Go Roma. Verso la città policentrica

Roma è una città antica e preziosa, senza precisi confini, dalla mappa irregolare e al centro di una rete infrastrutturale sfaldata. Invasa dal commercio e della cementificazione selvaggi, necessita di riallacciare i nodi della socialità e della cultura, di costruire nuovi centri di equilibrio per riprendere il suo cammino verso il futuro

Go Roma. Verso la città policentrica

Ma questo è un altro discorso? Domanda retorica a cui rispondiamo con alcune considerazioni “a partire da Roma” per arrivare alle aree interne. Roma, dunque, città che non ha centro (per seguire l’indicazione di Vieri Quilici, “Roma, capitale senza centro”) o “the Centre(s) elsewhere” (come ci ha mostrato il libro del Berlage Institute Project di P. Vittorio Aureli, Martino Tattara, Gabriele Mastrigli). Bisognerebbe avere il coraggio di partire da qui. Libri questi del decennio scorso: quando forse l’idea di centro aveva ancora una sua concretezza utopica (per richiamare l’Olivetti citato da Allegri). Come pure, per richiamarci a un altro libro del decennio passato (Walter Tocci, Italo Insolera, Domitilla Morandi, “Avanti c’è posto. Storie e progetti del trasporto pubblico a Roma”), proveremo a individuare una nuova “cura del ferro” che dia consistenza al “lavoro remoto”.

Quale centro?

Nello spazio euclideo che normalmente usiamo in una pagina di quaderno, il punto medio fra due punti qualunque si ottiene unendoli con una linea retta e trovando la metà di questa retta. Alcuni analisti politici applicano questa forma basica e primitiva di comprensione geometrica alla lettura della società quando si riferiscono al “centro politico”. Così ci ha insegnato un grande politico e così, dopo anni di politiche centripete senza però avere due punti (“due proposte polarizzate”), ci troviamo un centro, quello storico di Roma, assolutamente privo di senso; dopo la quarantena poi: una distesa di monopattini. “Centro” è parola polisemica che racchiude alcune questioni ineludibili. Prima, generazionale: per chi, come noi “prima generazione precaria”, ha visto nascere (financo procreando) centri sociali autonomi in periferie asociali eteronome. Fra fine Ottanta e inizio Novanta sorsero dal terreno dell’“autonomia” quelle esperienze che portarono una socialità che, in periferia, le istituzioni avevano appaltato a poteri occulti o palesi (e altrettanto dannosi, come l’Ikea): centro sociale vs centro commerciale. E il centro politico? Ben lungi dall’essere medio, propende(va) per il commerciale.

Forma urbis: cometa o rosa dei venti?

Che poi la discussione fra politico/sociale, chi produce uno e/o l’altro, è una discussione lunga e appassionante (per intenderci da “Non è la coscienza che determina il loro essere” in qua). Ma, guardando a Roma, c’è la recente e poco appassionante discussione sulla “sinistra ZTL”; il centro geografico, cioè, come zona di benpensanti: lettori/elettori de “la Repubblica” e del PD. Ci appassiona poco perché, da almeno trent’anni, il partito (ora democratico, da allora “azionista” nella sua forma più deteriore e moraleggiante) ha perso ogni “connessione sentimentale” con la periferia. Trent’anni, poi, per non andare troppo indietro e ragionare, come il WMO, sui “trentenni” del climate change. Nonché l’altrettanto recente e noiosa discussione su Roma sud vs Roma nord. Coltiviamo, quando parliamo di Roma soprattutto, una storia più lunga: occorre vedere la Forma Urbis partendo, se non proprio dall’archeologia, almeno dall’arrivo dei Piemontesi (come fa, appunto, Vieri Quilici). Se, dunque, durante il fascismo si vagheggiava una stella cometa con il centro e la coda verso il mare; oggi ci si accapiglia su (come trovato in rete) una rosa dei venti con una forma circolare e una simmetria radiale lungo le consolari.

Più interessante la mappa “geofisica” di “the Centre(s) elsewhere” dove Roma viene delimitata dall’“arco di vulcani” ossia di pensare i limiti della città laddove iniziano i vari vulcani (dai Castelli al lago di Bracciano). La forma urbis attuale, infatti è talmente cresciuta caoticamente che, forse, un confine geofisico potrebbe essere utile. La Cassa del Mezzogiorno iniziava a Pomezia? Ecco lì fatte le industrie farmaceutiche e/o stabilimenti industriali improvvisati (da vedere e rivedere sempre il documentario di Gregoretti sul trasferimento dalla tipografia Apollon nel 69). Lo SDO? Via con la retorica dell’est e della Tiburtina Valley. Una nuova università? Tor Vergata è coeva alla metro A che finisce/finiva ad Anagnina, a un chilometro dall’università. Che Forma, dunque? Negli ultimi anni, davvero, sembra che questa domanda sia stata totalmente non considerata (basti pensare allo “stadio della Roma”). Non c’è centro che tenga: l’anima del politico non ha forme e il commerciale vince sempre di più. La città appare sempre più “esplosa” (come ricorda Quilici) in ogni direzione. Lunga le consolari? No, neanche…

