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Una pillola di marxismo contro tutti i fondamentalismi

Ultima modifica: domenica 26 marzo 2006

Parla Maria Turchetto: "Ogni teoria deve assumere l’aleatorietà storica, perché non può pretendere di spiegare tutto il reale attraverso le proprie formule"

Roberto Ciccarelli

“Sono il capo spirituale dei materialisti”. Al telefono Maria Turchetto, filosofa (o meglio “filosofa pentita” come preferisce definirsi) esperta di Louis Althusser, con studi alla Normale di Pisa e un insegnamento di Storia del pensiero economico a Venezia, ride. Conferma di essere la direttrice dell’“Ateo”, il periodico dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, ma non nasconde la lunga collaborazione con il Vernacoliere. “Ho raccolto – aggiunge con voce squillante e un accento veneto spiccato – alcuni articoli in un librino”. Il titolo è tutto un programma: Carognate, cazzate e consigli (Edizioni Spartaco, pp. 167, Ä12). Recensioni, piccoli pamphlet ad uso di lettori digiuni di filosofia ma abituati a tirate ironiche e spiazzamenti iconoclasti. Gli obiettivi: i soloni della filosofia italiana, da Salvatore Veca a Emanuele Severino. Senza trascurare Vasco Rossi, Oriana Fallaci e i consigli “di una vecchiaccia cattiva alle brave ragazze” – rovesciamento ironico di un antico slogan del movimento femminista. Firmato: il Turco. Senza contare che Maria Turchetto ha anche un sito internet personale http://www.ilturco.org/, pieno di gatti e di testi, seri semiseri e altro ancora. Con frecciate filosofiche a papa Ratzinger e al cardinal Ruini.

“Il mio è un percorso filosofico un po’ tortuoso – racconta -Sono partita da studi economici. Ho avuto come maestro Gianfranco La Grassa e ho incontrato da subito Marx nella lettura che ne dava il filosofo francese Louis Althusser. Mi sono esercitata sul Capitale sin dall’inizio. Ho avuto poi una parentesi filosofica che per altro mi è stata molto utile perché ho conosciuto così anche il Marx dei filosofi. Ho così iniziato a studiare i rapporti tra Marx e la scuola storica tedesca, Weber, il Methodenstreit - il vasto dibattito sul metodo delle scienze sociali apertosi con la crisi dell'economia politica classica. Studiando questo periodo mi sono messa sulle tracce del neo-kantismo che ha alimentato una cultura delle scienze sociali molto interessante. Collocare Marx in questo contesto è stato molto stimolante, perché è un contesto molto diverso rispetto a quello hegeliano cui Marx viene tradizionalmente ricondotto. In questo senso si relativizza la vecchia idea che Marx sia la summa della scuola classica dell’economia inglese e delle filosofia classica tedesca. Marx si andava così ricollocando in un contesto moderno, molto più vicino alle tematiche filosofiche novecentesche. E il Marx che risultava da questo confronto era un Marx molto simile a quello di Althusser”.

Dal 1995 Maria Turchetto segue le attività dell’"Associazione Louis Althusser" (http://www.althusser.it) che organizza cicli di lezioni e conferenze, redige un bollettino e ha una collana di nuove traduzioni del filosofo francese con la casa editrice Mimesis, con la quale ad ottobre 2006 uscirà la nuova traduzione dei seminari che compongono Leggere il Capitale. “Ho sempre creduto – afferma Turchetto – che prima o poi ci sarebbe stata una Marx-renaissance. Marx è un autore troppo importante per la lettura della società contemporanea per potere essere messo tra parentesi troppo a lungo. Oggi possiamo dire che un rinascimento marxiano sia stato avviato anche grazie all’edizione critica delle opere sulla quale sta lavorando la Internazionale Marx-Engels-Stiftung che pubblica la Marx-Engels-Gesamtausgabe”.

Il vostro lavoro su Althusser si inserisce in questa Marx-renaissance?

