“I paesi dell’UE vanno ognuno per suo conto, difendendo una sovranità insensata”

Il giurista italiano propone una Costituzione della Terra come unica maniera realista di affrontare i problemi che, come le pandemie o il cambiamento climatico, superano le frontiere. Un’intervista del giornalista Braulio García Jaén a Luigi Ferrajoli per “El País”

“I paesi dell’UE vanno ognuno per suo conto, difendendo una sovranità insensata”

Articolo di Braulio García Jaén pubblicato su “El País” il 28.03.2020

Confinato nella sua casa di Roma, il filosofo e giurista italiano Luigi Ferrajoli riflette su che forma avrà il mondo, una volta passata la pandemia. Il cambiamento climatico, le armi nucleari, la fame, la mancanza di medicinali, il dramma dei migranti e, ora, la crisi del coronavirus evidenziano un disallineamente tra la realtà del mondo e la forma giuridica e politica con la quale cerchiamo di governare. I problemi globali non sono nelle agende nazionali. Però dalla loro risoluzione “dipende la sopravvivenza dell’umanità”, afferma Ferrajoli, ex magistrato e uno dei riferimenti della Filosofía del Diritto dell’ultimo mezzo secolo in Europa.

Il 21 febbraio, alla vigilia del primo contagio locale registrato in Italia, il filosofo ha difeso nella storica biblioteca Vallicelliana della capitale una Costituzione della Terra davanti a 200 persone. La pandemia – col suo “terribile bilancio giornaliero di morti”– rende sempre più visibile e urgente la mancanza di istituzioni globali adeguate, dice in questa intervista per email. Rispetto all’Unione Europea, il sup ottimismo strategico non esclude la critica frontale: “Se la UE se avesse rispettato se stessa avrebbe potuto fare molto di più”, sostiene.

 

Lei ha proposto ultimamente un “costituzionalismo planetario”. In cosa consiste e come si articola?

Ci sono problemi globali che non fanno parte dell’agenda politica dei governi nazionali e dalla cui soluzione, possibile soltanto a livello globale, dipende la sopravvivenza dell’umanità: il salvataggio del pianeta dal riscaldamento climatico, i pericoli di conflitti nucleari, la crescita della povertà e la morte ogni anno di milioni di persone per la mancanza dell’alimentazione di base e dei farmaci salva-vita, il dramma di centinaia di migliaia di migranti e, ora, la tragedia di questa pandemia. È da questa banale consapevolezza che è nata un anno fa l’idea di dar vita a un movimento politico – la cui prima assemblea si è svolta qui a Roma il 21 febbraio – diretto a promuovere una Costituzione della Terra che istituisca una sfera pubblica internazionale all’altezza delle sfide globali e, in particolare, funzioni e istituzioni sovranazionali di garanzia dei diritti umani e della pace.

E perché è opportuno reclamare questo costituzionalismo in un momento come quello attuale dell’emergenza coronavirus?

Perché mi auguro che proprio l’emergenza del coronavirus provochi un risveglio della ragione, generando la piena consapevolezza della nostra fragilità e della nostra interdipendenza globale. Questa emergenza ha un carattere specifico rispetto a tutte le altre. A causa del suo terribile bilancio quotidiano di morti in tutto il mondo, essa rende assai più visibile e intollerabile di qualunque altra emergenza la mancanza di adeguate istituzioni globali di garanzia, che pure avrebbero dovuto esse introdotte in attuazione di quella embrionale costituzione mondiale che è formata dalle tante carte internazionali dei diritti umani. Essa rende perciò più urgente e più condivisa di qualunque altra catastrofe la necessità di un costituzionalismo planetario che colmi questa lacuna, con la creazione non tanto di istituzioni di governo, che è bene restino affidate soprattutto agli Stati, ma di funzioni e di istituzioni globali di garanzia dei diritti umani.

Che ruolo può e deve giocare l’Europa dal punto di vista giuridico, in questa crisi?

L’Unione Europea avrebbe dovuto prendere in mano la crisi fin dall’inizio. È lo stesso Trattato sul funzionamento dell’Unione che lo prevede: il suo art. 168, dopo aver affermato che “l’Unione è garante di un livello elevato di protezione della salute umana”, stabilisce che “gli Stati membri coordinano tra loro, in collegamento con la Commissione, le rispettive politiche” e che “il Parlamento europeo e il Consiglio possono anche adottare misure per proteggere la salute umana, in particolare per lottare contro i grandi flagelli che si propagano oltre frontiera”. E l’art. 222, intitolato “clausole di solidarietà”, stabilisce che “l’Unione e gli Stati membri agiscono congiuntamente in uno spirito di solidarietà qualora uno Stato membro sia vittima di una calamità naturale”.

