«Democrazia e diritto» nel triennio 2003-2005

Un bilancio dell’ultimo triennio della rivista del Crs Democrazia e Diritto da parte del suo direttore Umberto Allegretti

«Democrazia e diritto» nel triennio 2003-2005

Umberto_AllegrettiCon il n. 4-05 di Democrazia e diritto, uscito nel corrente mese di marzo, si è chiuso il triennio 2003-2005 per il quale gli organi del Crs mi avevano affidato l’incarico di direttore, che ho svolto fino alla data attuale assieme al consiglio direttivo della rivista. In vista della riunione del consiglio scientifico del Centro, indetta per il 30 marzo 2006, darò nelle pagine seguenti un sin-tetico resoconto dell’attività svolta, al fine di facilitare la discussione in seno al consiglio, che gli consenta di fare il bilancio dell’attività e (come meglio si riterrà) decidere il reincarico o l’avvicendamento nella direzione. La prima parte di ciò che segue riguarda soprattutto aspetti estrinseci e organizzativi; la seconda di merito e propositivi.

Lasciando ogni valutazione alla sede competente, penso di potere rileva-re che in questi tre anni la rivista si è mossa secondo gli orientamenti che erano stati alla base della nomina e che erano stati formulati, raccogliendo e interpretando gli intenti comuni al Crs, nel mio intervento di accettazione dell’incarico. Quegli orientamenti muovevano dal mantenimento della linea interdisciplinare della rivista, del suo pluralismo, e della attenzione costante alle novità del tempo ma simultaneamente alla necessità di una riflessione approfondita dei problemi delle istituzioni non schiacciata sul contingente, con una giusta miscela, nei metodi e nei contenuti, di continuità e di innovazione in relazione alla sua preziosa storia. E comportavano, nella linea editoriale, osservare la periodicità trimestrale e mantenere un equilibrio tra concentrazione dei singoli fascicoli su un tema determinato e varietà di rubriche.

L’identificazione delle tematiche generali fin dall’inizio proposta era fon-data sulla constatazione che i problemi del mondo attuale si pongono su tre scale diverse ma tra loro strettamente collegate: la scala nazionale, quella europea e quella globale. Così i numeri della rivista hanno nell’anno 2003 fatto centro rispettivamente, nelle loro parti monografiche, sulle istituzioni e la società italiana, sulla costruzione del nuovo trattato europeo e sui problemi della mondializzazione (fascicoli sul Sistema Berlusconi, Europa, Democrazia e populismo e Globalizzazione), per poi riprendere questi livelli di indagine nei due anni successivi, dedicando a ciascuno di essi fascicoli appositi (Ancora di globalizzazione, Europa/Mondo, Il valore della Costituzione), a-nalizzando i mutamenti dei singoli temi nelle varie rubriche di ciascun nume-ro, intrecciandoli fra loro (Costituzionalismo), o trattando di loro sviluppi in settori nevralgici (Nuovo diritto del lavoro?).

Lo stesso intreccio è stato colto nei volumi del 2005 sotto la diversa prospettiva di ipotesi per il futuro attraverso soprattutto i tre numeri Idee per un programma di governo, Per una ri-forma della giustizia e Proposta per l’Europa, concepiti nell’ottica di un impegno che non meno di quello di analisi del presente ha sempre fatto parte del lavoro della rivista.

Il tema centrale del numero viene suggerito da un titolo di copertina, che vuol essere anche simbolico del rilievo che l’équipe che fa la rivista, e lo stesso Crs col quale il dialogo è stato continuo, danno al tema nell’ambito delle priorità del presente, e che viene immaginificamente annunciato in termini che mi paiono efficaci dalle belle invenzioni proposte dall’artista Teresa Ciulli.

Accanto a questo lavoro ancorato ai mutamenti del presente, ma non certo sconnesso da esso, scritti più distaccati dalla realtà immediata o che la guar-dano con occhi più distanti sono stati accolti nei vari numeri, per lo più sotto la rubrica Saggi o sotto altre quali Passato e presente, La nostra storia, L’elzeviro, Il dibattito; mentre altre parti (rubriche Percorsi di lettura, Voci dal continente e Voci dal mondo) hanno introdotto tematiche diverse tratte da letture o da riflessioni di diversa provenienza.