Il mio cuore a Ponte Milvio

Il lettore non si risenta se la citazione di “ponte Milvio” non è riferita al lucchetto di Moccia, né al benzinaio del Romanzo Criminale di Mafia Capitale, ma al bellissimo racconto di Vasco Pratolini sulla Resistenza dei fiumaroli. Qui, lungo il Tevere, si svolge un grande romanzo, come Roma di Vittorio Giacopini. In questo romanzo, il centro di Roma (quello storico, per intendersi) è descritto nella sua essenzialità turistica con la giusta e serrata critica della “fine dell’equo canone” come fine di ogni possibile Forma vitae al centro di una città antichissima (tanto per citare un altro bellissimo libro su quella zona). Ma, tornando alla zona nord-nord ovest e tenendo sempre uno sguardo al passato e uno al futuro, ricordiamoci della battaglia negli anni 60 dell’Hotel Hilton Cavalieri condotta da Antonio Cederna. Si volle costruire, infatti, un albergo di lusso in cima a Monte Mario con l’idea che “il nuovo albergo, di lusso e residenziale, sia una specie di toccasana per l’economia romana” (scriveva Cederna). L’albergo non ha portato alcun beneficio, raccontano le cronache di allora, e giace ancora lì, come una sorta di “pietra miliare” di cemento alla fine della via Francigena. Si chiamò, infatti, Cavalieri in omaggio ai viaggiatori a cavallo del passato che, percorsa la via Francigena, alle porte della città eterna erano soliti fermarsi qui a riposare prima di arrivare a San Pietro (vedi). Per rimanere in quel quadrante e in una dimensione romanzesca, basta prendere Lo Stradone di Francesco Pecoraro (o er 495) e vedere AURA. L’ultimo (speriamo sul serio) centro commerciale sorto a Roma: un nome à la Benjamin, un aspetto post-industriale à la Fritz Lang. Con una fornace restaurata, i negozi (negozi? La robbaccia che trovi in ogni strada der mondo) incombenti e la chiesa sullo sfondo. Il parroco, vox clamantis in deserto, ha pure protestato “Ma così i funerali…”. E allora vai di rotatoria riparatrice per evitare il passaggio del feretro davanti alla mutanda griffata o al panino sushi-‘nduja-avocado: pietà per i morti! Ma cosa si potrebbe fare in quel quadrante? Più avanti la risposta.

Densificare

Quando leggemmo i Mille Piani di D&G ci colpirono, per sempre, le pagine sul go e gli scacchi. E se anche abbiamo letto “Il mio sistema” di Nimzowitsch (la differenza fra occupare e controllare il centro della scacchiera), se anche abbiamo amato il Rope-a-dope di Mohamed Alì, forse dovremmo giocare a go e abbandonare l’illusione che possa/debba esistere un centro preciso come negli scacchi? Forse, ossia, come nel Go, potremmo pensare dei centri “provvisori” intorno a cui aggregare delle “zone” (dove per zona intendiamo un qualche città/quartiere/rione/paese). Con la consapevolezza, guardando per esempio le aree interne, che l’attrazione gravitazionale avviene su due linee: intra- e inter-zona. Ossia le aree interne si “svuotano” verso le città e le aree interne stesse si svuotano dal proprio centro all’esterno (quelle rotatorie, quei mall, quelle stazioni magari abbandonate dove sorsero gli Scalo). Proviamo, quindi, a disegnare una possibile Forma urbis (la citazione è d’obbligo) “delle contrade a venire”. Difronte alla difformità della città, alle sue mappe diseguali, si invoca la densificazione urbana ed è giusto così: certo anche AURA è il classico intervento di densificazione/riqualificazione commerciale di brownfields. Ma con accortezza e lucidità si potrebbe densificare il centro (storico) di Roma con abitanti a “equo canone” o convertendo edifici vuoti (l’ex-Ospedale San Giacomo, ad esempio) a edilizia popolare. Questi sono interventi di buon senso ma, se vogliamo, possiamo andare anche oltre la ZTL, oltre il GRA.

