Crisi, debito e lavoro

Brano tratto dal saggio di Michele Prospero “Economia e politica della crisi” contenuto nel numero 3-4 2012 di Democrazia e Diritto dal titolo “Critica della crisi”

Crisi, debito e lavoro

critica della crisiLa categoria che viene oggi più utilizzata per spiegare la crisi è quella di grande contrazione. Si tratta di una nozione che sfida gli approcci economici dominanti che, con il culto del breve raggio e con i ritrovati della matematizzazione dell’economia, escludevano il tempo della crisi come concepibile. Nel capitolo 21 del secondo libro del Capitale (quello dedicato alla riproduzione allargata) Marx dice che nel sistema economico moderno l’ordine è solo un’ipotesi. Qualche riga oltre aggiunge che “l’equilibrio è un caso”. Per certi versi l’ordine economico è un problema, non la crisi che parrebbe invece connessa a un meccanismo decentralizzato che confida nella possibilità di configurare un sistema in sé coerente a partire dall’intreccio atomistico di molteplici transazioni individuali. La crisi è già incorporata nel congegno, l’equilibrio è solo un’ipotesi che procede a tentoni tra scosse e assestamenti. Se la crisi è insita nel sistema, non tutte le crisi sono equivalenti. Alcune partono dall’indebitamento del singolo agente che precipita nell’insolvenza altre dal carico eccessivo del debito pubblico. La grande contrazione contiene entrambi i momenti e decostruisce i moduli dell’integrale matematizzazione dell’economico.

Per gli economisti che si avvalgono di modelli razionalistici di stampo deduttivo per trascendere la dura realtà, non esiste alcun rapporto esteriore che possa valere come un dato e quindi non c’è alcuna condizione di incertezza, di rischio. La finanza e le preferenze degli agenti di mercato appartengono al mondo della certezza realizzato. Nel mercato gli obiettivi sono decentrati e ciò garantisce il trionfo del calcolo che segue una retta via e sfugge a ogni paralisi. La ratio dell’attore (micro) definisce l’ordine del sistema (macro). La stessa caduta in un mondo delle scelte informate e delle aspettative razionali è nient’altro che una devianza standard prevedibile e riassorbibile. C’è insomma solo “il rischio calcolabile” che non intacca la ragione complessiva del meccanismo e non determina imprevisti insuperabili con effetti destabilizzanti sull’equilibrio. L’ordine predomina sempre perché il mercato è fondato sulla cura dell’interesse consapevole affidata a ciascun attore che nella sua solitudine decide con coerenza e previsione accurata quale scelta è preferibile. Con gli assiomi dell’utilità personale attesa si postula un ordine incardinato sulle stesse preferenze degli attori. Quando la crisi scoppia la realtà smentisce i modelli deduttivi che si rivelano degli sterili giochi vuoti che cavalcano la scialba illusione di trasformare l’incertezza in un episodio controllabile, di tramutare l’imprevisto in un rischio calcolabile entro un sistema che permane sempre in equilibrio.

Le banche centrali, che più di altri organismi sono delegate alla custodia della certezza in un ordine non scalfibile da alcuna perturbazione esterna, rivelano però una inclinazione all’errore previsionale perché le loro congetture razionalistiche poste alla base dei modelli formali si rivelano del tutto fallaci nella comprensione della dimensione macroeconomica che presenta rapporti, contingenze. “Meno del 4 per cento di tutte le 360 previsioni pubblicate tra il 1992 e il 1999 erano corrette”. Per questo l’equilibrio è solo un’ipotesi non un dogma. Con la matematica l’economia cerca invece di occultare con una formalizzazione estrema quelle che Galbraith chiamava le “tendenze suicide del sistema economico”. Che invece persistono e semmai si accrescono ancor più in un’età in cui domina l’attrazione fatale per l’orgia speculativa, la quale conferma che “nella comunità finanziaria il senso di responsabilità per la comunità nel suo insieme non è piccolo. È quasi nullo”. La rilevanza del fattore finanziario non significa che la crisi abbia come causa effettiva la condotta senza remore dell’uomo d’affari che con le sue speculazioni capricciose altera un meccanismo coerente infranto dalle ripetute devianze. La contrazione non indica la crisi diagnosticata da Schumpeter, cioè la distruzione creatrice come dispositivo fisiologico per l’innovazione ciclica contingente. È piuttosto una ridislocazione più profonda dei rapporti tra economia e diritto, tra società e Stato, tra Paesi e aree nello spazio dell’economia mondo. All’origine della crisi c’è la contraddittoria coesistenza di una incrementata propensione al consumo e di una restrizione dei redditi da lavoro. Questa altro non è che la contraddizione che mina il capitalismo.

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