Certamente, non si è riusciti a lavorare espressamente, pur se intenzionati a farlo, su altre tematiche, consuete alla rivista in annate precedenti o comunque legate a caratteri del tempo, come la prospettiva sugli eventi della diffe-renza di genere, o la tecnologia e la sua influenza crescente sulla nostra realtà e addirittura sui modi di concezione della vita e dell’umano. Come pure, la tematica economica, presente nel trattare i temi alle varie scale indicate, non è stata oggetto di una vigilanza espressa e permanente.

Si è puntato su un lavoro quanto più possibile collegiale della direzione, e si sono normalmente convocate riunioni del direttivo per la programmazione d’annata e in vista di ogni numero (assai meno frequenti sono state le riunioni del più largo comitato scientifico). Alla difficoltà, che talora ha pesato, di avere sempre alle riunioni la presenza di tutti i componenti, hanno supplito contatti epistolari, telematici e telefonici, e rapporti a distanza, tra me e singoli membri del direttivo. L’esperienza comunque conferma l’importanza del confronto diretto in riunione, che dà luogo a discussioni di merito più ricche e fruttuose, magari stimolate da alcune linee anche provocatorie comunicate in anticipo da parte della direzione.

La periodicità di quattro numeri all’anno e la loro normale scansione nel tempo – resa possibile tra l’altro dall’abnegazione di chi è incaricato del lavo-ro redazionale – è stata scrupolosamente mantenuta e risulta notata e apprezzata dai lettori. Non si è ancora riusciti nell’ambizione di adeguare l’uscita dei singoli fascicoli alla data esatta del trimestre a cui sono intestati (la nuova équipe era partita a 2003 largamente iniziato), ma si sono raccorciate le di-stanze e si spera che la rivista possa pervenire in futuro a una puntualità… del resto usuale solo nei periodici esteri.

Il numero degli articoli apparsi nei tre anni è stato di oltre 190, quello degli autori di 143 (tra cui 11 dall’estero). Tra questi si annoverano, oltre ad autori presenti nei consigli direttivo e scientifico o operanti nel Crs e a collaboratori classici della rivista, anche numerosi collaboratori nuovi di vario specialismo disciplinare (inclusi un certo numero di cultori di scienze fisiche, biologiche, ingegneristiche, urbanistiche) e tra gli autori stessi numerosi giovani, qualche volta alla prima esperienza di pubblicazione oppure già riconosciuti. A fianco di richieste di articoli promosse dal direttore e dal consiglio direttivo, vanno infittendosi, da parte di autori di affermato livello e di nuovi ricercatori, le domande spontanee di vedere inserito un proprio lavoro, che parrebbero attestare una crescente attenzione e stima per Democrazia e diritto.

I vari contributi, prima della loro pubblicazione, vengono letti ciascuno dal direttore e molti di essi anche da membri, specificamente esperti dell’argomento trattato, del consiglio, in seno al quale vengono fatti circolare in via preventiva. Si è fatto un uso moderato ma attento, soprattutto nel caso di scrittori nuovi e giovani, del diritto della direzione di richiedere correzioni o integrazioni, non nel merito delle posizioni assunte, ma nel tono e nello stile, che ha portato in genere all’accoglimento da parte degli autori e solo molto di rado al rifiuto di pubblicazione, normalmente risultato accettato dall’autore. Si è trovata spesso difficoltà a ottenere l’osservanza di un limite dimensionale dei singoli articoli – normalmente indicato in 10-12 pagine (30.000-36.000 spazi complessivi), seppur con deroghe dovute all’importanza dei temi e/o dei contributi –; ma si ritiene che sarebbe consigliabile insistere su quest’obiettivo in futuro, nella convinzione che il lettore preferisca, rispetto a poche lunghe trattazioni, una misura contenuta di un maggior numero di articoli, an-che se non molto usuale nel nostro campo e in Italia, che conferisce alla rivista presenza tematica molteplice e sveltezza di taglio. Va tenuto conto anche delle spese che si dovrebbero affrontare se, per ospitare un ugual numero di interventi lunghi senza diminuirne il numero, si varcasse il numero di pagine – poco più di 1000 all’anno – convenuto con l’editore.

