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Fantapolitica in nome di Hegel e Spinoza

Ultima modifica: sabato 4 febbraio 2006

Giuseppe Allegri

Jean-Bernard Pouy, Spinoza incula Hegel (Castelvecchi, 2005). Le gesta epiche di Julius-Spinoza potrebbero essere narrate e condivise in Porta Ticinese, a San Lorenzo, al Pratello e nei mille posti di ritrovo da parte di quelle singolari moltitudini che creano transitorie comunità amicali-desideranti

Il fulminante libretto di Jean-Bernard Pouy, Spinoza incula Hegel, di recente traduzione italiana (Castelvecchi, 2005, pp. 103, 9,50 €) è un vero e proprio cult della gauche radicale e movimentista d’oltralpe da ormai un ventennio e metafora iperrealistica delle «gesta epiche, barricadere e molotoviste, del Maggio Sessantotto».

Il protagonista di questa fiction spinozista è Julius Puech, soprannominato Spinoza: «la testa pensante e il nervo della guerra della Fas», la Frazione Armata Spinozista composta da 11 formidabili compagni lanciati nella «leggenda del Crash». In uno scenario a metà tra Mad Max, atmosfera neuromance à la Gibson e il continuo, derisorio, richiamo alla crashitudine ballardiana, il nostro si muove abbigliato con «vestiti neri, cintura di coccodrillo, Smith & Wesson» («l’immagine della morte»), ma anche: «sciarpa di seta, capelli tinti di rosso, stivali di lucertola viola, andatura un po’ danzante» (la «vita»).

Julius-Spinoza ci narra in prima persona come si è formata la Fas e come procede verso l’assalto finale contro «questi Giovani Hegeliani di merda»: una «banda putrescente di intellettualoidi che vengono dall’high society parigina, avariata, sentenziosa, semiotico-maoista». Intorno, Parigi e la Francia intera erano sprofondati, in uno scenario di desolazione post-atomica, in una condizione di guerra civile ed il nostro eroe veniva cacciato dai suoi colleghi «per aver scritto ABBASSO IL LAVORO su un camion per l’immondizia, anzi…per i cadaveri». Da quel momento Julius-Spinoza forma la comunità spinozista: «mi sono messo alla ricerca di quegli amici con cui parlavo, in quella che era stata l’atmosfera confortevole e ovattata della Sinistra di prima del bordello, di abolizione del salariato, del valore d’uso, del potlach, di Cronstadt, di Makhno, di merce, di spettacolo, in pratica di tutto, di niente, della vita». Quindi si arriva al giorno dell’Assemblea generale (Ag) dei gruppi Crash, «l’assemblea dei dementi di ogni luogo»: «è allora che sono partite le sfide, le regole, il sangue, lo sterminio della Sinistra per mano della Sinistra, del malato infantile per mano del malato senile».

Ecco il cuore, provocatorio e spavaldo, della fantasmagorica narrazione di Pouy: una satira feroce, spietata, al fulmicotone dell’intellighenzia gauchiste, delle proprie ortodossie e dogmatismi, del cinismo e della violenza, della vocazione settaria e suicida che ha contraddistinto il suo incedere pre- e post-sessantottardo. Per mettere alla berlina e sconfiggere questa tendenza depressiva-repressiva l’incedere della narrazione è sempre in bilico tra cinismo ed ironia, con una spiccata attitudine a non prendersi mai sul serio, al punto che il momento in cui è coniato lo slogan del titolo si risolve in una patetica e imbelle scena di assalto di uno Spinozista morente agli Hegeliani. E qui si inseriscono trovate geniali, come i proverbiali giochi di parole sui nomi dei gruppuscoli: citiamo solo (per non togliervi il gusto di centellinarvi gli altri nella lettura) i «tossico-ecclesiastici» del «gruppo Fourier Roses», celebri per un uso poco convenzionale del tabernacolo.

Per quanto ci riguarda Spinoza sembra giocare a carte scoperte con la creazione di immaginario tramandato e condiviso con quelle nuove generazioni che si sono messe in gioco sul finire del secolo scorso: perciò in molte pagine si respira l’atmosfera familiare al lettore italiano del Philopat della Banda Bellini, ma anche delle epopee di Blissett–Wu Ming, mentre in alcuni passaggi si scorge la sagoma sbilenca e losca di uno Zanardi parigino. Per altri versi ci verrebbe quasi da inserire questo libello nel solco delle narrazioni delle nottate anni ’50-’60 nella «Kansas City» (e poi nel bar Giamaica) di Bianciardi, così come tra le notti infuocate degli altri libertini e dei «weekend postmoderni» di tondelliana memoria.

E allora le gesta epiche di Julius-Spinoza potrebbero essere narrate e condivise in Porta Ticinese, a San Lorenzo, al Pratello e nei mille posti di ritrovo da parte di quelle singolari moltitudini che creano transitorie comunità amicali-desideranti. In barba agli uomini d’ordine di tutte le risme (da Sarkozy a Cofferati), che vorrebbero imporre coprifuochi e proibizionismi, quelle moltitudini «urlano alla notte nera e sinistra» e lavorano con lentezza, ma anche con la lucida frenesia di vite precarie, votate ad «astrarsi dal riposo che deriva dalla certezza di avere un avvenire»; soprattutto, con Julius-Spinoza, vivono, sentono, riflettono, quindi «intravedono le faglie, le debolezze, le disattenzioni e tra quelle possono insinuare movimenti strategici, investimenti tattici». Per questa estate: più pastis per tutti e che Baruch sia con noi, spinozisti impenitenti, nella ricerca di tattica e strategia.