Contro il terrore, la razionalità della politica

L’unico modo per non lasciarsi sopraffare dal terrore è il ritorno alla razionalità. Occorre comprendere nel profondo le ragioni che stanno alla base di ciò che sta avvenendo e mettere in campo un’azione politica di respiro strategico per sconfiggere il terrorismo e ricostruire un ordine pacifico e duraturo per il Medio Oriente e per il mondo.

Contro il terrore, la razionalità della politica

Siamo tutti scioccati, abbiamo tutti paura. Shock e paura rischiano sempre di offuscare la mente, di compromettere la nostra capacità di leggere con lucidità la realtà che ci circonda e di farlo anche in relazione ai sentimenti e le emozioni che pure inevitabilmente divengono, in questi casi, dati di realtà che entrano prepotentemente sul terreno della storia, in qualche modo condizionandone il corso. Eppure non si può rinunciare a capire, ad avere una lettura lucida di ciò che accade. L’alternativa è lasciarsi prendere dal panico e concedere troppo all’emotività quando si tratterà di pensare a come reagire, a rischio di scivolare sul terreno della barbarie, quello in cui i terroristi si trovano più a loro agio.

Si leggono tante cose, in queste ore, quando ancora troppo poco è chiaro di ciò che è accaduto questa notte in quella che è, per storia tradizione e portato culturale, una delle più importanti capitali della nostra civiltà europea e dunque, in senso stretto, occidentale. E in un paese come il nostro, in cui l’informazione e il dibattito sulle questioni internazionali soffrono di un provincialismo e un conformismo senza pari, il rischio che nel momento dello shock si dicano sciocchezze è ancora più alto. Sarà bene dunque stabilire da subito alcuni punti, ripristinare alcuni dati di realtà.

Lo Stato Islamico del Levante (ISIL o ISIS) nasce nel 2006 nell’Iraq dell’occupazione statunitense. Quella guerra, l’invasione, l’occupazione, la distruzione dello stato iracheno, lo scioglimento delle forze di sicurezza e dell’esercito sono gli antefatti senza i quali ISIS non si spiega. E dunque no, non aveva ragione Oriana Fallaci che quel dissennato intervento militare sponsorizzava in nome di una insostenibile teoria dello “scontro di civiltà”: avevamo al contrario ragione noi a sostenere che le azioni imperialistiche dell’Occidente non potevano che rafforzare l’estremismo politico che nel mondo arabo utilizza la religione per auto-giustificarsi e diffondersi nelle masse popolari. E che può farlo a maggior ragione perché in Occidente c’è chi teorizza, esattamente come Al Quaeda e ISIS, come Bin Laden e Al Baghdadi, l’esistenza di uno scontro di civiltà tra Oriente e Occidente, cioè tra noi –l’Occidente secolarizzato- e un Islam che rifiuta ostinatamente di piegarsi alle pretese universalistiche del nostro modo di vivere.

Dopo essere nato nell’Iraq dell’occupazione, ISIS cresce e si fa forte alla vigilia e poi dentro il contesto della guerra civile siriana. Cresce, si fa forte e si struttura come Stato con un suo apparato amministrativo e burocratico, mentre i servizi di sicurezza occidentali attraverso la stampa omologata ce ne parlavano come dei “combattenti per la libertà” che lottavano contro il tiranno Bashar Al Assad. Qualcuno dovrà chiedere scusa per avere irriso e delegittimato chi poneva dei dubbi sulla narrazione infantile che per oltre tre anni è stata fatta di quanto accadeva in Siria: da una parte i buoni, gli amici dell’Occidente e degli Stati Uniti; dall’altra i cattivi, i nemici della libertà, gli stati canaglia alleati della Russia. E, diciamolo, per fortuna che Vladimir Putin ha avuto la lucidità e la forza di spostare (dopo una telefonata con Jorge Mario Bergoglio, pare) due portaerei nel golfo persico per dissuadere il premio Nobel per la Pace Barack Obama, che voleva andare a bombardare la Siria per aprire la via di Damasco ai “combattenti per la libertà”.

L’impianto di quella narrazione è però a un certo punto collassato, quando i taglia-gole hanno iniziato a colpire non più solo i musulmani sciiti, i curdi e i cristiani copti ma anche e con sempre maggiore impatto mediatico nostri concittadini occidentali. La narrazione è collassata, ma questo non ha scalfito l’inossidabile linea politica dell’Occidente, che ha continuato a ritenere prioritaria la destituzione del Presidente legittimo (tecnicamente legittimo, non vuol dire che sia per forza gradevole) della Siria. Nel frattempo a combattere sul campo i taglia-gole di ISIS erano le milizie curde del PKK, nella loro eroica resistenza a Kobane, reparti dell’esercito sciita dell’Iran, Haezbollah e l’esercito di Bashar Al Assad indebolito da anni di attacchi concentrici. Tutto mentre, ormai è il segreto di Pulcinella, la Turchia (membro della NATO) e i nostri alleati sauditi si giocavano il loro subdolo sostegno a ISIS rispettivamente contro i curdi e contro gli sciiti oltre che, indirettamente, contro la Russia. Per non parlare dell’ambiguità del ruolo di Israele, che vede ovviamente in Assad e nell’Iran komeinista i suoi principali nemici.

