Dopo le Europee. Risultato elettorale e fase politica

Ospitiamo un intervento di Fabio Vander sul dopo voto europeo

Dopo le Europee. Risultato elettorale e fase politica

unione_europea1Il risultato inatteso delle elezioni europee, già ad una prima analisi rivela come le novità non riescano ad intaccare la viscosità di fondo della nostra storia politica. L’italico cambiare tutto perché nulla cambi è sempre in agguato.

Cominciamo dai dati salienti del quadro politico uscito dal voto. Ha vinto Renzi e il suo Governo. Gli alleati hanno fallito, sia NCD (che al netto dei voti UDC ha poco più del 2%), sia Scelta Civica, che è letteralmente scomparsa.

Resta dunque confermata la tesi che non c’è in Italia una destra democratica. Neanche la crisi del berlusconismo ha favorito un processo in tal senso. E anzi se non era per i giudici, Berlusconi avrebbe sicuramente preso di più del fallimentare 16% delle Europee. Sicché non solo non c’è una destra democratica, ma neanche un sistema democratico efficiente, capace di contenere ed espellere per via politica, non giudiziaria, un fenomeno anti-sistema come Berlusconi.

La lista per Tsipras ha a mala pena superato lo sbarramento del 4%. Si tratta della somma aritmetica dei soliti numeri di SEL e Rifondazione, più un minimo di voto di opinione richiamato dall’appello di Spinelli, Ovadia e simili. Difficile dare un significato politico ad un risultato come questo. Difficile dargli cioè il valore di segnale di ripresa della sinistra. Tanto che il capogruppo SEL alla Camera Migliore ha subito chiarito in un’intervista a “Repubblica” che la sua prospettiva resta quella della confluenza nel PD ovvero della realizzazione di un “partito unico”. Coerentemente ha poi esplicitato la disponibilità di SEL a sorreggere il governo Renzi (dato l’indebolimento degli alleati di centro-destra). Quanto a Vendola in direzione ha teorizzato una SEL nella “terra di mezzo”: un piede nel PD e uno a sinistra. Salvo il soccorso al governo Renzi. Questa sarebbe una linea politica.

SEL è il più inutile dei partiti italiani. E il più dannoso per la sinistra. Finché ci sarà SEL non ci sarà sinistra in Italia. Né un nuovo centro-sinistra. Solo la sconfitta del grumo di interessi personali raccolto intorno a Vendola (Migliore, Ferrara, Smeriglio, Nieri, De Petris, ecc.) potrà aprire spazi ad un autentico progetto di sinistra, cioè alternativo al “partito unico” con il PD. In questo senso speriamo che la Spinelli e Rodotà resistano (nella critica serrata a Renzi e nella ricerca di una alternativa). Anche se è tutto dire.

Quanto a Grillo ha sicuramente fallito. La sconfitta a mio avviso ha la seguente chiave di lettura: Grillo in verità ha vinto alle politiche del 2013 perché premiato da settori decisivi dell’elettorato non convinti (giustamente) della proposta “Italia Bene Comune” di Bersani e Vendola. Il voto al M5S è stato dunque solo il grimaldello per eliminare l’ultimo della vecchia sinistra: Bersani appunto, pensionato dopo D’Alema, Veltroni, Fassino, ma poi anche dopo Bertinotti, Diliberto, Mussi, Fumagalli, Vendola. L’intera generazione di un ciclo politico pluriennale integralmente fallimentare.

Quando si riscriverà (a questo punto speriamo presto) la storia degli ormai venticinque anni seguiti al 1989, bisognerà concentrare tutte le risorse critiche su questo fallimento. Sul disastro, politico e dal punto di vista della tenuta democratica, proprio della generazione che ha diretto la sinistra italiana, moderata e radicale, dopo l’‘89.

Altro che silenzio dei comunisti! Il silenzio è quello che è mancato. Per forza poi ha vinto Renzi. La logica della “rottamazione” è del tutto condivisibile. Anzi se un merito ha avuto Renzi è stato proprio quello di aver posto fine una volta per tutte a certe biografie. Altro modo non v’era e comunque altri non ha saputo trovare in tutti questi anni. Di che ci si lamenta, dunque? I ‘nuovi’ (e le ‘nuove’) che hanno preso la guida del PD e del Paese (non ancora di SEL e della sinistra) peggio di chi li ha preceduti certo non potranno fare. Le Europee del 2014, se leader fosse stato un ex-comunista (o ex-democristiano, leggi Letta), sarebbero state perse.

Dopo Bersani non restava che Renzi. E quando hai Renzi (tra l’altro) non hai bisogno di Grillo. Quando hai uno che abolisce il finanziamento pubblico ai partiti, ‘abolisce’ il Senato, dà 80 euro ai poveri, fa pagare le banche, taglia gli stipendi ai grandi burocrati, manda in galera Genovese, ecc., quando hai uno così, l’erba sotto i piedi al populismo è tagliata. Il populismo di governo svuota quello di piazza (per questo abbiamo evitato fenomeni come Farage o Le Pen).

