Camon Ingrao. Tentativo di dialogo sul comunismo. La presentazione (audio e interventi)

Disponibile l’audio della presentazione, tenutasi il 27 giugno presso la Biblioteca Tullio De Mauro di Roma, dell’inedito pubblicato da Ediesse a cura di Alberto Olivetti, che raccoglie il dialogo tra i due intellettuali sulla fine o crisi di una prospettiva, di una visione del mondo, di una idealità. Presidenza di Pino Santarelli. Introduzione di Alberto Olivetti. Hanno partecipato alla discussione Valdo Gamberutti (del quale è anche presente l’intervento scritto), Fausto Bertinotti e Maria Luisa Boccia

Camon Ingrao. Tentativo di dialogo sul comunismo. La presentazione (audio e interventi)

 

Qui il PDF della locandina

Qui la scheda del libro

Qui l’intervento di Valdo Gamberutti

Ordine degli interventi

  • Pino Santarelli (presidenza) – 3:20
  • Alberto Olivetti – 21:55
  • Aldo Gamberutti – 13:24
  • Fausto Bertinotti – 20:51
  • Maria Luisa Boccia (dal pubblico) – 8:55
  • Fausto Bertinotti – 0:52
  • Aldo Gamberutti – 0:58
  • Alberto Olivetti – 8:10
  • Pino Santarelli – 0:50

1 commento

  1. Franco Bianco

    Il confronto fra lo scrittore Ferdinando Camon e Pietro Ingrao – di un livello molto alto, com’è da aspettarsi dalla statura intettuale dei due protagonisti – si è svolto fra Dicembre 1993 e Maggio 1994, attraverso otto lettere e tre (premubilmente lunghi) incontri diretti (talvolta vi ha partecipato anche, con qualche breve intervento, Laura Lombardo Radice, la moglie di Ingrao, insegnante e donna di grande cultura anche per provenienza familiare, che ha avuto una presenza importante nella politica italiana, prima nella Resistenza romana e poi nel movimento femminista e nel volontariato sociale). Doveva nascerne un libro che invece non fu mai pubblicato per la contrarietà del leader comunista, che era rimasto “insoddisfatto” del lavoro fatto. Ingrao spiegò – o almeno provò a spiegare – a Camon, in due lunghe lettere (che fanno parte delle otto suddette), le ragioni della sua “insoddisfazione”. Nella Premessa al libro Camon scrive: «Dialogando con lui sulla sua esperienza di pensare e fare il Comunismo avevo l’impressione che quel che diceva fosse meno di quel che pensava e viveva» (è un’impressione, per la verità, che si riceve anche ascoltando altre grandi personalità della cultura comunista: come se tutte si fermassero un passo prima di quanto potrebbero realmente dire, conservando quote di “non detto” che privano le loro esternazioni di parti importanti – almeno, è questa la sensazione che se ne riceve); «Sto dicendo che – continua Camon -, in un certo senso, chi ha vissuto tutta una vita per fare il comunismo contrae un’esperienza che in un tempo non comunista non è dicibile e non è comunicabile» (e viene da chiedersi quali siano le ragioni vere e profonde di tale “indicibilità ed incomunicabilità”). «Non ne era contento. Finiti gl’incontri, questa insoddisfazione lo spinse a chiedermi che non fossero pubblicati. Lo accontentai». Ora il contenuto di quegli incontri viene pubblicato per iniziativa di Alberto Olivetti, che amministra l’archivio Ingrao, con la piena concordia di Camon che scrive di «offrirlo alla comprensione e alla sofferenza di chi vuol condividerlo»: è oltretutto una giusta soddisfazione “differita”, per l’anziano scrittore..
    Come si è già detto, Ingrao spende due lunghe lettere a Camon, con il quale riteneva di essere in debito morale, per il fatto di vanificare, con il suo “rifiuto”, il lavoro di tanti mesi («c’è stata da parte mia una leggerezza e uno sbaglio nell’accettare. E sono mortificato dal tempo che le ho fatto perdere», srcive fra le altre cose Ingrao a Camon): la ragione che in entrambe il grande leader adduce è, essenzialmente, quella di avvertire nelle risposte da lui date un «deficit di fondo», consistente nella difficoltà – che Ingrao addebita interamente a sé stesso – di «”tradurre” il parlato in scrittura che reggesse quell’intreccio di vicenda personale, di confronto di idee, di riflessione storica»: un’isoddisfazione, insomma, di tipo essenzialmente “letterario”, riguardante «il nesso tra contenuto e forma», come Ingrao stesso dice.