E dunque no, Matteo Salvini non può prenderci in giro affermando che il problema sono gli arabi (mentre gli arabi sono quelli che combattono maggiormente ISIS oltre a essere quelli che maggiormente ne subiscono la violenza cieca) e allo stesso tempo che Israele è “una forza pacifica e alleata”. Ha anzi ragione Massimo D’Alema a dichiarare, significativamente oggi, che la politica estera dell’Unione Europea non può continuare a farsi dettare la linea dagli interessi di Israele. E neanche, aggiungiamo noi, da quelli degli Stati Uniti d’America.

Occorre scardinare la dinamica delle potenze regionali che investono politicamente (e non solo) su ISIS per combattere una vigliacca guerra per procura contro Paesi e Governi considerati scomodi, magari accordandosi, secondo il vecchio principio dell’eterogenesi dei fini, con altri nemici che hanno a loro volta altri obiettivi politici strategici. Per farlo sarebbe necessario uno sforzo politico mastodontico, che veda USA, Russia, Cina, Iran e Europa sedersi sullo stesso tavolo per decidere la distruzione di ISIS e l’isolamento degli Stati che finanziano e promuovono anche culturalmente il terrorismo, oltre che un serio processo di stabilizzazione dell’area. E’ la proposta che Vladimir Putin fa da quando è scoppiato il caos siriano, forse sarebbe stato bene prenderla da subito in considerazione.

Questo è infatti l’unico presupposto possibile per affrontare gli altri due nodi politici che fanno da base al fenomeno terroristico. Uno riguarda direttamente il mondo islamico, l’altro l’Occidente.

C’è un problema ideologico gigantesco nell’Islam, un problema chiamato wahhabismo. Questa è una corrente dell’Islam che offre una lettura letterale del Corano e che considera nemici dell’Islam tutti coloro i quali non adottano una visione integralista della religione. Tale lettura, sempre relegata in una posizione estremamente minoritaria nel mondo islamico e che non era accettata neanche nell’età dei quattro califfi (i discendenti diretti di Maometto), fu promossa e propagandata dall’Arabia Saudita sin dagli anni ’30 del ‘900. Il wahhabismo è stato il brodo di coltura dell’estremismo terrorista, l’Arabia Saudita il suo ideologo e sostenitore. In primis dunque l’Occidente deve cambiare schema di alleanze nel mondo arabo: occorre sganciarsi dall’Arabia Saudita e aprire un dialogo serio, profondo, strategico e non occasionale con gli Stati, i governi, i popoli e i partiti che seriamente combattono il terrorismo. Questi oggi sono principalmente Siria, Iran, curdi e Haezbollah. Reintegrare Siria e Iran nella comunità internazionale, insieme ovviamente a scongelare i rapporti con la Russia, a cui bisogna riconoscere il ruolo che inevitabilmente merita sullo scenario geopolitico e che non può sopportare l’accerchiamento che la NATO sta tentando da anni; dare finalmente una terra e uno Stato al popolo curdo, mettendo fine alle persecuzioni che da un secolo la Turchia porta avanti ai suoi danni; favorire il dialogo nazionale in un Paese chiave come il Libano, completando l’integrazione di Haezbollah nel sistema politico.

Ma tutto questo non può bastare, perché non possiamo evitare di porci il problema del consenso che l’estremismo incontra in fasce sempre più ampie delle popolazioni del medio-oriente, del nord e del centro dell’Africa: cessare le politiche di sfruttamento coloniale; cessare il sostegno a governi retrogradi, autoritari e corrotti che assecondano gli interessi economici dell’Occidente; e dare finalmente una terra, uno Stato, un riconoscimento al popolo martire della Palestina, vittima dell’oppressione israeliana sostenuta dall’Occidente, che rimane ancora oggi la questione simbolicamente più importante per centinaia di milioni di arabi.

L’altro problema riguarda più direttamente noi e lo stato della nostra civiltà. Non possiamo ignorare o far passare inosservato il dato agghiacciante di attentatori europei che colpiscono nelle nostre città in nome dell’estremismo islamista, così come non possiamo farlo con il dato delle migliaia di giovani europei (anche italiani), nati e cresciuti in Europa, che si arruolano nelle file del jihadismo. La distruzione dello stato sociale, l’aumento delle disuguaglianze, l’espansione e l’abbandono delle periferie urbane hanno prodotto ampi strati di ceti sottoproletari espulsi non solo dalla produzione, dal lavoro e dall’accesso ai servizi sociali ma anche dallo stesso sentimento di appartenenza che l’Occidente ha per secoli saputo suscitare grazie alla fascinazione esercitata dai principi cardine della sua identità: quelli della Rivoluzione Francese e quelli della cristianità. Viviamo in un immenso vuoto di senso nel quale tutto si riduce nel qui e ora dell’individualismo edonista e consumista in cui la catena produzione-consumo-godimento invade ogni sfera della vita assumendo valore esistenziale e identitario nella costruzione delle soggettività personali e collettive. Al di fuori di quella catena del valore e dei valori, valorizzante e soggettivante, tutto è privo di senso: lo è la dimensione sociale e l’incontro con l’altro, la dimensione del sacro e l’incontro con il trascendente, la dimensione politica e l’incontro con il potere. E nel vuoto di senso di chi è escluso da quella catena si insinua la propaganda dei fondamentalisti, che propongono un senso dell’esistenza diverso e più accessibile nella sua crudezza criminale. Se ammazzare persone in nome della jihad e di un progetto geopolitico che richiama un fatto del V secolo risulta per migliaia di nostri concittadini più sensato che trascorrere una vita di esclusione dalla catena di valore antropologico del nostro Occidente secolarizzato, non possiamo fare finta che non sia anche un nostro problema.

 

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