Della globalizzazione, oggi

Presentazione del numero 4/2003 – Della globalizzazione, oggi di Democrazia e Diritto a cura di Umberto Allegretti

Della globalizzazione, oggi

Umberto AllegrettiIn questo numero di Democrazia e diritto sono presenti scritti che inter-vengono, nella continuità che pensiamo qualificante per la rivista, sui temi trattati nei precedenti fascicoli di questo anno 2003. In particolare, si pubbli-cano uno studio (di Elio Testoni) su un tema tipico per il «sistema Berlusco-ni» – quello della struttura del sistema radiotelevisivo –; la prima parte di un’analisi dell’intero panorama di politica economica del centrodestra (dovu-to a Marcello Degni); una riflessione sul nuovo sistema del calcio che, con la sua trasformazione dà gioco a spettacolo costruito, diviene una delle compo-nenti dello spegamento del berlusconismo (Vittorio Dini); e un approfondito excursus dello studioso di storia americana Federico Fasce su un caso per più d’un verso affine a quello del governo Berlusconi (l’avvento al potere in California di Schwarzenegger/Terminator).

Peraltro, il cuore del fascicolo è dedicato alla globalizzazione, della quale ambisce di cogliere alcuni dei connotati come vanno delineandosi nell’evo-luzione in corso in quest’ultimo periodo. Su questo tema vogliamo perciò tracciare qui, a premessa dei vari saggi, alcune considerazioni d’insieme.
La globalizzazione o mondializzazione, due termini che possono essere abitualmente dati come equivalenti ma che possono anche servire a rilevare realtà parzialmente distinte, è la categoria ormai diffusamente usata per intendere il mondo in cui siamo da tempo entrati. Lo è dai filosofi dell’attualità, dagli studiosi della politica, dai sociologi, dagli economisti . Questi ultimi, è bene sottolinearlo per dovere di aderenza alla complessità del reale, non possono pretendere che l’attenzione sia concentrata (e meno che mai esaurita) nella mondializzazione della dimensione economica, per quanto essa sia fondamentale per la genesi e gli sviluppi del fenomeno. La globalizzazione è studiata un po’ meno dai giuristi, ma a torto, perché non c’è aspetto importante del diritto e delle istituzioni che non sia oggi per lo meno influenzato dai processi mondializzatori (naturalmente può accadere, e forse più di recente tende ad accadere al pari del resto che in altre discipline, che si vada oltre il segno, facendone la cornice verbale e magari un fattore di spiegazione di ogni fenomeno anche minimo del presente).

