, finora legati esclusivamente dal nesso concorrenziale in un assetto istituzionale che si è pensato solo come uno spazio di mercato. La frammentazione geografica, organizzativa e proprietaria del capitale è stata una delle cifre della stagione neoliberale: frammentato doveva essere il capitale, perché frammentato doveva essere il lavoro. La frammentazione è stato il contenuto del piano del capitale nella sua fase neoliberale, caratterizzata infatti da quella che Bellofiore ha chiamato una centralizzazione senza concentrazione. Ma posto di fronte a un rivale sistemico, questo schema perviene a un punto di crisi che impone alle classi dirigenti del capitalismo una stagione di rapida e decisa autoriforma.

Se le classi dirigenti europee sapranno fare i conti con l’insostenibilità, ormai manifesta anche dal loro punto di vista, di tale frammentazione, sarà possibile aprire spazi di ricomposizione e iniziativa dal lato del lavoro. Tanto più perché il capitale europeo sarà capace del cambio di passo di cui necessita solo a condizione che i suoi segmenti più avanzati – quelli capaci di innovare e di anticipare l’evoluzione complessiva delle condizioni di produzione – eviteranno che le classi lavoratrici vengano sedotte e ingaggiate dalle istanze regressive e reattive dei segmenti capitalistici che più hanno da perdere dall’apertura di una fase di discontinuità nella vicenda dello sviluppo del Continente. Se il neoliberalismo è stato la stagione in cui le frazioni dominanti del capitalismo occidentale hanno potuto governare in maniera autoreferenziale le contraddizioni del sistema, insomma, il cambio di fase evocato dalla “dottrina Macron” di fronte alla crisi di quell’assetto sembra poter aprire nuove possibilità di intervento per un punto di vista altro, riproponendo le condizioni oggettive in cui possano tornare a confrontarsi quelli che in altri tempi avremmo definito, da un lato, il tentativo capitalista di utilizzare le istanze operaie e, dall’altro, il tentativo operaio di utilizzare lo sviluppo capitalistico; riproponendo dunque altresì le condizioni oggettive per cui possa tornare all’ordine del giorno il tema di una soggettività politica e sociale capace di intervenire sulle contraddizioni dell’avversario, a partire dalla necessità di condurre a più radicali conseguenze i timidi accenni a concetti come socialdemocrazia, uguaglianza e governo della tecnologia, che oggi vengono dai settori più intelligenti dell’establishment.

Quello di Macron è e resta il punto di vista di un avversario, tutto interno alle classi dirigenti occidentali. Uno dei punti di vista in campo nello scontro interno a quelle stesse classi dirigenti, cui assistiamo, per lo più inermi, da oltre un decennio. Due opposti disegni reazionari vi si oppongono: quello di matrice essenzialmente piccolo-borghese, che in Europa presenta il volto del nazionalismo, e quello di chi resta a guardia delle logiche del Washington consensus, che riconosciamo nei custodi dell’attuale assetto europeo. Individuare le iniziative di parte avversaria che possono presentare una portata progressiva di contro alle opzioni più regressive e reazionarie può rendere possibile un loro utilizzo politico da parte di una forza antagonista. Bisogna a tal fine saper riconoscere gli avversari giusti e quelli sbagliati che la storia di volta in volta offre, per cercare il terreno su cui meglio combattere quelli giusti e da cui più agevolmente escludere quelli sbagliati. Macron è l’avversario giusto che, in questa fase, la storia d’Europa offre a un punto di vista critico del capitalismo. Gli altri, quelli sbagliati, sono gli avversari che costringono la situazione europea al di sotto dei problemi del nostro tempo e mantengono chiuso ogni spazio di manovra politica per le istanze di chi non ha dismesso una prospettiva di alternativa allo stato di cose presente.

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