Sono pienamente convinta che la riscoperta di Marx passi oggi anche attraverso Althusser, perché la lettura althusseriana ci consegna un Marx non solo liberato dall’interpretazione ortodossa ma decisamente all’altezza dei tempi. L’operazione di Althusser, d’altra parte, non è indolore: fa violenza allo stesso Marx in quanto gioca una parte di Marx contro lo stesso Marx.

In che senso?

Althusser è stato uno dei primissimi marxisti a ripulire la logica del capitale dai residui di hegelismo. Si trattava di cogliere le effettive scelte epistemologiche di Marx “nascoste” in un linguaggio ancora hegeliano: ad esempio l’idea di “tutto strutturato a dominante” - un concetto vicino a quello di “sistema”, nel senso in cui lo usano i biologi - dietro il termine “totalità”. In secondo luogo Althusser inizia a pensare un Marx non teleologico, contro quella tradizione del marxismo ortodosso che leggeva nella successione dei modi di produzione un percorso necessario verso il comunismo. Althusser rompe anche con il soggettivismo, altra faccia di quella tradizione che considerava la storia - la stessa storia dello sviluppo del modo di produzione capitalistico - come il prodotto della volontà di un soggetto come la classe operaia. Althusser sosteneva invece che il capitalismo era in realtà il prodotto di un processo senza soggetto, in altre parole della dinamica dei rapporti di classe.

Che cosa intende quando parla di tradizione del marxismo ortodosso?
Fondamentalmente, il marxismo della Terza Internazionale. La sua idea portante era la cosiddetta dialettica tra forze produttive e rapporti di produzione. Le forze produttive spingono i rapporti di produzione, sono quindi il motore della storia. Althusser rovescia quest'idea, mettendo al centro i rapporti di produzione. Si trattava in primo luogo di recuperare la nozione, dal momento che il marxismo terzinternazionalista riduceva i rapporti di produzione al mercato e alla proprietà privata. Althusser ci è servito per scoprire un’altra lettura dei rapporti di produzione, per intenderli come modalità specifiche della produzione, divisione in ruoli dominanti e subordinati nell'ambito specifico della produzione. Risultava così evidente che le forze produttive - la tecnica, se vogliamo - cui la tradizione ortodossa affidava le magnifiche sorti e progressive dell’umanità, non sono affatto neutrali, ma sono plasmate dai rapporti di produzione e li riproducono. Ne derivava, tra l’altro, un’inedita possibilità di critica del cosiddetto “socialismo reale”, ben più potente delle formule del culto della personalità o del socialismo burocratizzato con cui allora veniva affrontato il problema dello stalinismo. Penso ai lavori di Charles Bettelheim in Francia - nella collana “Althusseriana” della Mimesis abbiamo recentemente riproposto, di questo autore, Calcolo economico e forme di proprietà, interessante proprio perché mostra la costruzione in atto di un armamentario critico a partire dal concetto di rapporti di produzione. Penso ai lavori che in Italia, in quegli anni, ho proposto insieme a Gianfranco La Grassa.

In che modo allora la nuova riedizione delle opere completa questa critica impostata ormai da decenni?

Ci aiuta ad usare Marx oltre i suoi limiti. A scindere finalmente la coppia di gemelli siamesi costituita da Marx ed Engels così come la tradizione ortodossa ce l’ha tramandata. Da questo punto di vista trovo una singolare convergenza tra la lettura di Althusser, quella che a suo tempo ho condotto con Gianfranco La Grassa, e l’operazione filologica della nuova Mega, da cui emerge un Marx non interpolato da Engels che risulta notevolmente diverso da quello che abbiamo letto finora. La lettura di Althusser ha anticipato questa novità. Oggi si tratta di approfondirla. Come ho detto, Althusser non si limita a cercare il “Marx autentico” al di sotto delle interpolazioni, è molto più radicale e gioca una parte di Marx contro lo stesso Marx. Ma Michel Foucault ci ha insegnato che tutte le unità culturali possono essere rimesse in discussione, persino quell’unità che appare così scontata ed empirica che è l’autore. Credo che sia un’operazione legittima, anche perché non penso che questo ritorno a Marx sia finalizzato ad ottenere un Marx puro, ma un Marx all’altezza della lettura della società attuale.