Il carattere interdisciplinare del discorso è assolutamente ovvio e impre-scindibile, poiché la globalizzazione è un fenomeno… globale, nel senso che investe la totalità dei fattori della vita sociale, quindi anche della vita individuale, della vita umana semplicemente, che è individuale e sociale.
La conferma viene con grande evidenza dagli sviluppi più recenti; diciamo degli ultimi due-tre anni, senza che sia però pertinente datarli tutti dall’11 settem-bre del 2001, per rilevanti che siano gli avvenimenti verificatisi in quella data.
Così la componente economica e finanziaria è sempre rilevantissima e largamente determinante. Ma ugualmente grande è la forza che hanno assunto altre componenti, in particolare la dimensione bellica e quella delle relazioni tra diverse culture. Torniamo a scorrere, ad esempio, un classico libro di David Held e Anthony Mc Grew (un testo e un’antologia di scritti sulla globa-lizzazione, come si è giunti a pubblicarne in Inghilterra) quale The Global Transformations Reader. An Introduction to the Globalization Debate (Cam-bridge, Polity Press, 2000); libro che è solo di pochissimi anni fa e che è ispirato ad una concezione multidimensionale della globalizzazione come complesso di processi interrelati includenti, accanto al fattore economico, il militare, il politico e il culturale, riflessa in tutta la struttura del volume. Ci rende-remo allora agevolmente conto, alla luce dei fatti recenti, che la componente militare e quella culturale hanno assunto un posto che, per già importante che fosse in precedenza, non ha paragoni, ed è divenuto più immanente, più intri-cato, più decisivo.
Naturalmente, pur sapendo di doverci confrontare con tutto questo, non po-tevamo presumere di dominare una materia tanto complessa e intricata e di essere in condizioni di esporla con completezza (ammesso che sia possibile) in un breve fascicolo di rivista. È per esempio a malincuore che abbiamo deciso di scegliere, per ragioni di spazio, di non mettere direttamente a tema l’analisi dei soggetti della globalizzazione, quali gli attori economici transnazionali, le istituzioni globali, gli stati, che restano protagonisti della globaliz-zazione anche nella sua dimensione di polarizzazione tra paesi e tra aree del mondo, i movimenti che animano sempre più, a livello societario, la scena del pianeta. Per quanto riguarda tutti questi attori, essi sono del resto abbastanza noti e studiati (e la loro presenza attraversa ogni analisi di questo fascicolo: si veda per esempio nel saggio di Chesnais l’analisi aggiornata della struttura delle società transnazionali e degli investitori finanziari); compreso quello affacciatosi più di recente, che è appunto il movimento internazionale, sul quale esistono ormai anche contributi di carattere spiccatamente scientifico. Chi ha coordinato questo lavoro e qui lo presenta dichiara di attingere molti umori per lo studio dei processi di mondializzazione proprio dall’osservazione par-tecipata alla rete di soggetti identificata come movimento altermondialista. Le sue ultime assise di Parigi (Forum sociale europeo, novembre 2003) e di Mumbai (Bombay, Forum sociale mondiale del gennaio 2004), allargando in maniera decisiva il suo raggio geografico (originariamente concentrato sull’area latino-ameicana e su quella europea) così da includere i popoli dell’Asia, e am-pliando e approfondendo una presenza critica nei confronti dei processi di glo-balizzazione vincenti, hanno aperto nuovi orizzonti per comprendere e affrontare questi processi.

Abbiamo scelto, dunque, alcuni aspetti che riteniamo rappresentativi dell’arco complessivo dei problemi, e abbiamo lasciato ai prossimi numeri – nei quali contiamo di ritornare estesamente sulla tematica – altri possibili complementi di trattazione. Come si è già accennato, il nostro intento, dato che sulla globalizzazione più in generale si può far capo (anche in Italia ormai, e non più solo attraverso traduzioni) a una vasta e approfondita letteratura – ne dà significativamente conto la ricca e puntualmente aggiornata analisi di Cot-turri – è in particolare quello di riflettere su questa evoluzione. La globalizzazione, da tempo lo diciamo, non è uno stato ma un processo. È un processo che ha preso le mosse da lontano, ma che contiene novità rilevanti rispetto a fasi, per certi versi simili, del passato antico e meno antico. Sull’itinerario storico di tale processo molti si esprimono con opinioni diversificate e tutti hanno probanti ragioni a loro sostegno. A noi pare però che non solo la forza e la ricchezza del proposito, ma anche l’intensità e capillarità reale delle inte-razioni tra mondiale, nazionale e locale siano tali da renderlo un fatto nuovo, che ha origine negli anni settanta del secolo XX e poi si sviluppa passando diverse soglie nei decenni seguenti, per i suoi caratteri meritando, nell’ambito dei più lunghi processi di mondializzazione, il nome specifico di globalizzazione.

Dunque non sorprende che questi ultimi anni ci pongano di fronte a una di-versità di quadro, pur tra permanenze, nei confronti di quello che risultava ancora poco tempo fa. Avendo la mondializzazione economica e finanziaria assunto fin dagli anni settanta alcune caratteristiche precise, che si assomma-no nel dominio del capitale finanziario sull’economia reale – nonostante il valore sempre fondamentale della produzione di ricchezza, della quale la finanza erode ogni giorno più le fondamenta –, quel tipo di dominio mantiene nella realtà attuale un ruolo essenziale conoscendo però in pari tempo conti-nue evoluzioni. Occorreva perciò farne stato e, in questo fascicolo, la mondializzazione imperniata sul ruolo dell’investimento e della speculazione finanziaria viene indagata nei suoi aggiornamenti, in forma lucidissima e penetrante, nelle «dodici tesi» di Chesnais – lo studioso francese che l’ha a lungo ana-lizzata, si veda in particolare F. Chesnais, La mondialisation du capital,
Paris, Syros, 1997), un libro che purtroppo ha poco circolato in Italia.

