Cittadinanza, occupazione e reddito

Dagli Internal ai Transitional Labour Markets
Il contributo del settore pubblico
Il reddito e il lavoro nell’arco della vita

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  • “What is at stake is nothing less than abandoning the linear career model” (Rapporto Supiot). Da oltre trent’anni, la già citata letteratura francese di orientamento radicale, ma anche le opere di autori come Meade, Gershuny, Beck e altri ancora, hanno portato in discussione la necessità di congedarsi una volta per tutte dal modello della ‘piena occupazione a tempo pieno’ che ha preso corpo nella Golden Age. In materia di partecipazione al lavoro, il programma di ricerca del seminario prende le mosse da un confronto ravvicinato con questa posizione. A partire dalla seguente precisazione dei suoi termini: non si tratta soltanto di riconoscere, come non si può non fare, che il linear carrer model non appartiene più, da lungo tempo, alla realtà dei fatti; la richiesta è molto più impegnativa, perché in effetti è quella di abbandonarlo anche ‘nel pensiero’, come ideale, bench mark, punto di riferimento.
  • Al riguardo, l’essenziale sta ancora nelle prospettive di espansione materiale già oggetto di esame dal punto di vista del processo di accumulazione. Di nuovo, cioè, si tratta di prendere le mosse dai mercati dei beni e dei servizi (di consumo finale), e di nuovo si tratta di far valere il vincolo che il loro saggio di crescita sia plausibile (= possibile e desiderabile) – al fine, questa volta, di commisurarlo alla necessità di assorbire l’offerta di lavoro che oggi resta priva di acquirenti, o è acquistata a condizioni ‘indecenti’, presentandosi quindi sotto forma di disoccupazione, sottoccupazione, precarietà, discontinuità delle carriere, ecc. L’analogia con l’assorbimento delle enormi quantità di mezzi finanziari che si sono formate negli ultimi decenni dovrebbe essere evidente – e del resto, considerato il nesso occupazione-investimenti, non è soltanto un’analogia.
  • Naturalmente, però, il discorso deve riguardare anche il ruolo del settore pubblico. In proposito, il programma di ricerca prevede di distinguere tra aspetti strutturali e congiunturali, e di mettere nel dovuto rilievo il fatto che i primi comprendono molte situazioni nelle quali i servizi pubblici sono chiamati a prendere il posto delle merci, per ragioni di tipo allocativo (strettamente legate alla nozione di ‘caratteristiche intrinseche’). Di tali ragioni, ancora, il programma di ricerca intende far emergere la forza (maggiore di quella posseduta dalle ragioni di tipo distributivo), grazie alla quale costituiscono parte integrante e cospicua del discorso che verte sulle pretese di egemonia espresse dalla forma merce – ma è chiaro che le possibilità di puntare sul settore pubblico al fine di ottenere incrementi netti della domanda di lavoro aggregata ne escono sottoposte a vincoli stringenti. Inoltre, quando si tratta del settore pubblico, bisogna per forza confrontarsi con le questioni legate al suo livello di efficienza, che non sono da ritenere insormontabili, ma a loro volta, proprio se sormontate, tendono a limitare la quantità di lavoro che esso può assorbire.
  • Affinché acquistino il rilievo che meritano, entrambi i punti che precedono saranno collocati sullo sfondo di una riflessione di carattere più generale, che potrebbe intitolarsi Critica del concetto di occupazione. E’ chiaro che il livello di occupazione è un dato di fatto: per questo aspetto, nulla quaestio. Tuttavia, nel senso comune, è anche un obiettivo, e facilmente, con uno slittamento appena percepibile, finisce per diventare un obiettivo ‘in sé’: così è, in particolare, nel caso dell’affermazione che ‘bisogna crescere’, o ‘tornare a crescere’, perché soltanto in questo modo si possono creare i posti di lavoro dei quali, appunto, vi è bisogno. Concessa la bontà delle intenzioni, i partecipanti al seminario saranno tuttavia invitati a far mente locale su quanto un claim di questo genere, che in effetti domina l’intero discorso pubblico sull’econo-mia, sia fallace. Ovvero, in positivo, a discutere i punti che seguono:
    logica vuole che l’economia (che qui coincide con il Pil) cresca al fine di ottenere determinate quantità di merci e di servizi pubblici, che abbiamo motivo di desiderare;
    il loro ottenimento implica l’impiego di determinate quantità di lavoro, delle quali abbiamo motivo di approvare il costo-opportunità;
    soltanto all’aggregato di queste ultime abbiamo ragione di guardare come a un obiettivo occupazionale, del quale soddisfare le condizioni di raggiungimento.