Qual è l’attualità politica e culturale di questa lettura?

In passato l’obiettivo polemico era l’Accademia delle scienze sovietiche, l’ortodossia che aveva congelato tutti i marxismi europei, nonostante le critiche di tipo filosofico, nonostante lo storicismo e il gramscismo. Tentativi che non hanno purtroppo prodotto una visione diversa del marxismo. Oggi è importante riprendere le fila di questo discorso in positivo, con l'obbiettivo di comprendere la società contemporanea. Gli strumenti concettuali di Marx sono importanti, perché non credo che con categorie generiche come Occidente o Tecnica - scritte con la maiuscola, come usano i filosofi - si vada molto in là. Preferisco confrontarmi con il capitalismo con le categorie di modo di produzione, rapporti di produzione.

E’ stato detto che il crollo del socialismo reale ha causato il crollo di un’intera teoria marxiana. A suo parere esiste oggi uno spazio per riprendere questa teoria?

Sicuramente questo è successo. Proprio perché non si erano fatti i conti con quella realtà sociale che noi iniziammo a criticare. E tantomeno questo è accaduto dopo l’89, quando c’è stata una vera e propria rimozione del problema e diventava tabù mettere alla prova le categorie marxiane per interpretare la vicenda storica che ha portato al fallimento del socialismo. Io credo invece che anche oggi la nozione di rapporti di produzione possa dare almeno in parte conto del crollo di questo sistema sociale. Credo che oggi ci sia tutto lo spazio per rilanciare anche una politica a partire da Marx. Ma occorre estrapolare dalla sua opera tutto ciò che esula da una visione teleologica e confrontarsi con la contingenza politica sapendo che non è possibile prevedere un esito positivo, rinunciando a pensare che la storia lavora per noi.

Affidandosi alla contingenza politica, come suggerisce la tesi del materialismo aleatorio di Althusser, non significa rinunciare a qualsiasi prospettiva strategica?

La tesi del materialismo aleatorio dell'ultimo Althusser non significa affatto che si debba andare a casaccio. Significa pensare in modo diverso quello che negli anni Settanta si definiva il problema della transizione da un modo di produzione all'altro. Non ci sono “leggi della storia” - come l’inesorabile sviluppo delle forze produttive cui si affidava il marxismo terzinternazionalista - che ci traghettano automaticamente da un modo di produzione all'altro. Non ci sono soggetti storici predefiniti - come la classe operaia - che si incaricheranno di guidare la trasformazione. E naturalmente non c'è un esito scontato. Il capitalismo non è il risultato di una univoca e prevedibile legge di trasformazione della società feudale. E' il prodotto dell’“incontro” di molti processi diversi, dell’emergere di nuovi soggetti, della concomitanza di varie circostanze: elementi diversi che ad un certo punto hanno “fatto presa” dando luogo a una struttura di rapporti sociali capace di autoriprodursi. Un progetto politico di trasformazione deve fare i conti con una doppia difficoltà: da un lato, l’inerzia della riproduzione capitalistica, difficile da spezzare; dall'altro, la mancanza di garanzie circa l’effettiva “presa” di nuovi rapporti. Ma questo non vuol dire che la conclusione di Althusser sia scettica rispetto alla politica. Credo invece che sia necessario oggi relativizzare la pretesa della teoria di fornire spiegazioni totalizzanti e onnicomprensive della società e della storia. Il marxismo ortodosso è solo una delle esemplificazioni, ma pensi a teorie come lo scontro delle civiltà che mirano all’essenzializzazione di categorie come Occidente o Islam per spiegare la conflittualità interna o a quelle che condannano la modernità perché sarebbe un’epoca dominata dalla Tecnica che sottomette la vita al proprio progetto. Ogni teoria deve assumere l’aleatorietà storica, perché non può pretendere di spiegare tutto il reale attraverso le proprie formule.