A sua volta, la durezza dell’approccio militare, per opera soprattutto della risposta data in prima persona dagli Stati Uniti al grave fenomeno del terrori-smo internazionale, è di assoluta evidenza. Esso è talmente rilevante che fini-sce col condizionare – e insieme con l’esserne condizionato – la dimensione delle relazioni economiche e comunque con l’apparire in prima linea, anche nelle preoccupazioni dei vari attori: il che sicuramente avveniva assai meno negli anni precedenti. Perciò abbiamo chiesto a un altro studioso francese, Claude Serfati, di presentare le sue considerazioni sui complessi intrecci fra la attuale forma di mondializzazione e la militarizzazione. Colpirà, accanto alla sottile analisi dei vari profili rintracciabili in tali intrecci, l’indicazione generale secondo la quale, come il capitalismo, fin dalla sua prima genesi medievale e poi rinascimentale (si ricordino le indagini di lungo periodo di Braudel e di Wallerstein) ha avuto bisogno per realizzare il suo dominio di un «esterno», così questo rapporto con l’esterno «contiene al tempo stesso una differenziazione nelle forme di controllo e di appropriazione del valore». Oggi, poiché, nei paesi del sud dove si va riversando, il capitale sviluppa forme simili a quelle della «accumulazione primitiva», esso ha necessità più che mai di ricorrere alla coercizione fisica, che sbocca anche e direttamente nel diffondersi della guerra.
Per il rilievo che ha la dimensione militare dei rapporti mondiali, abbiamo ritenuto di presentare (in una recensione di Umberto Curi), tra i libri recenti sul problema, la recente raccolta di scritti di Pietro Ingrao, La guerra sospesa. I nuovi connubi tra politica e armi, che affianca alcune tra le più incisive prese di posizione intervenute sui problemi della guerra nell’attuale quadro politico italiano a saggi più risalenti nel tempo, nei quali si vede quanto dagli spiriti più lucidi fosse percepita già negli anni settanta-ottanta la soglia varcata dal capitalismo novecentesco verso il mutare del modello produttivo e l’affermarsi dell’internazionalizzazione dell’economia. In pari tempo abbiamo inteso dar spazio ad una considerazione filosofico-dottrinaria del ruolo della forza, con un saggio di Fabio Vander che esamina in particolare il pre-occupante tema della guerra preventiva alla luce di un itinerario concettuale che va da Kant a Schmitt.

Così pure la dimensione culturale, spesso di scontro più che di incontro – e dunque il drizzarsi delle identità rispetto alle uniformità e l’irrigidirsi dei fondamentalismi di tutti i tipi, tra cui quello occidentale e, in seno ad esso, quello più aggressivo proprio della politica statunitense –, si è caricata di si-gnificati e di pesi maggiori che in passato, quando pure era stata rilevata e fi-nanche teorizzata. E tra le differenziazioni, andrà tenuto conto di quelle inter-ne all’Occidente, soprattutto nei rapporti tra Europa (o parte di essa) e gli Stati Uniti, rivelatesi di recente con evidenza politica (mentre esistevano da tempo, in uno stato non puramente potenziale, ma non avevano sviluppato tutte le loro virtualità e soprattutto non erano percepite o accettate come tali, forse perché non erano né gradite né volute). Se non si presenta qui una distesa analisi del tema – che pure tutti gli scritti hanno avuto presente – non poteva mancare invece uno sguardo sullo scontro culturale di cui più si parla: quello tra Islam e Occidente. Esso è indagato nell’articolo di Serge Latouche (autore già da molto tempo legato alle iniziative del nostro Centro) sotto l’aspetto pe-raltro inedito dell’atteggiamento dell’Islam di fronte alla «sfida dell’altra mondializzazione».

