Che cosa ci dicono le primarie francesi?

Facebook Twitter Google+ Stampa La vittoria di François Hollande, che al ballottaggio delle primarie socialiste ha ottenuto il 56% dei voti espressi da 2milioni e 800mila francesi, tra iscritti e simpatizzanti, sollecita alcune considerazioni sui rapporti tra leadership, partito ed elezioni. Si è trattato, intanto, di una vittoria di partito. Nonostante la vaga coloritura demagogica […]

Che cosa ci dicono le primarie francesi?

La vittoria di François Hollande, che al ballottaggio delle primarie socialiste ha ottenuto il 56% dei voti espressi da 2milioni e 800mila francesi, tra iscritti e simpatizzanti, sollecita alcune considerazioni sui rapporti tra leadership, partito ed elezioni.

Si è trattato, intanto, di una vittoria di partito. Nonostante la vaga coloritura demagogica di queste primarie, definite dagli organizzatori primaires citoyennes, ossia “cittadine” o “civiche”, l’affermazione di Hollande non è il classico trionfo di un leader che si serve della base per rottamare l’apparato. E la sconfitta personale di Martine Aubry non equivale ad una delegittimazione del partito come soggetto collettivo. Prima di tutto perché aprire le primarie ai non iscritti significa mettere in conto, sin dall’inizio, la possibile riuscita di un candidato diverso dal segretario. E poi perché Hollande è senz’altro una figura organica al Ps, trattandosi dell’uomo che per ben undici anni, dal 1997 al 2008, ha tenuto le redini del partito rinunciando a qualsiasi ambizione ministeriale.

Non è stata, poi, la ratifica di una leadership già acquisita. Vittorioso al secondo turno con il 56%, Hollande non è stato incoronato da un’investitura plebiscitaria. Il margine è ampio ma non enorme. A riprova del fatto che i socialisti francesi non escono spaccati in due, né tantomeno lacerati, da questa contesa. Ci sono stati durante la campagna, è vero, serrati confronti programmatici tra i candidati. Ma quando il risultato ha assunto contorni nitidi è stata la stessa Aubry a proclamare Hollande, con un gesto plateale difficile da immaginare in altri contesti partitici.

Non hanno prevalso né il carisma, né la giovinezza. Il carisma, ammesso che questo termine rimandi ad effettive dinamiche empiriche, non sembra aver avuto molto peso. Non lo ha certamente avuto se si intende il carisma in senso weberiano, come autorità e carattere esemplare del leader. Hollande è noto per la sua bonomia, tanto da aver meritato le etichette di “molle” e “uomo senza qualità”. E spesso è stato oggetto di un accostamento non troppo lusinghiero con il grigio ex primo ministro Raffarin. Non sembra, inoltre, aver influito nemmeno il carisma inteso come appeal mediatico della figura. L’affascinante Ségolène Royal, ad esempio, ha ottenuto un magro 6,95%. Dal canto suo Hollande, pur dimagrito e reduce da un cambio di look, non si è tramutato d’un sol colpo in Alain Delon. Quanto agli aspetti anagrafici, i 57 anni del vincitore farebbero probabilmente storcere il naso ai sostenitori dello svecchiamento della classe politica.

È stata una vittoria del realismo sui sogni e le narrazioni. Hollande è diplomato all’Ena e magistrato della Corte dei Conti. Politicamente è erede della tradizione socialdemocratica incarnata da Delors (padre della Aubry) e Jospin. Le ultime due settimane di campagna sono state, non a caso, caratterizzate da dibattiti molto tecnici sui “problemi concreti” dell’economia: dall’equilibrio dei conti pubblici al “patto tra generazioni”.

Hollande è in grado di vincere anche le presidenziali? Difficile e prematuro dirlo. In questi casi fa spesso capolino un’“idea ricevuta”, come direbbero i francesi: per conquistare l’elettore mediano il candidato deve avvalersi di specialisti della comunicazione in grado di smussare gli spigoli del suo messaggio e della sua immagine. Si tratta però di un dogma, perché è tutto da dimostrare che l’expertise dei consulenti sia indispensabile e determinante. Il mitico Séguela, spesso citato a sproposito dagli spin doctor di casa nostra, non c’era solo nell’81, quando Mitterrand vinse. C’era anche nel 2002, quando Jospin incappò nella disfatta più umiliante nella storia della sinistra. Dando per scontato che il contributo dei consulenti pesi sul risultato elettorale, bisognerebbe dedurre, allora, che Séguela è stato un peso massimo nel primo caso e una zavorra nel secondo. O forse, più banalmente, che lo “spin” contò poco, nell’una come nell’altra occasione.

È probabile che a contare sarà la politica. Sarkozy non ha ancora sciolto il nodo sulla sua ricandidatura, che comunque appare scontata. Pur di sbarrargli la strada gli chirachiani sembrano pronti a sostenere, al secondo turno, il candidato socialista. La nuova leader della destra radicale, Marine Le Pen, è lanciatissima e probabilmente contenderà alla sinistra il recupero dei molti voti dispersi nell’astensione. Sarà poi essenziale, per gli aspiranti all’Eliseo, trovare il modo di incanalare in proposte politiche l’aspra dialettica sociale che si è manifestata nella Francia degli ultimi anni. D’altronde, in tempo di crisi economica lacerante non è detto che le elezioni si vincano al centro. E non è detto che lo spettacolo debba avere la meglio sulla politica.

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