Dibattito: América Latina: ¿Qué pasa? La struttura produttiva latinoamericana: causa e soluzione del problema della crescita

L’America Latina sembra ricorsivamente in procinto di raggiungere il benessere dei paesi del primo mondo, ma è la sua struttura produttiva a farne una continua promessa mancata dello sviluppo economico. L’iniqua distribuzione del capitale, la bassa produttivà e la scarsa specializzazione delle sue imprese la confinano in un stato d’inefficienza e di enormi disuguaglianze. Lavorare su questi elementi, anche attraverso un migliore dialogo con l’UE, è fondamentale per la risoluzione dei suoi problemi. Un contributo di Federico Nastasi e Giovanni Stumpo per il CiSPI

Dibattito: América Latina: ¿Qué pasa? La struttura produttiva latinoamericana: causa e soluzione del problema della crescita

Un articolo di Federico Nastasi e Giovani Stumpo pubblicato sul sito del CeSPI. Foto di Julia Heemann da Pixabay

 

Più di una volta nella storia recente, l’America Latina sembrava destinata a toccare il cielo, a raggiungere livelli di ricchezza, progresso tecnico e qualità della vita comparabili a quelli dei paesi sviluppati. Oggi è invece la promessa mancata dello sviluppo economico. Che fine hanno fatto le speranze dei migranti italiani che inseguivano la prosperità in Argentina o Venezuela? Dove è finito il Brasile parte del club esclusivo dei BRICS? Che ne è del Cile, la tigre del continente? La nostra ipotesi, in linea con la tradizione della Commissione Economica per l’America Latina (Cepal), è che la struttura produttiva sia la causa del mancato sviluppo. E anche la soluzione.

Struttura e collocazione internazionale

Negli ultimi sette anni la crescita economica latinoamericana è stata molto bassa, accompagnata da una produttività stagnante. L’economia della regione si caratterizza per frequenti cicli di stop and go della crescita, bassi tassi di investimento, una forte eterogeneità economica e sociale, molta occupazione informale. E la più alta disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza al mondo. La struttura produttiva, ovvero l’insieme di attività (primarie, industriali e servizi) a fondamento dell’economia, è il principale limite alla crescita economica e concausa delle profonde differenze sociali.

Ciò innanzitutto poiché determina il posto dell’America Latina nel mondo. A partire dagli anni Ottanta la regione ha avviato un cammino di deindustrializzazione precoce ed è tornata ad essere il fornitore di risorse naturali per i paesi sviluppati.

Nella stessa epoca altri paesi, come quelli asiatici, sono riusciti a transitare da economie basate sull’esportazione di materie prime a economie ad alta intensità di capitale e tecnologica, grazie ad ambiziosi piani industriali e alti tassi di investimento. La Corea del Sud è un esempio di scuola del cambiamento nella struttura economica: alla fine della Seconda guerra mondiale il primo prodotto di esportazione era pesce secco, nel 2018 il paese è il quinto esportatore mondiale per valore e il sesto esportatore per complessità di prodotti esportati, secondo l’Economic Complexity Index (ECI).

Le economie latinoamericane sono dipendenti dalle esportazioni di manifatture a basso contenuto tecnologico e di alcune materie prime i cui prezzi internazionali esse non controllano, condizione che le rende più vulnerabili agli shock esterni. Si pensi all’epoca d’oro di inizio del XXI secolo: alti tassi di crescita che si accompagnavano a politiche sociali di riduzione della disuguaglianza. Tutto funzionò finché i prezzi internazionali delle materie prime si mantennero alti. Caduti i prezzi finì l’illusione. Il limite principale dei governi dell’epoca fu di non differenziare la struttura economica aumentando il peso dell’industria e gli investimenti per migliorare produttività e tecnologie.

Struttura e produttività

L’altra faccia del problema è la stagnante produttività del lavoro. Nel 1950 un lavoratore latinoamericano produceva circa il 43% di un lavoratore degli Stati Uniti, nel 2018 circa il 26%. Nella Corea del Sud nel 1950 la produttività del lavoro era l’11% di quella statunitense, il divario si è ridotto raggiungendo la produttività sudcoreana il 60% di quella statunitense nel 2018. Pertanto, a parità di ore lavorate e considerata la tecnologia disponibile, i paesi latinoamericani producono progressivamente meno rispetto ai benchmark internazionali.

Esiste inoltre un divario interno a ciascun paese, quella che la Cepal chiama “eterogeneità strutturale”: le differenze di produttività tra comparti economici di ciascun paese latinoamericano sono molto più marcate di quelle che si osservano nei paesi sviluppati. I comparti di alta produttività (quali il minerario e l’energetico) hanno una produttività che arriva fino a sette volte la produttività media delle economie latinoamericane nel loro complesso.

Si tratta di un divario allargatosi nel corso del tempo. Negli Stati Uniti succede esattamente l’opposto: le differenze sono minori, comparti di alta produttività valgono al massimo il doppio della media dell’economia e soprattutto il divario si riduce nel corso del tempo, grazie a una convergenza verso l’alto. Studiando l’eterogeneità economica di Argentina e Cile, l’economista Jorge Katz afferma che essi non costituiscono paesi omogenei, poiché all’interno di ciascuno convivono più “paesi”: almeno quattro, in ordine decrescente di sviluppo economico, dal più avanzato e innovativo fino a un “paese” che vive di economia informale e illegalità.