Processo reale; processo immaginario. Prima di tutto idea, e anche progetto; torna così il fattore dei diversi soggetti sociali, poiché ogni progetto ha au-tori e sostenitori . Come dice molto bene Zaki Laïdi in Mondialisation: entre réticences et résistances, in Quelle «autre mondialisation»?, (Revue du Mauss, n. 20, 2002), essa è anche «una rappresentazione del mondo. E dunque anche un immaginario». Si direbbe che è prima di tutto un’idea, un immaginario; il che non toglie che il suo progetto sia solidamente ancorato ad una radice economica: si dovrebbe sapere che nulla come le mosse in campo economico attingono all’immaginario, alla volontà, alle sensibilità, alle paure, alle speranze, alle idee. Si potrebbe arrivare a dire che essa non esiste nel mondo della realtà, che esiste invece come percezione e azione sulla realtà; ma detto ciò va riconosciuto che è un’idea che diventa realtà, che è eminen-temente operativa, e anzi concepita per una complessa operazione. Perciò è anche un’idea che spiega la realtà attuale, la inquadra e la guida.

Ma allora è del tutto condivisibile ciò che sostiene nel suo saggio Pietro Barcellona, che essa ha una genuina natura filosofica e che il suo avvento è un vero «evento filosofico». A questo saggio è affidato, nel presente numero, il ruolo di esplorare in profondità il paradigma della globalizzazione, chiave essenziale per capire il senso del suo essere economico, politico, sociale, di tutta la sua fenomenologia. Barcellona lo fa ricorrendo alle ben note categorie utilizzate nella sua multiforme riflessione e pervenendo, a seguito di un’indagine articolatissima, alla semplicità pregnante di una considerazione che vede nella globalizzazione «una estrema privatizzazione del mondo», la propaggine ultima dell’individualizzazione. Uno dei corollari, che Barcellona puntualmente trae, è che la globalizzazione è una propaggine avanzata della modernità: il che non toglie, a mio avviso, che è una fase nuova, e che, come egli scrive, «la sua vittoria realizza l’occidentalizzazione del mondo».
Chi scrive, avendo nei suoi studi cercato la spiegazione della globalizza-zione nel sistema individualista della modernità giunto ad uno stadio molto avanzato (si veda U. Allegretti, Diritti e stato nella mondializzazione, Troina, Città aperta, 2002, specialmente cap. III e V)., non può che consentire perso-nalmente a quest’ipotesi, pur dovendo riconoscere, con gli autori inglesi citati all’inizio, che finora «nessun resoconto della globalizzazione ha acquisito la condizione di ortodossia» (ed è naturale, di fronte ad eventi sociali di questa portata).