    Senza voler minimamente tacciare Pietro Ingrao di insincerità – lui che ha dato molteplici prove di grande onestà intellettuale, riconoscendo anche molti suoi personali “ritardi” (è stupefacente, lo dico per inciso, che nel libro non vi sia una sola parola, ne dall’uno né dall’altro degli interlocutori, relativa a quello che Ingrao stesso, in un suo libro, definì “l’indimenticabile 1956”: eppure Ingrao era, a quel tempo, direttore de “l’Unità”, lo fu dal 1947 al 1957. Se ne fa un fugacissimo accenno per le rivelazioni Krusceviane su Stalin, ma di Ungheria non si parla mai. Veramente strano) -, l’impressione che si ricava – a mio personale giudizio, naturalmente – dalla lettura attenta delle molte domande e risposte che il libro contiene, nonché dalla rilettura delle due lettere in cui il politico chiede allo scrittore di soprassedere alla pubblicazione, è di tipo diverso: a mio parere Ingrao ha realizzato di non essere riuscito – ma non era un’inadeguatezza sua: era impossibile “in sé”, a mio parere – a dare risposte che contrastassero efficacemente la “lettura” che Camon faceva, e gli proponeva, del fenomeno “Comunismo” e la domanda che balza nelle prime righe della prima conversazione fra i due: «Si può piangere, per la morte del comunismo?». Al tempo di quei colloqui Ingrao aveva meno di ottant’anni, ed il suo cervello era robustissimo come sempre: eppure, per fare solo qualche esempio, alla domanda di Camon «Ingrao, lei mi ha detto, in questa conversazione che va avanti ormai da quindici mesi, che bisogna fare il comunismo anche se non sappiamo se il comunismo sia possibile. Le chiedo: per muoversi, non bisogna credere che è possibile?» Ingrao risponde «No, bisogna credere un’altra cosa: che è necessario. Poiché è necessario, bisogna muoversi……….. Se si può o non si può, non lo può dire questa storia, che stiamo attraversando ora, lo dirà la storia di domani, che non sappiamo cosa sarà», una posizione squisitamente “fideistica” che rievoca certe affermazioni di tipo religioso “ad uso del popolo”, come “se Dio non esistesse, bisognerebbe crearlo”. Ed Ingrao, in quella stessa ultima conversazione, si spinge ad affermare la sua fiducia nel fatto che il Comunismo ritornerà, anche se sarà di un tipo completamente diverso da quello (o da quelli) che la Storia ci ha consegnato: «Il Comunismo di ieri era tutto “fare”, tutto “lavoro”. Il Comunismo di domani dovrà essere anche meditazione e contemplazione, dovrà affrontare le nuove contraddizioni. Al Comunismo “economico” dovrà seguire un Comunismo “vitale”. Dev’essere un comunismo “romantico”, “psicologico”, “sentimentale”, che recupererà anche proposte dell’età pre-industriale, senza ripetere le condizioni sottoumane della vita contadina»: una sorta di “messianismo”, non poco sorprendente, in luogo del “socialismo scientifico”.
    Ad un pensatore della capacità di Ingrao non poteva, a mio giudizio, sfuggire la grande debolezza concettuale, nonché la povertà di “richiamo” sugli altri, di conclusioni di questo tipo: ed è per questo, penso, che decise di non farne niente. Lo dico con tenerezza – Ingrao è un leader al quale molti hanno voluto bene, perché veniva naturale volergli bene -, perché gli deve essere costato molto dover ammettere la fragilità delle sue affermazioni, anzitutto di fronte a sé stesso ed al cospetto di un interlocutore di cui aveva sicuramente grande stima: in definitiva, questo libro è l’analisi di una sconfitta che non lascia speranze dietro di sé. E per chi vi ha dedicato una vita non si tratta di ammissioni facili: per questo, io credo, Ingrao fece “il gran rifiuto”.

    Sono molte le ragioni per le quali la lettura di questo libro risulta non di grande, ma di grandissimo interesse.

    Rispondi

Invia commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Share This