Tutto quanto si è detto – insieme alla presenza della rivista nel bel sito internet del Crs – non si è ancora sufficientemente tradotto in un adeguato in-cremento di abbonamenti – che sono aumentati non più che di poche decine in tre anni e attualmente sono 363 – né in una ugualmente significativa crescita delle vendite in libreria, penalizzate dalla scarsa attenzione alle riviste da parte delle librerie stesse, ma anche non adeguatamente sostenuta dal sistema di distribuzione; obiettivi per i quali è decisivo l’impegno dell’editore; mentre rimane anche utile (se ne è avuta prova) l’invito porta a porta da compagni del Crs a loro conoscenti.

Assai utili, soprattutto per avere riscontri sul merito dei problemi trattati, sono risultate le presentazioni di singoli numeri e temi della rivista. Ne sono state fatte, per l’impegno del Crs e della direzione e redazione (ma anche di collaboratori ed amici, per esempio a Napoli) circa 13, presso università e librerie, e in feste dell’Unità e di Rifondazione; ma andrebbero incrementate, ovviamente curando l’esposizione e vendita dei fascicoli. La pubblicità giornalistica andrebbe anch’essa seguita, con l’apporto del Crs (come si sa è in genere molto costosa) e auspicabilmente dell’editore; contemporaneamente andrebbe sollecitata la presenza sulla stampa di segnalazioni e recensioni.

Un miglioramento che si potrebbe prendere in esame, nonostante il lavoro aggiuntivo e i costi che comporta, sarebbe la possibilità di inserire nei singoli fascicoli un abstract in inglese per ogni articolo, in modo da spingere, concordandolo con l’editore, una maggiore diffusione della rivista all’estero. Così pure sarà bene incrementare il contributo di collaboratori stranieri, spe-cialmente sui temi internazionali ed europei.

Nel merito del lavoro futuro, mi pare di poter proporre quanto segue.
Le tre scale in cui si manifestano i problemi del mondo d’oggi messe a ba-se del lavoro di questi anni – scala nazionale, europea e globale – sono per-fettamente attuali. Tuttavia, a ciascun livello, in questi tre anni i contesti e i problemi si sono profondamente modificati.
La situazione internazionale mette di fronte a un corpo a corpo all’interno di un trapasso, tendenziale ma in realtà solo iniziale, dall’unipolarismo inse-diatosi, ad onta di ogni diversa previsione o auspicio, dopo l’ottantanove, al multipolarismo. Senza far ricorso alla categoria polisensa dell’Impero, si può constatare che la politica e la cultura stessa degli Stati Uniti sono orientate da un tentativo di consolidare un loro dominio mondiale e, per quanto essi siano timorosi di dover far presto i conti con nuove indipendenti potenze asiatiche dopo che per il momento il Giappone sembra ricondotto a una posizione di collateralismo, non sono disposti ad accettare – e soprattutto non accettano nel campo occidentale – un partner di pari dignità, rischiando quindi di ridurre il multipolarismo a condizioni di continua e pericolosa tensione e contrasto tra i diversi poli.La guerra irachena (come del resto l’impresa afgana) manifestano la pre-senza di un disegno egemonico disposto a usare la forza, con effetti perfino sulle libertà interne ai paesi democratici.

La seconda vittoria elettorale di Bush non può unicamente spingere a farci stigmatizzare l’estremismo delle dottrine neocons e teocons, ma pone l’interrogativo se non si vada rivelando attraverso la ben preparata e prolungata loro egemonia sulla società americana un fenomeno di cui questa società, e la sua politica, contenevano e hanno sviluppato i germi e che sarebbe profondamente compaginato alla sua vita e alla sua storia. Il dubbio – che noi siamo propensi a risolvere in senso positivo, seppur riconoscendo il biso-gno di più attente analisi storiche – è, insomma, se l’attuale forma di dominio dei neoconservatori negli Usa non concretizzi una dimensione, non la sola, ma forte e capace di prevalere come mai in passato, del profondo spirito americano, intriso di ideologia – l’ideologia genuinamente fondamentalista della universalità e supremazia dei valori occidentali (nella versione ameri-cana) – e radicato nei sentimenti di base degli americani, e quindi del loro diritto di espansione e di dominio al fine di farli valere coattivamente in tut-to il pianeta.

La conseguenza non può che essere un impulso nella direzione dello scontro di civiltà che produrrà una fase perturbata di rapporti di tensione col mondo arabo e islamico: che vuol dire almeno con tutta la parte anteriore del continente asiatico fino all’ex Asia centrale sovietica, già da tempo segnalata dal democratico Brzezinski come il luogo nevralgico per l’egemonia mondiale del futuro e porzione del mondo decisiva, sia per il vuoto di potenza che vi si è aperto con l’89, sia per l’enorme deposito di ricchezza petrolifera che vi giace, sia per la contiguità con la Cina e l’India.

