Sei in: Home / Testi / Le recensioni / Guerra e pace / La vita degli uomini infami

La vita degli uomini infami

Ultima modifica: domenica 22 gennaio 2006

Anna Simone

Emilio Quadrelli, Gabbie metropolitane. Modelli disciplinari e strategie di resistenza, (Derive Approdi). Le trasformazioni in corso del “pianeta-carcere”, storia della "carcerizzazione" della società tra Genova, Milano e Torino, il “coro” senza solista e senza maestro d’orchestra dei senza voce. una ricerca sulla sinergia tra il lavoro sociale e il lavoro di polizia: “A diventare centrale è il discorso sulla società, sulla sua sicurezza ma anche sulla sperimentazione di nuove forme di convivenza non segnate dal conflitto. Si può dire che operatori sociali e operatori di polizia lavorano in sinergia più che per la sicurezza per la salute della società”

«Nessuno può essere certo di sfuggire alla prigione. Oggi meno che mai. Sulla nostra vita quotidiana grava l’onnipresenza della polizia: sulla strada e dappertutto; attorno ai giovani e agli stranieri; è riapparso il reato d’opinione; le misure anti-droga moltiplicano questa situazione di arbitrarietà». Sembrerebbe l’incipit di uno tra i tanti documenti politici che circolano in rete a causa dei frequenti arresti di giovani esponenti dei movimenti o a causa dell’apertura del carcere speciale per tossicodipendenti in Emilia Romagna se non fosse stato firmato, nel 1971, da Michel Foucault per costituire il GIP (Groupe informations sur le prisons).

Allora, nel dopo ’68, in Francia era ancora prevalente la figura dell’intellettuale engagè che, però, nonostante l’impegno sociale, non si esimeva dal totalizzare il suo sapere, come se tra la piazza e le letture filologicamente corrette, compiute nel tepore degli appartamenti parigini, non vi potesse essere che un inevitabile iato. Ma nello stesso periodo vi erano anche gruppi maoisti come “Vive la Révolution” di cui facevano parte, tra gli altri, Jean Genet e Marguerite Duras. Questi, nel 1970, occupavano i locali del Centro Nazionale del Patronato francese per protestare contro la morte di cinque operai costretti dai padroni a lavorare senza sicurezza alcuna. Ma c’era, anche, il socialismo umanitario di Halbwachs il quale, per difendere le lotte popolari, si inventava la pratica del cosiddetto Secours rouge.

In questo clima Michel Foucault , Daniel Defert, Pierre Vidal-Naquet e altri pensarono di elaborare e presentare il progetto del GIP che, per vocazione politica, andava a de-totalizzare (per quanto “impegnato”) il sapere accademico e, soprattutto, andava a strutturare una nuova modalità di incarnare il demone militante. Una modalità del tutto distante dalla logica assistenzialista e votata al soccorso dell’altro, del “bisognoso” di turno. Questa perla rara nell’arcipelago gauchiste francese si strutturava, infatti, attorno ad alcuni punti inequivocabili. Innanzitutto fare un’inchiesta attorno al sistema penitenziario non voleva dire fare un’inchiesta ufficiale con tanto di grafi, tabelle illeggibili miste a denunce moraliste tese ad “umanizzare” i sistemi custodialistici, in secondo luogo la domanda di informazione e di verità, per non restare inevasa, doveva necessariamente tradursi in una lotta, in una presa di parola diretta su quanto accadeva.

Di prigionieri politici all’epoca ce n’erano parecchi, anche se non quanti ce ne sarebbero stati dopo qualche anno in Italia e molti di loro afferivano alle lotte di liberazione algerine. La grande novità dello stile politico dell’inchiesta del GIP consisteva nel fare in modo che a loro, ma anche ai cosiddetti “detenuti comuni”, fosse data la possibilità di prendere la parola oltre che sulla loro condizione anche e soprattutto su ciò che sarebbe stato utile fare fuori, è “il solo mezzo per evitare il riformismo” –si scriveva nel testo che accompagnava il questionario da distribuire in carcere. L’inchiesta, inoltre, doveva rendere visibile ciò che solitamente si consuma tra le mura del carcere e cioè il perpetuarsi sistematico di sevizie, suicidi, rivolte, scioperi della fame e quant’altro per trasformare questi eventi di vita quotidiana “in un’arma efficace contro l’amministrazione penitenziaria”.

Infine doveva fare in modo che non vi fosse più una barriera, una linea di confine tra la società esterna e il “dentro” delle prigioni. La società, infatti, era nelle prigioni. Tutto questo straordinario materiale composto prevalentemente da volantini, documenti, immagini, articoli apparsi sui giornali etc. è stato raccolto ora in Francia da Philippe Artière per le edizioni dell’Imec (Groupe informations sur les prisons. Archives d’une lutte, 1970-1972) e rappresenta uno snodo fondamentale, non solo perché senza questa esperienza militante Foucault non avrebbe mai scritto Sorvegliare e punire, ma anche e soprattutto perché a questa esperienza ci si può e ci si deve sempre riferire per praticare uno stile sociologico in grado di andare oltre la sociologia stessa e le sue categorie astratte, sempre più prossime ad inseguire il vento del riformismo e cioè dell’unico “ordine del discorso” consentito dalla società disciplinare.

