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Le risorse logiche dell'azione creativa

Ultima modifica: sabato 4 febbraio 2006

Filippo Del Lucchese

Fare cose nuove con le parole: l'ultimo saggio di Paolo Virno, uscito da poco per Bollati Boringhieri con il titolo Motto di spirito e azione innovativa. Per una logica del cambiamento, ruota intorno a questo nucleo teorico. Tracciando un sentiero che connette la filosofia del linguaggio e quella della politica

Giungendo ai confini del Mar Glaciale, Pantagruele e i suoi compagni odono voci misteriose portate dal vento. È uno dei luoghi più affascinanti di quell’arsenale della sovversione ludica e linguistica che Rabelais compose alla metà del XVI secolo. L’anno precedente – spiega il pilota della nave – non lontano ebbe luogo una battaglia. Le grida degli uomini e ogni altro fracasso del combattimento gelarono nell’aria. Solo ora, passato il rigore dell’inverno, quelle frasi cominciano a scongelarsi e possono nuovamente essere udite.

Pantagruele, incarnazione provocatoria di un umanesimo eretico, ne acchiappa alcune gettandole sul ponte della nave. Sembravano confetti che, scaldati un po’ fra le mani, fondevano come neve. Parole barbare, “di sabbia e d’oro”, il cui significato sfugge ai personaggi, ma che il lettore comprende a meraviglia, stringendo fra le mani uno dei testi più rivoluzionari dell’intera tradizione letteraria occidentale. La materialità della parola, disgelata dal genio di Rabelais, inaugura un orizzonte nuovo, magico e meraviglioso della modernità.

Fare cose nuove con le parole. Proprio questo è il nucleo teorico dell’ultimo saggio di Paolo Virno, Motto di spirito e azione innovativa (Bollati Boringhieri, pp. 98, 12€). Attraverso Freud e Aristotele, Schmitt e Wittgenstein, Virno traccia un sentiero che attraversa e connette filosofia del linguaggio e della politica. Un percorso in cerca di strumenti adeguati non solo a comprendere le forme di vita contemporanee, ma anche a costruire – come recita il sottotitolo – una vera e propria ‘logica del cambiamento’. Fra i fenomeni linguistici, proprio il motto di spirito condensa in sé i meccanismi più raffinati della creatività e dell’innovazione.

Raffinati eppure largamente inconsci, al limite dell’istintuale. Il motto di spirito ben riuscito, quello folgorante, meraviglia tanto chi lo ascolta quanto chi lo pronuncia. Non si tratta di un abito linguistico pazientemente confezionato, con cui rivestire un pensiero pre-costituito. Vero e proprio ‘indumento’ di fortuna – e perciò quanto mai necessario – il motto ha luogo nello scarto ineliminabile tra una regola e la sua applicazione.

Una regola infatti, sia essa giuridica, linguistica o ludica, si può applicare in molti modi diversi. La regola non può suggerire le modalità concrete della propria applicazione. Nelle Ricerche filosofiche Wittgenstein mette in luce queste conclusioni in ambito linguistico e le loro ricadute sul piano filosofico. Ogni individuo possiede delle convinzioni generali sul mondo, sull’ambiente in cui vive, sulla propria esistenza. Convinzioni né vere né false, perché non sono oggetto di conoscenza, bensì ereditate dal contesto in cui si sono formate.

Esse rappresentano, per così dire, le norme generali o le ‘regole grammaticali’ di quella particolare forma di vita. A queste regole si affiancano le vicende ordinarie della vita individuale, i ‘fatti empirici’, le decisioni prese in situazioni determinate, i giudizi formulati sullo sfondo e sulla scorta della grammatica a nostra disposizione. Fra quelle regole e questi fatti esiste sempre un divario entro cui si attualizza l’azione individuale, l’applicazione concreta delle regole generali. Ora, sostiene Virno, il motto di spirito si può definire come una specifica applicazione della regola che, forse meglio di ogni altra, mette in risalto quel divario.