Certo la politica è un’altra cosa; ma sul piano elettorale può funzionare. La vera forza di Renzi è l’inesistenza dei suoi concorrenti. Non ha alternative nel PD. Non ha alternativa a sinistra. Non ha alternative nel centro-sinistra. Non ha alternative nel Paese (con Alfano al governo e Berlusconi a Cesano Boscone). E ci si meraviglia che Renzi ha vinto? Senza alternativa non c’è democrazia. Anzi non c’è proprio politica. Concludendo queste prime considerazioni post-voto, credo si debba orientare lo scavo critico principalmente in due direzioni: una direttamente politica (PD, SEL, sinistra, centro-sinistra), l’altra afferente la qualità della nostra democrazia.

Certo le due linee si intersecano. Molti analisti hanno proposto un confronto fra un PD portato al 40% dal non-comunista Renzi e la Democrazia Cristiana. Ora non si tratta di dire che il PD è eguale alla DC, che non significa niente, ma di notare che il problema classico della democrazia italiana rimane intatto. Si trascina irrisolto dalla Prima Repubblica alla Seconda fino ad oggi, alla Terza.

Uno storico del cattolicesimo democratico come Agostino Giovagnoli ha potuto scrivere, all’indomani delle Europee, che il PD deve svolgere lo stesso compito di “partito-pivot” del sistema, disimpegnato a suo tempo dalla DC. Se l’Italia della Prima Repubblica era per definizione una ‘democrazia bloccata’, secondo Giovagnoli “come ha fatto la DC a suo tempo, anche il PD renziano sta assumendo oggi i tratti del ‘partito italiano’”, cioè di centro inamovibile del sistema. Anche Franco Monaco (altro democristiano!) definisce il PD nuovo “partito italiano” o “partito pigliatutto”, pur individuando i termini del problema nell’“evoluzione della democrazia italiana quale democrazia competitiva ovvero consociativa”. Il problema però inevitabilmente resta quello di sempre: se il PD è “partito pigliatutto”, come si potrà mai andare oltre la “democrazia consociativa”? Non sorprende poi che anche Reichlin sull’“Unità” definisca quello di Renzi “partito della nazione” ovvero “partito-società” (e per fortuna ci risparmia “partito-Stato”). A coronamento Renzi, in Direzione PD, ha parlato a sua volta (e citando proprio Reichlin) del PD come “Partito nazione”. Tout se tient.

Altro che rinnovamento e svolta politica. Siamo in presenza dell’ultimo aggiornamento dell’eterno ritorno dell’identico della democrazia italiana. Renzi riesce, con un piglio, una credibilità e dunque consensi nuovi, a realizzare esattamente la linea che era stata dei suoi predecessori. Quello che i comunisti non poterono fare (“figli di un dio minore”, do you remember?), lo ha fatto lui (addirittura entrare de plano nel Socialismo europeo; cosa che i Popolari da un ex-comunista non avrebbero mai accettato). Quando Veltroni e Bettini dicono che Renzi realizza il “sogno” della loro vita, non ‘saltano sul carro dei vincitori’, dicono la verità. Come si vede questione politica e questione democratica si incrociano anche in questa nuova fase politica.

Ora se la sinistra vuole rimotivare la sua funzione storica deve riuscire ad andare, proprio essa, oltre la logica della democrazia bloccata o “consociativa”. Individuare questo come il problema decisivo. Farne una sua bandiera. Porsi alla testa di un processo storico. In Italia e in Europa (dove si annuncia l’ennesima “grande coalizione”).

Certo per farlo bisogna lavorare al superamento tanto della prospettiva del PD come nuova DC, quanto di SEL come variabile dipendente (dal PD). Sono queste infatti oggi le forze di blocco del sistema. Bisogna aggredire culturalmente-politicamente la logica del “partito pigliatutto”. Ripartire è difficile ma non impossibile.

La ‘lista Tsipras’ potrà trovare un senso politico post-elettorale solo se si mostrerà in grado di aprire una fase costituente (non limitandosi ad aspettare il momento buono per entrare nel PD). Direi: dalla lista al partito. Altrimenti ci si consegna all’ininfluenza e alla scissione. Non a caso il solito Migliore l’ha definita “lista di scopo”. Per la serie: prendi il quorum e scappa…

Decisivo è imboccare la via giusta. L’unica che potrà mettere gli interlocutori di centro-sinistra di fronte alle loro ambiguità e contraddizioni (riaprendo spazi di iniziativa politica e recupero di consenso). E la via giusta è appunto quella di un nuovo partito della sinistra che abbia per fulcro una strategia di alternativa. Al “partito nazione” bisogna sforzarsi di contrapporre un’altra idea di democrazia, di partito, di politica, di giustizia, di Italia, di Europa. Se non si fa questo si finirà col fare i camerieri in casa Renzi.

La costituente di una nuova sinistra è insomma la sola carta contro quel tripolarismo Renzi-Berlusconi-Grillo che al momento sembra assorbire tutte le risorse politiche del sistema, tenendolo bloccato alla sua storica disfunzionalità.

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