Elezioni in Puglia. Quel che resta del giorno

L’ampia, quanto liquida e inconsistente, “offerta politica” non incontra le domande dell’elettorato. Nel centrosinistra c’è chi spera che l’astensionismo, previsto elevato, possa favorire Emiliano. Né ha giovato la pessima figura sulla doppia preferenza di genere. Della “gloriosa” stagione della sinistra pugliese non resta nulla, al suo posto vi è la rassegnata richiesta del voto utile. Di Michele Laforgia

Elezioni in Puglia. Quel che resta del giorno

Foto di Davide Roppo da Pixabay

Di Michele Laforgia

Se lo stato della partecipazione popolare si misurasse con il numero dei candidati, la Puglia sarebbe in ottima salute. Un esercito di 1300 aspiranti consiglieri si contende infatti 50 seggi in consiglio regionale, senza considerare gli otto candidati alla Presidenza: numeri da concorso pubblico. Secondo la logica del mercato – che qualcuno si ostina ad applicare, contro i fatti, anche alla politica – con un tale squilibrio tra domanda e offerta il prezzo dovrebbe schizzare alle stelle, generando una corsa di massa alle urne. E invece no, se si pensa che già nel 2015, in una condizione certamente meno usurata di quella attuale, soprattutto per il centrosinistra – che vinse con il 47% dei consensi, contro un centrodestra diviso e ridotto ai minimi termini dopo il decennio vendoliano – quasi metà del corpo elettorale non partecipò al voto. Le previsioni non sono migliori, per il 20 e 21 settembre, in piena convalescenza Covid, con qualche preoccupante segnale di ricaduta, dopo una campagna elettorale balneare e in una stagione estiva che, da noi, arriva normalmente sino a ottobre inoltrato. In realtà qualcuno ci spera, perché se gli elettori sono pochi diminuisce l’incidenza del voto di opinione e cresce, in proporzione, il peso dei grandi collettori del consenso, ampiamente rappresentati nelle liste del centrodestra e del centrosinistra, taluni in consiglio regionale già da un ventennio. È opinione diffusa, nella variegata coalizione che sostiene la candidatura del Presidente uscente con ben 15 liste (dai Pensionati ai neoborbonici), che un astensionismo elevato potrebbe favorire la rielezione di Michele Emiliano. Il governo regionale non ha brillato, negli ultimi anni, e non è bastato a ripristinarne il gradimento la scarsa diffusione del coronavirus in Puglia, all’origine della candidatura, capolista in una delle civiche a sostegno del Presidente in più collegi, dell’epidemiologo Pierluigi Lopalco, popolare responsabile della task force regionale anti-Covid, non ancora dimissionario dal suo incarico pubblico. Così è, se vi pare.