Struttura ed eterogeneità sociale

Celso Furtado individuò la radice dell’eterogeneità strutturale nella storia del continente. L’America Latina nasce dalla convivenza forzata di due società: una società che è arrivata da fuori (bianca di ceto medio alto, discendente dagli europei) e una che c’era da sempre (indigena, emarginata e povera). Il dualismo sociale è il riflesso delle profonde differenze economiche. Secondo Gabriel Palma l’economia latinoamericana è intrinsecamente avversa alla crescita sostenuta proprio a causa della struttura socioeconomica. Le imprese, le grandi in particolare, beneficiano di alti tassi di profitto con bassi tassi di investimento, lo Stato investe poco in quanto prigioniero delle élite e i lavoratori, impiegati in un mercato con bassi tassi di disoccupazione e molta informalità, hanno pochi incentivi e poco potere per cambiare un equilibrio stabile.

Secondo questa tesi le élite latinoamericane, caratterizzate da un atteggiamento consumistico e una cultura del privilegio, traggono le loro ricchezze da attività basate sulla rendita. La spesa in ricerca e sviluppo (R&S), una tra le più rischiose forme di investimento, rappresenta un buon esempio per interpretare la mentalità delle élite. La Corea del Sud dedica il 4,2% del PIL alla R&S, il Messico lo 0,5%, il Brasile l’1,3%, il Cile lo 0,4%.  E quanto di questa spesa viene dal settore privato? In Corea il 75%, in Cile meno della metà, il 35%, il 45% in Brasile e solo il 20,7% in Messico.

Nel secondo dopoguerra il governo sudcoreano ha coltivato lo sviluppo scientifico e incoraggiato l’innovazione. Oggi che il paese ha compiuto la transizione strutturale, è il settore privato ad alimentare la R&S. In America Latina il privato si rifugia nella rendita: comparti con poca innovazione, basso valore aggiunto e alti profitti, garantiti dalla domanda internazionale.

Struttura e filiere produttive

Euromipyme, un progetto di ricerca congiunto tra Cepal e Ue, ha individuato l’ostacolo allo sviluppo dell’America Latina nei divari tra le imprese. Le micro, piccole e medie imprese rappresentano il 99,5% del totale delle imprese della regione, il 61% degli occupati e solamente il 25% della produzione. Le grandi imprese si concentrano nei comparti di alta produttività, mentre le micro e piccole imprese in comparti di bassa produttività e poco valore aggiunto. I comparti considerati ad alta produttività generano il 26,9% del PIL ma solamente l’8% degli occupati e sono costituiti da appena l’1,8% delle imprese.

Se poi guardiamo all’export, le grandi imprese latinoamericane originano circa l’80% delle esportazioni e si concentrano in settori quali agricoltura, pesca, miniere e alcuni comparti industriali che generano molto reddito ma poche filiere produttive e scarsa innovazione tecnologica. E di questo reddito beneficia solo una piccola porzione della società. Si pensi al Cile: il paese esporta oltre 200 milioni di dollari al giorno, di cui il 97,9% corrisponde alle grandi imprese. Il modello europeo è radicalmente diverso: in Italia le micro, piccole e medie imprese pesano per il 56% dell’export totale, in Francia per il 42%.

Tale divario riguarda anche la produttività. In Europa una media impresa ha il 76% della produttività di una grande, in America Latina meno della metà, il 46%. La produttività di una piccola impresa europea corrisponde al 58% della produttività di una grande impresa, contro il 23% di una impresa latinoamericana. Le differenze tra le due regioni indicano strutture produttive differenti in cui le imprese occupano spazi diversi. In America Latina l’inserimento nel sistema produttivo per le PMI è secondario, poiché le grandi imprese generano gran parte del Pil e quasi il totale delle esportazioni. In Europa, le PMI sono la spina dorsale della struttura produttiva, dell’export e dell’occupazione. Si organizzano in reti, talvolta sotto forma di cooperative, costituiscono segmenti di complesse filiere produttive internazionali. Offrono prodotti specifici – beni disegnati su richiesta, servizi al cliente, manutenzione, installazione, etc. – e quindi non subiscono la concorrenza delle produzioni di massa. In America Latina la maggioranza delle PMI non ha tali competenze e naviga in un mare magnum di produzioni standardizzate con basso contenuto tecnologico, in competizione diretta con le grandi imprese e con le catene commerciali.

Conclusione

Antichi e recenti sono i nessi che legano Europa e America Latina, i due continenti condividono storia e cultura e, per restare al presente, un intenso scambio commerciale di oltre 200 miliardi di euro nel 2018. Ciononostante, l’Europa dedica un’attenzione marginale al continente latinoamericano. Dal 2007 al 2019, solo il 10% dei fondi alla cooperazione internazionale è andato all’America Latina, contro il 37% destinato all’Africa Subsahariana.

L’Europa potrebbe fornire qualche buon consiglio sul piano dell’integrazione regionale. Innanzitutto, sul piano commerciale l’esempio europeo può rappresentare una strada per superare il groviglio dei 33 accordi commerciali fra gruppi di paesi latinoamericani. E poi per quanto concerne l’istruzione universitaria, che oggi permette la mutua riconoscibilità dei titoli di studio.

Da ultimo, il modello sociale ed economico europeo, fondato su un patto sociale tra diversi e sancito dai testi costituzionali, rappresenta un tipo di società con aspetti di interesse anche per i paesi latinoamericani. Innanzitutto, società nelle quali gli interessi privati non sempre prevalgono su quelli pubblici. E ancora, un modello di proprietà del capitale diffusa tra i cittadini e i territori, come rappresenta la struttura delle PMI europee.

Per incamminarsi lungo un sentiero di sviluppo costante, che permetta di redistribuire ricchezza e ridurre la disuguaglianza, è dunque indispensabile chiudere i molti divari che separano le società latinoamericane, a partire da quelli della struttura produttiva.

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