Tutto quel che segue nello stadio presente, di guerre, di scontri culturali, di dominio della finanza sull’economia reale, di alterazione della natura e del cosmo sotto l’impero d’una tecnologia diventata impero senza confini dell’ar-tificiale, ha in questa radice il suo quadro di riferimento generale. Come lo ha uno dei più preoccupanti caratteri della globalizzazione: che, come tutti spe-rimentano, è tutt’altro che uniformità, è polarizzazione (tra regioni del mon-do, tra paesi e all’interno dei paesi), è inclusione ed esclusione estreme, è tramonto dell’eguaglianza e formazione di oligarchie. Oligarchie economiche, sociali, culturali, supremazia tecnologica; dunque inevitabile regresso della democrazia. Post-democrazia: così la si è suggestivamente indicata (C. Crouch, Postdemocrazia, Roma-Bari, Laterza, 2003), poiché «la democrazia richiede una certa eguaglianza», mentre «il liberalismo richiede opportunità libere».
Naturalmente, le percezione che si ha di fronte a quest’idea varia fino all’estremo secondo la precomprensione determinata dalla propria visione del mondo e secondo il «punto di vista» in senso proprio, cioè secondo la posizione di chi guarda. La collocazione dalla parte dei «beneficiari» della globa-lizzazione o, invece, delle sue «vittime», è decisiva; e decisivo è che lo sguar-do proceda dal Nord o dal Sud del mondo. Benché quelli che scrivono in questo numero della rivista condividano uno sguardo dalla parte delle vittime o, quanto meno, dalla parte di chi si mette a lato delle vittime, si può dire a prio-ri, col senso delle proprie possibilità e dei propri limiti, che essi – collocati come sono in Occidente e, in concreto, in Italia e in Francia – difficilmente sapranno interpretare adeguatamente la visione che della globalizzazione ha chi opera nel Sud. Questo limite, preliminarmente riconosciuto ed accettato, non poteva certo fermare il nostro lavoro; ma speriamo che questo possa esse-re supplito e completato, in prossimi fascicoli, da altri contributi che pensia-mo di chiedere a chi vive e conosce più direttamente i problemi di quella par-te del pianeta. Essi sono in qualche modo anticipati, seppur in un contesto più dottrinario, da uno scritto qui presentato di Tarso Genro, illustre rappresen-tante in carica del governo brasiliano del presidente Lula e già tra i protagoni-sti delle eccezionali realizzazioni di democrazia partecipativa avutesi nel mu-nicipio di Porto Alegre e nello stato brasiliano del Rio Grande do Sul.
La dimensione giuridica delle modificazioni legate alla globalizzazione in-terviene, a questo punto, con tutta la sua importanza. Non bisogna dimenticare che la stessa globalizzazione economica, che viene presentata come un fatto naturale e, quindi, necessario, è invece per larga parte l’effetto d’una co-struzione voluta e perseguita, sia pure sotto la spinta di prepotenti pressioni provenienti dagli agenti economici dominanti, dalle politiche degli stati, a li-vello sia interno che internazionale. Torna opportuno riferirsi ancora qui al saggio di Chesnais, quando rileva che «senza l’aiuto attivo degli stati, le so-cietà transnazionali e gli investitori istituzionali non sarebbero mai arrivati alle posizioni di dominio che detengono oggi, né vi si manterrebbero tanto fa-cilmente». D’altronde il più pesante degli strumenti di intervento a presidio dei rapporti di mercato, quello bellico, non è appunto direttamente uno strumen-to in mano agli stati, e in particolare al più potente tra essi, gli Stati Uniti?

Anche su questo versante sarebbe dunque possibile aggiornare le analisi che nel recente passato sono state dedicate ai temi della globalizzazione (chi scrive queste note se ne è occupato nel libro sopra ricordato), che hanno con-centrato l’attenzione, fra l’altro, sulle nuove relazioni tra il livello statale e quello internazionale, considerando a questo proposito non solo le istituzioni di carattere planetario, ma anche quelle di raggio continentale e in primo luogo quelle europee: esempio paradigmatico, queste ultime, di quella costruzione artificiale e perciò stesso giuridico-normativa del mercato, la cui descrizione storica e teorica in relazione alla costruzione del mercato nazionale si deve a Polanyi. Nel presente fascicolo – con riserva di ritornare su questi aspetti del tema nei prossimi numeri della rivista – lo studio di una giovane ricercatrice, Alessandra Agostino, affronta in maniera documentata e acuta un profilo dotato di grande risalto, cioè la discussione sulla natura universalistica o non piuttosto culturalmente condizionata dei diritti umani, che costituiscono uno dei profili più esaltati dagli apologeti della globalizzazione. Un profilo che, non a caso, è oggetto di un crescente dibattito a molte voci, del quale danno prova da ultimo, ma non soltanto, i due nutriti volumi I diritti umani tra politica filosofia e storia (Aa.Vv., I diritti umani tra politica filosofia e storia, Napoli, Guida, 2003), tra i cui autori figurano numerosi collaboratori di questa rivista.

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