    Ragionare al contrario, come in effetti accade quando la necessità di crescere sia fatta riposare su quella di aumentare il livello dell’occupazione, equivale a violare (capovolgere) il rapporto che lega il lavoro alla soddisfazione dei bisogni – definiti nello spazio dei ‘funzionamenti’.
  • Ancora, i partecipanti al seminario saranno invitati a far mente locale sul fatto che tutto ciò non implica affatto che il lavoro (qui da intendere come quello remunerato, visto che si tratta dei livelli di occupazione) diventi oggetto di una visione soltanto strumentale, ignara delle sue valenze in termini di autorealizzazione, autostima, manifestazione di capacità, ecc. – in breve, del fatto che il lavoro è, esso stesso, un ‘funzionamento’, e però un ‘bisogno’. Tale esso è senz’altro, e di assoluto rilievo antropologico; ma appunto in quanto sia lavoro, vale a dire un impiego di energie riscattato dalla validità del prodotto, accertata nel dominio pubblico (via sistema dei prezzi di mercato o decisioni allocative assunte dallo Stato). In effetti, nel concetto di lavoro è comunque presente un ‘nucleo’ di strumentalità, già implicito nel fatto che si tratta della produzione di valori d’uso, di ‘cose utili’, riconosciute come tali da coloro ai quali sono destinate (consumatori o cittadini). Questo non impedisce affatto di ravvisarvi il profilo di un ‘valore intrinseco’, che però va colto mettendo a fuoco qualcosa come una non-strumentalità (una ‘dignità’ morale, sociale, antropologica) della stessa strumentalità (materiale). Il che basta a chiamare in causa la sequenza di cui al punto precedente, vale a dire la ‘misura’ (la ‘ragione’, in più sensi) che l’impiego del lavoro deve trovare nelle merci e nei servizi pubblici che abbiamo motivo di desiderare. Diversamente, a ben vedere, ne va del lavoro stesso, cioè proprio della possibilità di ravvisarvi il senso schiettamente umano del manifestarsi di capacità, competenze, ecc., al posto del quale davvero subentra la valenza puramente strumentale di procurare un reddito.
  • Tutte le linee di riflessione fin qui accennate puntano nella stessa direzione della tesi richiamata all’inizio della sezione, che può essere riformulata come segue: effettivamente, all’altezza delle attuali condizioni storiche, v’è ragione di prendere sul serio l’idea che la quantità di lavoro (cioè proprio il numero delle ore) corrispondente al modello della ‘piena occupazione a tempo pieno’ sia maggiore del tempo di lavoro ‘socialmente necessario’, vale a dire della quantità di lavoro che può essere impiegata in modo conveniente. Se così è, Il problema sta nel fatto è che il linear carrer model non risulta più universalizzabile: appunto per questo, cioè per ragioni schiettamente ‘democratiche’, va abbandonato anche ‘nel pensiero’, come ‘idea regolativa’ della lotta contro le condizioni di povertà, insicurezza ed esclusione sperimentate da tanta parte della popolazione attiva.
  • A loro volta, considerazioni del genere portano a prendere sul serio l’idea di incardinare una parte del reddito nella nozione di cittadinanza. Al riguardo, il programma di ricerca del seminario prevede un confronto ravvicinato con le diverse posizioni, più o meno radicali, presenti nel dibattito corrente, leggibili come diversi gradi di ‘disaccoppiamento’, a seconda che un definito ammontare di reddito non venga a dipendere
    dal lavoro professionale in atto (reddito di ‘disponibilità’, ovvero di inserimento, transizione, ecc.),
    dal lavoro professionale in quanto tale (reddito di ‘partecipazione’, alla Atkinson),
    dal lavoro tout court (reddito di ‘cittadinanza’ in senso stretto, incondizionato).
