Hasta ahora, unidos no podemos

Seconda fumata nera per il governo rosso-viola di Spagna. A las Cortes Pedro Sánchez raccoglie 124 voti a favore, 156 contrari e 66 astensioni, quelle di Unidas Podemos, con cui le trattative per la formazione di un governo di coalizione si sono arenate su questioni d’incarichi e di programma. Ci sono ancora due mesi per allontanare lo spettro delle nuove elezioni di novembre, forse una manna inattesa per le destre, ma che non raccoglierebbero il favore della popolazione. Di Simone Furzi

Hasta ahora, unidos no podemos

La lunga trattativa tra il PSOE e UP conclude con un insuccesso la sua prima sessione, composta di alterne fasi di avanzata e ritirata, di abbracci e spinte, di convergenze e scontri. I motivi che abbiano potuto condurre al fallimento sono vari e affondano le radici nel campo della logica di partito, della mancanza di fiducia tra i leader e delle ineludibili differenze ideologiche tra la due compagini. Cerchiamo di mettere a fuoco alcune elementi afferenti alla questione.

In primo luogo, partiamo da un dato storico: in Spagna non c’è mai stato finora un governo di coalizione, ovvero una squadra composta da ministri appartenenti ad almeno due partiti diversi. Ciò significa che le due compagini non avevano né un’adeguata esperienza nel condurre trattative di questo tipo, né riferimenti diretti per commisurare le eventuali reazioni dell’elettorato e l’efficacia di un’azione governativa di coalizione.

Non a caso, la contrattazione è stata attraversata da un continuo tiro alla fune, dove ciascuno a cercato di favorire alternativamente la propria parte, con differente forza di trazione e ben attento a non intestare a uno dei suo colpi la rottura della corda. È difficile capire su chi ricada la maggior mole di responsabilità circa il fallimento. Per quanto riguarda le linee di partenza, se da un lato il PSOE poteva giocare da una posizione di maggior forza, in vista degli ottimi risultati ottenuti alle elezioni europee e degli incoraggianti sondaggi, UP, preoccupato di non perdere altro elettorato in migrazione verso los rojos, poteva comunque vantare di essere l’unico in grado di garantire la formazione di un governo che non sconfessasse Sánchez secondo le dichiarate intenzioni di sposare una politica di sinistra.

Su quanto tali intenzioni siano profondamente sincere non ci è dato sapere con certezza, ma analizzando i programmi elettorali dei due partiti, la vicinanza tra PSOE e UP è, almeno sulla carta, maggiore di quella tra PSOE e Ciudadanos. Soprattutto lo sono anche gran parte dei rispettivi elettorati; il “con Rivera no” di Plaza Ferraz del 28 aprile lo esplicita vividamente.

Oltretutto, vi era (e forse ancora vi è) la possibilità di accordarsi su un programma ben definito, che ripartisse dalle poche ma significative iniziative (soprattutto in ambito di sostegno al lavoro e alla parità di genere) giustamente rivendicate e difese anche da UP, che erano state implementate od avviate durante la piccola parentesi del post-Rajoy. Per di più, in alcuni governi regionali (il caso della Comunità Valenciana è quello più significativo) PSOE e UI collaborano o hanno collaborato con buoni risultati.

Circa la tanto discussa distribuzione degli incarichi di governo invece, dopo un lungo arco di dialogo e contrapposizioni, il PSOE, all’inizio restio a concedere ai viola poltrone che andassero oltre quella di vice-ministro, dopo molti passaggi intermedi, aveva offerto in ultima istanza a UP, oltre ad altri ruoli di minor prestigio all’interno di altri ministeri, una “vicepresidencia de Asuntos Sociales y los ministerios de Vivienda, Sanidad e Igualdad“, posizioni non insignificanti nonché afferenti alle aree di loro maggiore interesse. UI reclamava però, almeno inizialmente, gli scranni del ministero delle finanze, del lavoro e di uno tra quello dell’istruzione e della transizione ecologica. Anche grazie all’intermediazione dell’ex-premier Zapatero, si era prospettata, alla vigilia del voto, una soluzione che prevedesse lo scambio del ministero del lavoro, uno dei più discussi, con la guida sulle politiche attive per l’impiego. Ma sia la tardività del compromesso da vagliare, sia altri fattori contingenti relativi alle persone da impiegare, non hanno permesso che questo divenisse risolutivo.