Il che poi spiegherebbe perché, invece di adoperarsi per contenere il con-flitto, gli Usa stiano continuando ad agire in modo da acutizzarlo estendendo-lo in direzione di altri paesi, con un approccio generale negativo a tutti i pro-blemi del Medio oriente e con una solo apparente e comunque insufficiente volontà di risolvere il più acuto tra i conflitti da tempo aperti – quello israelo-palestinese – affidandosi piuttosto al rafforzamento di Israele, il tradizionale alleato americano nella regione.

Tutto ciò del resto si mescola alla sostanziale vulnerabilità economica de-gli Stati Uniti, che come noto scava sotto la loro condizione di benessere e di aggressività economica e finanziaria.
Su tutto quest’intreccio di problemi la rivista dovrebbe dunque intervenire, allargando un quadro in cui DeD si è già mossa da molti anni.

Non pare d’altra parte che l’Europa sia attualmente attrezzata a sufficienza per correggere la linea americana. Sebbene essa si sia differenziata dagli Usa sulla questione irachena e non sposi in genere la stessa linea di leadership dura nei confronti del resto del mondo e di disposizione allo scontro, non lo ha fatto e non lo fa né con la lucidità e il vigore necessari né con la compattezza che ne renda possibile la realizzazione. Il farlo – ma prima di tutto l’affrontare i problemi propri dell’Europa – non è praticabile senza due condizioni: il progresso dell’integrazione politica e una ripresa culturale ed economica vigorosa, manifestando così la nota connessione e quasi dipendenza che esiste tra situazione interna e capacità di presenza in-ternazionale.

L’Unione europea, che nel 2003 sembrava avviata a darsi un assetto pom-posamente battezzato Costituzione – una costituzione in ogni caso piena di debolezze e di imperfezioni, e tuttavia che le avrebbe conferito uno status più saldo e avanzato sia nella sua azione interna che in quella esterna –, sembra per il momento, ma un lungo momento, averne perso la possibilità con i referendum negativi di due suoi membri importanti e con le dubbiezze e l’inazione degli altri. Per di più – importante motivo ma insieme effetto ulteriore di quello scacco – l’Europa è caduta in un prolungato stato di disagio economico e conseguentemente sociale da cui l’attuale tendenza, che sembra positiva, non basterà a farla uscire, e che la mette in condizioni di ulteriore inferiorità in sé e verso l’esterno: Asia e America del Nord. Questo disagio si somma alle difficoltà di una condivisa azione politica nell’indurre a comportamenti di ripiegamento nazionalistico, quali quelli recenti di arroccamento in forme di protezionismo economico (come che vadano giudicate dal punto di vista di un’economia che non voglia essere puramente liberale) e di contese reciproche che attraversano un po’ tutti i campi; e in campo sociale crea ulteriore sofferenza e allarme.

Queste diagnosi negative non dovrebbero però spingere al pessimismo e all’inerzia.

Esistono nella società americana e in quella europea riserve democratiche che consentono azioni in diversa direzione ed è qui che si può innestare una riflessione, oltreché rivolta all’analisi della situazione, alla proposta o, quanto meno, alla prefigurazione di scenari alternativi. Compito la cui realizzazione non appartiene a una rivista in prima persona, ma che può trovare da parte sua messe a fuoco e alimento.
In particolare, un impegno costruttivo può essere messo sulle questioni europee, che ci coinvolgono più direttamente sia nel campo della riflessio-ne che nelle ricadute possibili sull’azione politica. In questo senso – mentre il pluralismo delle posizioni della sinistra si è riverberato immediatamente e ancora si riverbererà sulla varietà delle interpretazioni della Costituzione europea e della sua crisi espresse da Democrazia e diritto, nell’augurio di un franco dibattito tra di esse – la posizione espressa dalla direzione della rivista è stata quella di un’accettazione critica del Trattato costituzionale insieme a un possibile suggerimento – nel n. 3, 2005 – circa la ripresa del processo. Essa potrebbe ancora volgersi in questa direzione, con la cura tuttavia di analizzare più da vicino (in parte lo abbiamo fatto anche in que-sti anni) la crisi del funzionamento dell’Europa e non solo della sua costitu-zionalizzazione. Si darebbe in quest’ambito ulteriore prova di una doppia ma non contraddittoria posizione di metodo: una coerenza nella linea di fondo e negli obiettivi perseguiti, insieme a un realismo nell’attuazione che sa fare i conti con le possibilità, la tortuosità e il gradualismo dei processi storici.