All’appeal della maggioranza uscente non ha certo giovato la pessima figura rimediata sulla doppia preferenza di genere, affossata nell’ultimo consiglio regionale della legislatura dai duemila emendamenti dell’opposizione e seppellita, nella notte, dall’abbandono dell’aula da parte della maggioranza, dopo l’approvazione di una norma sulle incompatibilità che avrebbe impedito proprio la candidatura di Lopalco. È dovuto intervenire il Governo con un contestato decreto-legge, per ripristinare la legalità elettorale. Eppure, come si può leggere ancora oggi sul sito istituzionale della regione, l’“approvazione di una nuova legge elettorale che restituisca dignità alle istituzioni e alle donne, introducendo la doppia preferenza di genere” doveva costituire, nell’ordine, la prima azione del programma di governo. Cinque anni, evidentemente, non sono bastati. Per evitare ulteriori infortuni, quest’anno le “sagre del programma” – così ribattezzate nel 2015 – sono state digitalizzate, come la Notte della Taranta. Michele Emiliano ha chiamato a raccolta gli elettori per scrivere il programma del prossimo quinquennio direttamente per posta elettronica: ennesima conferma della natura ormai puramente propagandistica dei “programmi”, e cioè dei contenuti che dovrebbero diversificare e attribuire un senso all’offerta elettorale. Non può quindi sorprendere la diffusa presenza, nelle liste del centrosinistra, di personalità e candidati dichiaratamente di destra, talvolta esplicitamente sponsorizzati da sindaci di estrema destra come il primo cittadino di Nardò, noto per la commemorazione pubblica dei camerati caduti, da tempo legato al Presidente uscente. Non si tratta di un caso isolato, ma di una precisa strategia – o più propriamente, di una tattica – fondata sul presupposto che la Puglia sarebbe una regione irredimibilmente di destra, ovvero “più a destra della Germania nazista”, come ebbe a dire con trionfale e assai infelice espressione l’attuale Commissario dell’agenzia per il lavoro, allora esponente di spicco del centrodestra e oggi alla guida di una delle liste a sostegno del Presidente Emiliano. Di conseguenza, per vincere non vi sarebbero alternative all’alleanza con esponenti dello schieramento opposto, variamente blanditi con incarichi e nomine pubbliche, come il summenzionato Commissario. Un trasformismo populista aspramente contestato da una parte non trascurabile del centrosinistra, che ha attribuito alla disinvoltura del Presidente uscente la caduta di consenso degli ultimi anni, e preparato il terreno per la candidatura autonoma di Scalfarotto per Italia Viva, il movimento di Calenda e Più Europa, che potrebbe drenare qualche punto percentuale decisivo per l’esito finale del voto.

Non è più brillante la condizione del centrodestra, che pure, dopo mesi di polemiche e diatribe, ha candidato unitariamente l’ex protesi di Berlusconi Raffaele Fitto, già Presidente della regione nel quinquennio 2000-2005. L’investitura non ha generato particolari entusiasmi né tra i notabili della destra pugliese né, almeno secondo i sondaggi, fra gli elettori, considerato che Fitto, figlio d’arte di formazione democristiana, dopo essere stato clamorosamente sconfitto da Nichi Vendola ha attraversato negli anni l’intero schieramento conservatore, approdando, alla fine, al partito di Giorgia Meloni. Un percorso in gran parte consumato lontano dalla Puglia, nella quale Fitto ha, se non perso, di certo ridimensionato il suo radicamento elettorale soprattutto nel capoluogo, dominato dal Sindaco dem Antonio Decaro, trionfatore con il 67% alle amministrative del 2019, Presidente dell’Anci e coordinatore della campagna elettorale di Emiliano. Una debolezza che Fitto e i suoi sperano di compensare facendo il pieno dei consensi nel centrodestra – al 45% nelle elezioni europee del 2019, in Puglia – convogliando il malcontento diffuso in alcuni settori strategici come sanità e agricoltura e ospitando nelle proprie liste alcuni transfughi di rientro dalla maggioranza, tra i quali l’ex assessore proprio all’agricoltura. Potrebbe essere l’arma in più di Fitto, un candidato che, per la sua esperienza amministrativa e l’immagine moderata, può attrarre i grandi elettori approdati alla corte di Emiliano per convenienza, pronti a cambiare casacca se il vento dovesse spirare a sfavore del Presidente uscente.