I viola lamentano inoltre di aver ricevuto un trattamento troppo irrispettoso e demarcato da linee rosse inaccettabili. Tra tutte, la più difficile da valicare (poi invece scavalcata) sembrava essere la pretesa dei socialisti di voler escludere Pablo Iglesias da incarichi ministeriali, probabilmente per via della pressione di forze esterne e interne, che lo identificano come un leader scomodo e poco affidabile. D’altro canto è ipotizzabile che tale prescrizione volesse essere utilizzata dal PSOE come cartina tornasole per testare fino a che punto i viola fossero realmente disposti a spingersi, pur di giungere a un accordo tra forze progressiste ed evitare dunque nuove elezioni. Eventuali secondo fini malevoli circa l’impiego di tale aut aut non possono escludersi né confermarsi. Chi sostiene che in verità si trattasse solo di una trappola per far ricadere la colpa su UP del fallimento delle trattative (“biasimate il protagonismo di Iglesias, noi ci siamo impegnati quanto possibile”), deve tener conto però anche di quanto fatto di propositivo per favorire un’intesa, e di quanto potesse essere davvero considerato desiderabile per la dirigenza del PSOE tornare al voto, alienando da sé in un sol colpo l’elettorato più pragmatico e quello più di sinistra (“se fate crollare tutto per mantenere un veto ad personam, allora siete incapaci e in mala fede”).

In fondo, al di là delle reciproche responsabilità circa il fallimento di questo primo tentativo di formare un’intesa, è auspicabile per ambo le forze giungere a un accordo nei prossimi due mesi, pena il perdere infatti, nelle eventuali elezioni di novembre, buona parte dei propri consensi a favore dell’astensione, che era invece in diminuzione nelle ultime tornate elettorali, e delle destre, che “cantavano alla vita e applaudivano con le orecchie” assistendo ai discorsi in aula che preconizzavano el fracaso, come ha dichiarato il leader di ERC Gabriel Rufián.

Proprio ERC, partito rappresentante della sinistra indipendentista catalana, rimasto fuori dalla coalizione in sostegno ad Ada Colau a Barcelona, ha garantito il suo appoggio a Sánchez, nonostante le forti divisioni ancora presenti sulla questione catalana. Si potrebbe interpretare il gesto come una sorta di captatio benevolentiae in vista di future trattative sulla suddetta questione, oppure come il mero atto di responsabilità di un partito che, nella sua delegazione nazionale, potrebbe forse essere meno affine con le posizioni più marcatamente indipendentiste della sua propagine regionale. In ogni caso, non è affatto detto che tale appoggio potrà essere garantito anche nelle eventuali consultazioni di settembre, quando potrebbe essere in arrivo una sentenza negativa del Tribunal Supremo contro i dodici leader indipendentisti catalani imputati dei delitti di ribellione, sedizione, disobbedienza e distrazione di fondi pubblici, per i quali il pubblico ministero ha chiesto pene comprese tra i 25 e i 7 anni di reclusione. In tali condizioni, come ha evidenziato lo stesso Rufián, un dialogo conciliante potrebbe essere molto più difficile da sostenere politicamente. Proprio per questo il deputato di ERC ha tuonato dai banchi del parlamento contro i leader di PSOE e UP che “dovrebbero vergognarsi” e che “si pentiranno” di aver lavorato per condurre tutta la sinistra a una “disfatta”, evitando di giungere a un accordo.

Forse per scongiurare se non la vergogna, almeno un più profondo pentimento, Pablo Iglesias ha affermato di voler continuare le trattative, e lo stesso, a parti invertite, ha dichiarato Pedro Sánchez in un’intervista a Telecinco. Quest’ultimo ha inoltre aggiunto un generico richiamo alla responsabilità di tutte le forze politiche al fine di evitare nuove elezioni e non ha lesinato ulteriori critiche a Ciudadanos, che, funestato da una profonda crisi interna, ha perso, dopo il giurista Francesc de Carreras, uno dei suoi fondatori (in polemica contro l’opposizione al PSOE e l’avvicinamento a Vox), anche il tecnico liberale riformista Francisco de la Torre, dirigente interno delegato alle questioni economiche e finanziarie (scontento della postura del partito in ambito fiscale).

In ultimo, mancando esempi conterranei, potrebbe essere utile come raffronto alle forze spagnole coinvolte, osservare la situazione del vicino Portogallo, dove il PS potrebbe avere la maggioranza assoluta alle prossime elezioni, ma anche gli altri partiti di sinistra che ne sostengono ora il governo, stanti gli ultimi risultati delle elezioni europee, dovrebbero guadagnare o comunque non perdere consensi. Gli esiti elettorali scaturenti da tale esperienza governativa potrebbero dunque delineare interessi delle singole compagini divergenti o coincidenti a seconda dei punti di osservazione. Finora l’alleanza a sinistra sembra aver garantito crescita nei consensi per i partiti e l’implementazione di buone politiche. Se però il partito socialista dovesse trovarsi nella condizione di poter governare autonomamente, come si comporterebbe con le altri parti della sinistra? Continuerebbe a seguire le politiche intraprese? E quale sarebbe la futura reazione dei vari elettorati e dunque l’effetto a lungo termine di tale collaborazione per la sinistra?

Le sinistre spagnole dovrebbe ragionare con attenzione e pragmatismo su questi aspetti prima di assumere una scelta, tenendo conto dei buoni risultati raggiunti dalla coalizione portoghese, e coscienti che le eventuali previsioni sugli effetti a lungo termine sulla sinistra di tali esperienze siano comunque difficili da elaborare. A ver.

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