L’ultimo libro di Emilo Quadrelli (Gabbie metropolitane. Modelli disciplinari e strategie di resistenza, Derive Approdi, pp.302, euro 17.00) è, sicuramente, l’unico testo in circolazione in Italia sulle trasformazioni in corso del “pianeta-carcere” e “sulla vita degli uomini infami” che ripercorre, amplia e discute i segni, le parole e le cose dell’esperienza foucaultiana. Pur senza farvi riferimenti espliciti è il demone militante di quel GIP e di quegli anni ’70 che anima, dalla prima all’ultima pagina, la ricerca di Quadrelli. Anche in questo libro, dopo “Andare ai resti”, Quadrelli non parla da solo, non sentenzia e non costruisce “discorsi” sulla società, sulla storia politica che va dagli anni ’70 sino ad oggi, non vaneggia nessuna escatologia perché si fa accompagnare dalla voce e dalla materialità esperenziale di quel che lui chiama più volte –traducendo Foucault- il “popolo minuto”.

Le storie di vita, le interviste che lui raccoglie prevalentemente tra la “sua” Genova, Milano e Torino sono una sorta di “coro” senza solista e senza maestro d’orchestra. Un coro, quindi, che non ha solo la funzione estetica dell’orpello ma costituisce, invece, l’unica possibilità che un ricercatore sociale può avere per “dare voce”, per “far prendere la parola” a chi l’ha avuta solo in alcune stagioni della politica italiana, come alcuni militanti di Lotta Continua o come alcuni operai dell’Autonomia su cui è calato il sipario della storia. Per dare voce a chi non l’aveva mai avuta e non sapeva neppure che avrebbe potuto prendersela, come alcune donne immigrate del sud, a chi per scelta o per caso decideva di metter su una “batteria” e cioè una banda dedita a furti e rapine; un’azione nobile, di riappropriazione –nelle parole di chi narra-rispetto alla malavita di destra che, invece, preferiva spacciare l’eroina mandando al macero la metà di una generazione durante gli anni ’80.

Queste voci, tuttavia, sono anche accompagnate da altre che hanno meno bisogno di prendere la parola dal momento che nessuno gliel’ha mai tolta. Quadrelli, infatti, intervista anche un funzionario del vecchio PCI che si fece promotore, assieme al partito, della demonizzazione degli extra-parlamentari, intervista gli educatori e intervista gli operatori sociali del presente ma lo fa solo per farci capire meglio le strategie del potere contemporaneo che, come scriveva Foucault in “Bisogna difendere la società” non si applica agli individui come una strategia repressiva ma transita attraverso i corpi trasformandosi in tecniche e tattiche di dominazione. Un potere che funziona perché produce l’idea stessa di marginalità attraverso un insieme di pratiche e di discorsi del sociale e sul sociale per codificarlo, irrigimentarlo in mille corpi docili ed individualizzati, muti e subalterni o perennemente grati a chi li ha inseriti nelle tante cooperative del “mondo-ex”, ex-detenuti, ex-prostitute, ex-punk, ex-militanti che una volta divenuti lavoratori, una volta reinseriti non potranno più togliersi lo stigma che simboleggia il loro infame passato.

Questa “carcerizzazione della società”, questo imbrigliamento della società nel sociale si esplicita, nel lavoro di Quadrelli, attraverso le stesse parole di un operatore il quale sottolinea la necessità di stabilire una sinergia tra il lavoro sociale e il lavoro di polizia: “A diventare centrale è il discorso sulla società, sulla sua sicurezza ma anche sulla sperimentazione di nuove forme di convivenza non segnate dal conflitto. Si può dire che operatori sociali e operatori di polizia lavorano in sinergia più che per la sicurezza per la salute della società”.

Questo “governo dei viventi” o “governo del sociale” è la continuazione differita sul presente di tutto il ragionamento che sottende l’inchiesta del GIP e la ricerca di Quadrelli perché quando Foucault scrive “nessuno può essere certo di sfuggire alla prigione” vuole dire, esattamente, “nessuno oggi può sfuggire ai dispositivi del controllo sociale” salvo divenire, per volontà degli stessi “esperti” del sociale, devianti, criminali e marginali. Ma se fosse davvero così, se il potere avesse vinto e reso docili tutti i corpi lo stesso Quadrelli non sarebbe andato a cercarsi nuovi scarti sociali da intervistare, forse non avrebbe neppure scritto il libro.

Gli scarti del presente, ciò che sfugge al potere e al sociale, ciò che resiste non è morto con gli anni ’70 e con l’operaismo di cui, soprattutto nell’ultima parte del libro, Quadrelli sembra avere una nostalgia quasi a-storica. Ha solo cambiato volto, ha solo inaugurato un altro ciclo di cui non si deve totalmente diffidare anche se non ha abbastanza forza. Lo “stato di cose presente”, infatti, non muore mai, si trasforma soltanto. Come il potere.