Le politiche interne, malgrado le somiglianze con quelle di altri paesi affini, pongono problemi in parte comuni, in parte propri dell’Italia, legati alla storia e alla natura di un paese che si distingue nel quadro generale per la par-ticolarità dei suoi caratteri e in ogni caso per il grado di speciale acutezza in cui si presentano i problemi comuni. Si tratta per lo più di questioni che han-no assunto una particolarissima gravità nell’ultimo quinquennio e che la rivi-sta ha già trattato, a partire dal n. 1, 2003, dedicato al sistema Berlusconi, ma che non si identificano solo con le peculiarità di questo, di maniera che sa-rebbe superficiale pensare che siano automaticamente risolti, o anche solo fa-cilitati, da un cambio di maggioranza.

Guardando agli sviluppi, qualche volta a prima vista sorprendenti, che si sono offerti all’attenzione in quest’ultimo periodo, vanno messi in evidenza, ai fini del programma della rivista per il prossimo periodo, oltre alla penetrazione preoccupante di un grado straordinario di illegalismo dell’azione pubblica e di molti comportamenti della società, che arriva fino all’eversione co-stituzionale, i seguenti aspetti.
Il problema economico, molto incancrenitosi negli ultimi tempi, con parti-colari risvolti – oltre il più costante dissesto di una finanza pubblica squilibra-ta – come lo stato del sistema bancario, il rapporto politica-economia, i profili più o meno sotterranei di finanziamento della politica e i problemi di concorrenza e non discriminazione tra le imprese europee.

La sfida portata al rispetto della laicità dello stato, inclusa la connessione delicata di questo principio con i rapporti tra religioni e civiltà diverse.

Il disagio nella sfera amministrativa, che ha interrotto e fatto regredire il cammino di progresso amministrativo intrapreso negli anni novanta.

Il problema della politica estera, fronte sul quale la politica seguita da Berlusconi ha alterato profondamente la condotta tradizionale del nostro paese, squilibrandola sul lato di un’amicizia subalterna con gli Usa (e con la Russia), rompendo il primato del collegamento tra Italia ed Europa. Quest’aspetto fa tutt’uno con i problemi internazionali ed europei sopra delineati; ma va notato (questo per esempio è l’insegnamento che scaturisce da una aggiornata riflessione, in corso da molte parti, sulla storia del secondo dopoguerra) da un lato che una corretta condotta internazionale è essenziale per favorire una buona situazione interna, e dall’altro che la buona soluzione di molti problemi interni è da ritenere condizione necessaria per poter agire nella sfera internazionale in maniera corretta e adeguata al diritto dell’Italia a un prestigio esterno che in questi anni ha perso per effetto della sua condotta.

Si tratta di aspetti che la rivista dovrebbe mettersi in grado di affrontare, anche se senza dubbio alcuni di essi costituiscono una difficoltà per i limiti che hanno le collaborazioni finora in essere. Ad esempio, la questione economica, così come qui sommariamente delineata, richiede l’acquisizione di collaboratori esperti dei vari aspetti citati e capaci di darne una visione omogenea con l’orientamento di Democrazia e diritto, dal punto di vista della connessione dello specialismo economico con un’ottica più generale. Il che potrebbe includere anche la novità di acquisire degli economisti al gruppo direttivo della rivista.
Inoltre, dovrebbero essere affrontate le tematiche e le prospettive che sopra si è ammesso essere state più di recente trascurate (questione tecnologica e scientifica, prospettiva della differenza) benché facciano parte di quelle tradizionali al nostro impegno.

In conclusione, quanto sopra esposto è certamente solo una parte dei problemi e degli impegni che ci stanno di fronte e lo si è prospettato per chiedere al consiglio scientifico e agli altri organi del Crs, e poi agli organi corrispondenti di Democrazia e diritto di fare lo sforzo necessario per metterli meglio a punto e conseguire nel prossimo triennio risultati più elevati nel lavoro di DeD.

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