Tra i due contendenti principali il Movimento Cinque Stelle spera di conquistare un insperato successo elettorale puntando sull’unica candidata Presidente donna, Antonella Laricchia, assurta agli onori delle cronache nazionali per il gran rifiuto opposto all’invito a farsi da parte per sostenere, secondo lo schema del governo in carica, il Presidente uscente. Antonella Laricchia ha dichiarato pubblicamente di aver ricevuto offerte, blandizie e persino minacce per rinunciare alla sua candidatura, finendo col fare un figurone al cospetto dei suoi numerosi detrattori. Sarebbe stato certamente opportuno cercare un accordo per una candidatura unitaria, com’è avvenuto altrove, ma una rinuncia a poche settimane dal voto, dopo cinque anni di dura opposizione, avrebbe dissolto il consenso dei Cinque Stelle pugliesi, rimasti sempre asserragliati nel fortino “né di destra, né di sinistra” dell’alternativa ai vecchi partiti (e ora, ai vecchi candidati). Del resto anche la maggioranza di centrosinistra, ad onta dei proclami, ha scelto, in Puglia, la strada dell’autarchia, decidendo di blindare la candidatura di Emiliano con primarie aperte solo agli spifferi, una bassa percentuale di votanti dichiarati (80.000, erano stati oltre 140.000 cinque anni prima) e molte ombre sul numero effettivo (posto che è stata rendicontata meno della metà delle somme che avrebbero dovuto essere raccolte nei gazebo, con conseguenti dimissioni del Garante). Per la verità c’era stato anche chi, sin dai tempi del varo del governo giallorosso, aveva chiesto, da sinistra, un allargamento della coalizione preceduto dal confronto su un programma comune e un candidato, o candidata, condivisi e non imposti. Se ne era parlato in un’affollatissima assemblea a febbraio 2019 convocata da un gruppo di associazioni. Evidentemente, inascoltate.

Insomma, il quadro politico alla vigilia del voto di settembre non è certo entusiasmante. La sensazione diffusa è che in Puglia, un tempo laboratorio politico, si stia disputando una partita di retroguardia, all’insegna del meno peggio, in cui la destra si presenta come artefice del cambiamento e il centrosinistra agita lo spettro del ritorno al passato remoto, con l’aggravante leghista. Della stagione ‘gloriosa’ della Primavera pugliese non resta più nulla, se non la nostalgia: un sentimento che qualcuno, non a torto, definì reazionario. Sono le conseguenze, anche nella regione, della caduta verticale dei partiti e dell’affermazione di una forma di organizzazione politica liquida, se non aeriforme, incentrata sulla figura dei leader coadiuvati dai professionisti della comunicazione e attorniati da un ceto politico sempre più autoreferenziale. Un fenomeno non estraneo alla parabola di Nichi Vendola, che ha trovato nell’ex Pubblico Ministero Michele Emiliano, sempiterno magistrato in aspettativa, l’interprete più autentico e convinto. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: un Partito Democratico pressochè immune alla discussione collettiva, telecomandato dallo stesso Emiliano anche dopo la sua formale uscita dal partito a seguito della decisione disciplinare del CSM, confermata dalla Cassazione; una sinistra ridotta ai minimi termini, che, dopo la discreta affermazione di Liberi e Uguali nelle elezioni politiche del 2018 (oltre il 7,4 per cento nel collegio uninominale di Bari e un deputato eletto a Lecce, per il gioco dei resti), ha abbandonato ogni ipotesi di costruzione unitaria e si affida, per le prossime amministrative, all’apparentamento con i moderati di Pisicchio per Mdp-Art. 1, e all’arcobaleno virato al verde per Sinistra Italiana, alleata con gli ambientalisti e i socialisti di Alberto Tedesco; un arcipelago di associazioni, movimenti ed elettori di sinistra respinto ai margini della contesa politica, al quale si ripropone la tagliola del ‘voto utile’ per respingere le orde leghiste e salvare il governo anche a Roma. Ma se la Puglia, come spiegò Franco Tatò in un fortunato libretto di molti anni fa, non è la California, non è neppure l’Ohio. Non è detto che i destini della maggioranza giallorossa si decidano a Bari, mentre è certo che qui si determineranno le sorti dei cittadini pugliesi, alle prese con i problemi di sempre: le diseguaglianze, anche di genere, la disoccupazione, soprattutto giovanile, la cronica carenza di infrastrutture, il gap tecnologico, la contraddizione tra ambiente e sviluppo incarnata nell’ILVA, la profonda crisi dell’agricoltura, non solo per la colpevole avanzata della Xylella. Da qui, comunque andrà a finire il 20 e 21 settembre, si dovrà ricominciare.

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