E dal punto di vista politico, stiamo assistendo a un ritorno della sovranità nazionale in Europa?

Spero davvero di no. Come ho già detto, emergenze globali come quella del coronavirus vanno affrontate quanto più possibile a livello sovranazionale, a garanzia non soltanto dell’uguaglianza nei diritti di tutti i cittadini europei, ma anche della loro efficacia, la quale dipende largamente dalla loro coerenza e omogeneità. E invece i 27 paesi membri, nella demagogica difesa di un’insensata sovranità nazionale, si muovono in ordine sparso, ciascuno con strategie diverse. Con il risultato che sarà sufficiente che uno solo dei 27 paesi adotti nella sua “sovranità” misure inadeguate per riaprire il pericolo del contagio per tutti gli altri.

Che conseguenze può avere questo per il futuro dell’UE?

Dipende dalle risposte che saranno capaci di dare le istituzioni europee. La Commissione europea – che tra i suoi componenti ha un commissario per la salute, un altro per la coesione e un altro ancora per la gestione delle crisi – è ancora in tempo per coordinare le strategie dei vari paesi dell’Unione, in attuazione degli articoli del Trattato che ho sopra ricordato. Se non lo farà, avrà dato un’altra prova della sua inettitudine, quale istituzione capace di imporre sacrifici a garanzia soltanto dei pareggi di bilancio e non anche della salute e della vita dei cittadini.

Le differenti versioni dello stato d’allarme, stato d’emergenza o – più densamente – stato d’eccezione, in che maniera sono compatibili con la democrazia?

La democrazia non ammette eccezioni. Per questo considero un pregio della Costituzione italiana la non previsione di stati di allarme o d’emergenza o d’eccezione che tuttavia, ripeto, ha consentito ugualmente le limitazioni alle libertà di circolazione e di riunioni necessarie a fermare il contagio. In Europa abbiamo discipline eterogenee, compatibili con la democrazia solo se non comportano abusi. In Spagna l’art. 116 della vostra Costituzione prevede “los estado de alarma, de excepcion y de situo”, sottoposto al controllo del Parlamento e disciplinato dalla Ley Organica 4/81. In Francia l’art. 16 della Costituzione del 1958 prevede la possibilità di dichiarare l’“état d’urgence” che consente le non meglio precisate “misure richieste” dalle “circostanze”. La Germania dispone di un’apposita legge federale per la gestione delle epidemie, approvata il 20.7.2000. Più discipline, dunque, che confermano la necessità di un coordinamento europeo.

E come può e deve rispondere l’Europa davanti a questa sfida?

Svolgendo il ruolo di coordinamento e a adottando le misure omogenee di cui ho già parlato. Ma un’Unione Europea rispettosa di se stessa potrebbe fare molto di più. Potrebbe prendere, a livello internazionale, l’iniziativa di proporre la trasformazione dell’attuale Organizzazione Mondiale della Sanità in un’effettiva istituzione globale di garanzia della salute, dotata dei mezzi e dei poteri a tal fine necessari: non solo per gestire in maniera razionale le pandemie, ma anche per portare nei paesi poveri i 460 farmaci salva-vita che essa stessa, fin dalla Conferenza di Alma Ata del 1978, stabilì che dovessero essere accessibili a tutti e la cui mancanza provoca ogni anno 8 milioni di morti. Non solo. Oltre a questo frammento di costituzionalismo planetario, l’Unione Europea potrebbe sollecitare, sulla base della terribile lezione del coronavirus, la creazione di altre istituzioni globali di garanzia, come per esempio un demanio planetario a tutela di beni comuni come l’acqua, l’aria, i grandi ghiacciai e le grandi foreste; la messa al bando delle armi convenzionali la cui diffusione è responsabile di centinaia di migliaia di omicidi ogni anno e, più ancora, delle armi nucleari; il monopolio della forza militare in capo all’Onu; un fisco globale in grado di finanziare i diritti sociali all’istruzione, alla salute e all’alimentazione di base, pur proclamati in tante carte internazionali. Sembrano ipotesi utopistiche. E invece sono le sole risposte razionali e realistiche alle grandi sfide da cui dipende il futuro dell’umanità.

2 Commenti

  1. Franco Meloni

    Le proposte di Luigi Ferrajoli saranno sicuramente catalogate come utopiche, ma, a parte che l’utopia è un valore fondamentale, sono realiste. Come dimostra la pandemia che sta sconvolgendo il mondo, senza risparmiare nessuno. L’associazione “Costituente della Terra” fondata dallo stesso Ferrajoli, da Raniero La Valle e da tanti altri intellettuali, costituisce un punto di riferimento importante. Speriamo si diffonda in tutti i paesi del mondo, a partire dall’Europa (http://www.costituenteterra.it)

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