Oltre il GRA

Roma ha sempre avuto un rapporto ambiguo con le sue Mura. Anche qui (ultima citazione, per carità) leggere Perceber di Leonardo Colombati (“In uno stato-nazione, le mura delle singole città sono un problematico richiamo all’epoca degli odi campanilisti. Anche le mura di Roma nascono da questo immaginario: Remo ‘taglia’ il tracciato delle mura con un salto, e Romolo l’uccide”). Ci vuole, per spingersi oltre il GRA e oltre gli odi campanilisti, del sano realismo. Quando a Bologna si vollero aumentare le cubature delle abitazioni inventarono i portici, simbolo e gloria della città. Noi detestiamo l’Alta Velocità e sappiamo quanto sia stata deleterio il passaggio dell’idea del “pendolino” (il treno che si adatta alle montagne) a quella della TAV (la montagna che si adatta al treno). Ma la TAV è stato l’unico piano industriale sviluppato, negli ultimi anni, in Italia. Dobbiamo, quindi, considerare quelle linee e dobbiamo chiederci dove finisce Roma oggi. Significa, infatti, andare, oltre il GRA, oltre l’“arco di vulcani” e sapere in quanto tempo si arriva dove. Napoli, a un’ora di treno, potrebbe già essere un tutt’uno con Roma: tempi da metropolitana e prezzo da aereo (basterebbe calmierare il prezzo del treno!). Firenze è leggermente più distante ma anche lì, asintoticamente, si potrebbe arrivare a un “tutt’uno”. Laddove non arriva la TAV c’è il treno regionale con una situazione complicata e un’auspicabile nuova “cura del ferro” che avvicini i vari punti. Verso est, c’è l’autostrada e il progetto di rifare la ferrovia Roma-Pescara che avvicinerebbero Avezzano-Sulmona (e rispettive aree interne). Verso ovest e fino a Civitavecchia, ci sono autostrada e treno. Viterbo e Rieti, invece, per i treni sono irraggiungibili e anche le strade abbastanza inesistenti. Decenti le situazioni di Frosinone e Terni; a metà Latina (buon treno, strada pericolosa). La vicinanza dei diversi punti non vuole essere una centripeta convergenza su Roma ma un’apertura allo spazio multiverso del “lavoro remoto”: il pane delle “15-minute cities” e le rose di connessioni extra-urbane rapide. Nonché, sempre per spingere oltre, bisognerebbe considerare il viaggio lento (bici e/o piedi). Ci sono tre fasce (quella citata sopra a nord-ovest: Insugherata-Pineto; una a nord-est: Marcigliana-Parco dell’Aniene; a sud: Caffarella-Appia Antica e Castel Porziano-Decima) in cui pensare al verde che invade il cemento. Si diceva, per esempio del futuro di Casa Pound e, dei cento possibili usi, non ci considerava la semplice demolizione, “+alberi, -stronzi” (come leggemmo scritto sul cantiere di AURA) o “chi piccone demolitore ferisce, di piccone demolitore perisce”. Ma come il consumo del suolo, il cemento che non assorbe acqua e calore, etc: basterebbe, sul serio, demolire qualcosa (come hanno fatto a Napoli con le Vele). Ricuciamo le zone verdi con il verde e apriamo ai pellegrini. Il traffico automobilistico, inoltre, è in costante diminuzione e nel futuro sarà sempre meno utilizzato, questo già prima della pandemia.

Oltre la pandemia

C’è una certa assonanza fra il trittico di Carl Schmitt “Nehmen/Teilen/Weiden” (appropriazione, divisione, produzione) e quello dei Sem Terra “Ocupar, Resistir, Producir”. Questo trittico disegna l’intervento sociale nella contemporaneità. Così, nella pandemia, abbiamo visto una lenta ginestra costruire solidarietà laddove lo stato ha latitato. Nella scuola, per esempio. Prima e dopo (vedremo oltre) la pandemia tutti a parlare di scuola. Prima, la “fucina della classe dirigente”, le tre I (Inglese, Informatica, Impresa) e l’Alternanza Scuola-Lavoro. Dopo, il luogo del contagio dove bisogna implementare l’educazione civica, la mancanza cronica di personale, i professori eroici: il miracolo della scuola pubblica, secondo Michele Serra. Una certa dose di realismo e una frequentazione pluriennale come genitori ci permettono di dire che, in questo caso, la centralità sociale deve diventare politica: le istanze di solidarietà che si sono attivate, durante la pandemia, nelle scuole hanno sopperito alle inesistenti politiche scolastiche degli ultimi anni. Questo all’Esquilino, per esempio. Potrebbe, quindi, il prossimo sindaco/a di Roma cartografare quali siano i “centri sociali” (diremmo noi!) o le centralità di (ri)produzione sociale per ogni zona/quartiere/rione di questa città. Vedere, nel caso, dove manca e capire come intervenire. Certo un’officina metropolitana andrebbe, a prescindere, pensata e realizzata in ogni zona/quartiere/rione di questa città nonché all’interno delle aree interne di questo paese. Come in fondo fece la chiesa, poi la fabbrica: l’idea di un qualche centro intorno a cui costruire socialità ha un suo perché, nel senso del Go (of course).

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