In colpa di fronte al Dio-Capitale

Facebook Twitter Google+ Stampa Ci sono voluti i morti e i feriti – quelli che purtroppo già si possono contare, e quelli annunciati dalle riforme del mercato del lavoro e delle pensioni – perché si aprisse qualche fessura nel muro di consenso edificato dalla grande stampa attorno al governo dei tecnici. E non è neanche […]

In colpa di fronte al Dio-Capitale

Ci sono voluti i morti e i feriti – quelli che purtroppo già si possono contare, e quelli annunciati dalle riforme del mercato del lavoro e delle pensioni – perché si aprisse qualche fessura nel muro di consenso edificato dalla grande stampa attorno al governo dei tecnici. E non è neanche detto che bastino, perché fa parte del linguaggio della tecnica e del suo potere di incantamento disegnare per sé il regno della necessità e sospingere l’umano nell’abisso del caso. «Casi umani», i suicidi; «casualties» in inglese, la lingua preferita dei nostri prof, le vittime involontarie di guerra, effetti collaterali delle operazioni di polizia internazionale come quella contro lo spread. Prove tecniche di divisione di quello che la politica unisce: il governo di qua, le vite di là. Di bio-politica si tratta infatti nella politica del debito: pretesa, spietata, di governo delle vite, vita del corpo e vita della mente, essere sociale ed essere psichico. Niente resta al riparo dal Grande Ricatto del debito, perché è proprio lì, nella sfera psichica, che esso si impianta: sul senso di responsabilità e sul senso di colpa. Per avere troppo speso, per avere troppo dissipato, per avere troppo desiderato, il soggetto indebitato deve pagare: un debito, s’intende, prevalentemente accumulato non da lui ma dai suoi creditori e dal creditore dei creditori, il Dio-Finanza.In queste pagine smontiamo il meccanismo, riunendo quello che appare diviso – spread e depressione, calcolo costi-benefici e masochismo, furto degli interessi e furto del tempo- e mostrando coincidenze e punti di tangenza: fra economia e morale, fra vita politica e vita psichica. Illuminati, nella crisi globale, dal caso italiano, laboratorio chimico, come al solito, di esperimenti estremi. Solo qui s’è visto con tanta evidenza il salto dall’etica edonistica di Berlusconi, e da un governo biopolitico come il suo che passava attraverso la colonizzazione gaudente dell’immaginario e della sessualità, all’etica sacrificale di Monti e di un governo biopolitico come il suo che passa attraverso il senso di colpa, il rigore e l’autodisciplina. Un’analisi accorta dimostra che questa etica è la conseguenza rovesciata di quell’altra, due facce inseparabili, come la striscia di Moebius, della morale del debito neoliberista. Bisognava essere davvero molto ciechi per non vedere, abbagliati dalla chiusura tutt’altro che politica del ventennio di Arcore, quali continuità si celassero dietro il velo magico della sobrietà.

INTERVISTA DI IDA DOMINIJANNI A MAURIZIO LAZZARATO, AUTORE DI “SAGGIO SULLA CONDIZIONE NEOLIBERISTA”, DeriveApprodi 2012. Il debito è il motore economico e soggettivo dell’economia contemporanea: cuore strategico, fin dall’inizio, delle politiche neoliberiste, basate ieri sulla formazione e oggi sulla riparazione di enormi deficit pubblici; cuore pulsante delle politiche di costruzione della soggettività, basate ieri sull’etica del consumo e del godimento, oggi sull’etica del sacrificio e della colpa. L’uomo indebitato, esito rovesciato dell’ «imprenditore di se stesso» protagonista delle retoriche degli anni Ottanta e Novanta, è l’abitatore delle società contemporanee: prodotto del neoliberismo e suo potenziale affossatore, purché sia capace di decifrarne e contestarne non solo le politiche economiche ma anche e in primo luogo le ingiunzioni morali.

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