  • Le ultime due ipotesi dialogano direttamente con il quadro interpretativo che verte sulla pluralità dei nessi di socializzazione, con ovvie conseguenze circa il livello di attenzione che riceveranno. In sostanza, infatti, possono essere lette come strategie di radicale ‘sdrammatizzazione’ dei problemi legati alla partecipazione al ‘mondo delle merci’, dal quale, in ogni caso, è destinata a dipendere una parte della soddisfazione dei nostri bisogni di funzionamento. Di preciso, si tratta di incidere a fondo sulla necessità di presentarsi in veste di venditori (della propria forza lavoro) per avere la possibilità di presentarsi in veste di acquirenti (dei beni e dei servizi di consumo finale) – come sembra logico fare, dal momento che soltanto una parte della quantità di lavoro corrispondente al modello del tempo pieno (e senza interruzioni di carriera) può essere ‘collocata’ in modo conveniente, mentre da esso, allo stato degli atti, continua a dipendere il conseguimento di un potere d’acquisto corrispondente a un tenore di vita che almeno sia decente. Così impostata, la questione del reddito di cittadinanza (per stare alla soluzione più radicale) si presta alle seguenti annotazioni, corrispondenti ad altrettanti item del programma di ricerca, che qui tocca il punto più vicino al piano del ‘che fare’:
    moltissimo dipende dalla scelta della fonte di finanziamento. Ragioni sostanziali portano a ritenere che il reddito di cittadinanza debba configurarsi come un ‘dividendo sociale’, nel senso, abbastanza preciso, che deve essere frutto di una qualche operazione di “democratizzazione del capitale” (Solow). D’altra parte, la forza che la tesi può vantare sul piano dei concetti (Solow afferma addirittura che la soluzione in questione è “pretty clear”) non toglie che ragioni contingenti, di fattibilità, consiglino qualche ‘mediazione’;
    in termini ‘strutturali’, l’istituzione di un reddito di cittadinanza fa parte delle condizioni di base (già affidate alla dimensione ‘verticale’ dell’agire politico) necessarie alla ‘fioritura’ di un un’economia plurale. Si tratta appunto di un cambiamento che riguarda (quanto radicalmente dipende dalle risorse) la ‘matrice dei pagamenti’ collegati ai diversi modi di impiegare le proprie capacità di funzionamento che ognuno di noi può scegliere. In questo senso, si può anche parlare di una ‘piattaforma’, e aggiungere che oggi, forse, è quella più importante: il che, però, non toglie che si tratti ‘soltanto’ di una piattaforma, e nemmeno dell’unica che serve;
    in presenza di un reddito di cittadinanza, sembra lecito attendersi che l’individuo ‘rappresentativo’ riduca la quantità di lavoro che offre nell’arco della propria vita, e però, ceteris paribus, che le quantità offerte abbiano maggiori probabilità di essere acquistate (Glyn). Insomma, un effetto di redistribuzione del lavoro (che conviene impiegare) ottenuto, si noti, via scelte ‘personali’. Ancora, un aumento del grado di libertà sperimentato nella scelta della quantità di tempo da destinare al lavoro professionale, remunerato, legato alla sfera d’azione del mercato, e una corrispondente riduzione delle preoccupazioni generate da quest’ultima. Di qui, appunto, la possibilità che (le) altre sfere d’azione ricevano, per così dire, maggiori quantità di ossigeno, che (gli) altri tipi di rapporto abbiano più spazio, respirino più liberamente, ognuno iuxta propria principia;
    conseguenze importanti si determinano anche nella sfera del lavoro professionale in quanto tale. Da un lato, il citato aumento dei gradi di libertà non riguarda soltanto la scelta del quanto, ma anche quella del cosa, del dove e del come; dall’altro, prende forma un doppio movimento, al tempo stesso di perdita e di acquisto. La prima riguarda la cosiddetta ‘centralità del lavoro’, che in effetti, se presa sul serio e riferita al lavoro professionale, come di norma accade, è legata a doppio filo alle pretese di egemonia della forma merce. L’acquisto sta nel fatto che, per quanto propriamente non ‘centrale’, per quanto non meriti il titolo di ‘primo’, il lavoro (professionale) è un bisogno di alto profilo antropologico, sicché la prospettiva che le relative esperienze di partecipazione tornino a essere universalizzabili, appunto per via redistributiva, va riguardata come una limpida ri-affermazione del suo ‘valore intrinseco’. In effetti, secondo la tesi, l’unica possibile – sicché, tra l’altro, contrapporre lavoro e reddito di cittadinanza è un errore grave.

 

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