Le regole stesse, infatti, sono state a loro volta proposizioni e fatti empirici, che l’uso ha progressivamente irrigidito e ‘congelato’ in forme grammaticali. Ma nuovi fatti e nuove proposizioni possono mettere in crisi quelle strutture, scongelando le vecchie regole per formarne di nuove. Oltre Wittgenstein, quindi, Virno invita a illuminare questa ‘zona grigia’ che sussiste fra regola e applicazione, attraversata da proposizioni semifluide o semirigide, proprio come sul mare di Rabelais. Questo è infatti il terreno privilegiato dell’azione innovativa, vero e proprio ‘stato di eccezione’ su cui tracciare inediti diagrammi di trasformazione.

La situazione critica rappresentata dal motto di spirito, quindi, fa affiorare delle caratteristiche comportamentali dell’animale umano che non dipendono dalla condizione storica e normativa in cui si è evoluto. Regredire a questo insieme di comportamenti prepara il terreno dell’azione innovativa. Virno ricostruisce, con linguaggio aristotelico, le caratteristiche di tale azione. L’animale linguistico è un essere in agguato, teso a cogliere il kairòs, l’occasione propizia per fare la sua mossa. Un essere che coltiva la phronesis, intesa non come ‘saggezza’ o ‘prudenza’, termini con cui viene generalmente resa in italiano, ma come capacità o ‘virtù’ dell’individuo di attivare strategie adeguate di conservazione e innovazione. Un essere che nell’applicazione empirica di giochi linguistici, pur partendo da éndoxa condivisi, cioè da opinioni e credenze diffuse, le mette continuamente in discussione, contribuendo così a trasformare la grammatica della propria forma di vita.

Il funzionamento concreto del motto di spirito, sottolinea ancora Virno, può essere illustrato dallo studio aristotelico delle fallacie argomentative. Considerate come motti di spirito, queste fallacie non sono più soltanto infrazioni ai principi logici, ma ragionamenti controfattuali, cioè nuove ipotesi relative a contesti originali. Argomentare per omonimie e anfibolie o dimostrare attraverso petizioni di principio sono senz’altro procedure illegittime quando si vuole sostenere una data ipotesi. Non lo sono affatto, invece, in quanto motti di spirito. Quando si tratta, cioè, di creare ipotesi inedite, di mappare un territorio ancora inesplorato, di affermare qualcosa che fino a oggi nessuno ha affermato o negato, perché nessuno ha ancora pronunciato.

Volendo riassumere le risorse logiche dell’azione innovativa, secondo Virno, potremmo parlare di impiego molteplice di un medesimo materiale linguistico e di una deviazione, uno scarto improvviso il cui esito è incoerente con la disposizione iniziale degli elementi. Qualcosa di simile, ancora una volta, alla multivocalità dell’ironia corrosiva di Rabelais. Questa sintesi aiuta a cogliere le forme più specificamente politiche dell’azione innovativa, che Virno definisce come ‘innovazione imprenditoriale’ ed ‘esodo’. La prima non ha niente a che vedere con l’imprenditorialità tipica del modo di produzione capitalistico, ma indica la capacità tipica dell’animale linguistico che si attiva solo in certe condizioni, per rompere equilibri esistenti, giocando sulla polisemia degli elementi a disposizione. L’esodo corrisponde invece a un cambiamento di discorso improvviso e inaspettato, un’attività che consiste nel porre problemi nuovi e immaginare soluzioni inedite che sfuggano alla grammatica sociale e politica esistente.

Le parole del motto di spirito, conclude Virno, sono sempre troppo poche. La dinamica del motto è come una carta geografica appoggiata sul terreno che intende descrivere. Immagine imperfetta della totalità ma anche sua parte circoscritta, con l’ambivalenza dei propri simboli e diagrammi, talvolta utili talvolta ingannevoli, perché riduttivi. Ma per cambiare rotta, potremmo dire, non occorre una carta 1:1 del nostro futuro. Le mappe dell’azione innovativa sono già a nostra disposizione e le primavere arrivano infine anche sul Mar Glaciale.