Il finanziamento e i partiti

Facebook Twitter Google+ Stampa Articolo di Mario Tronti pubblicato sull’Unità del 9 febbraio Ci sono delle eccezioni singole, di persone in buona fede. E c’è oggi un umore di massa con qualche giustificato motivo. Ma ho imparato, per esperienza, che in genere chi vuole abolire il finanziamento pubblico dei partiti, in realtà vorrebbe abolire i […]

Il finanziamento e i partiti

Articolo di Mario Tronti pubblicato sull’Unità del 9 febbraio

Ci sono delle eccezioni singole, di persone in buona fede. E c’è oggi un umore di massa con qualche giustificato motivo. Ma ho imparato, per esperienza, che in genere chi vuole abolire il finanziamento pubblico dei partiti, in realtà vorrebbe abolire i partiti. Per cui guardo al decreto-legge “recante abolizione del finanziamento pubblico diretto”, con diffidente preoccupazione.

Si fosse detto riformulazione, si dicesse riforma, come si dice per altre materie, sarei più tranquillo. Ma è entrata, prepotente, nel linguaggio politico questa parola-ghigliottina – abolizione – applicata persino a forme istituzionali, che non è certo rassicurante. C’è in giro una voglia puramente distruttiva, nella storia del pensiero si chiama nichilismo, sicuramente non una bella cosa per dove ha portato nel passato, che non andrebbe accarezzata o addirittura esaltata. Si parla della repubblica costituzionale dei partiti come fosse stato un regime di oppressione da cui uscire con una lotta di liberazione. Si denuncia il rapporto tra lo Stato e le forze politiche organizzate come si fosse trattato di inquinamento con mafia e camorra. No, così non va bene. Va messo un punto fermo, va riscritto l’ordine del giorno che riguarda la crisi della politica, che la rimetta sui piedi e non a testa in giù, com’è oggi.

A testa in giù vuol dire che la malattia della politica viene curata con la medicina dell’antipolitica, per di più a dosi omeopatiche dopate di populismo e di demagogia, che, tutt’altro che guarire, aggravano il male. La polemica contro la casta è stato un veleno iniettato nelle vene dell’opinione pubblica, da cui ha avuto origine questa epidemia della demonizzazione di tutto ciò che è pubblico. A questo punto ci si aspetta sempre che si passi al riconoscimento delle ragioni oggettive di queste pulsioni di folla, corruzione di politici e di amministratori, privilegi immeritati, inefficienza e degrado dei partiti nell’esercizio della loro propria funzione. Non lo faccio, tanto lo fanno tutti. Non voglio indebolire la tesi che oggi la politica dovrebbe assumere per rialzarsi da terra dove è caduta: i rimedi approntati fin qui sono stati peggiori dei mali prima accaduti. Questo ventennio, partito dai referendum sulle leggi elettorali e sul finanziamento dei partiti, con tanto di maggioritario da legge truffa, con altrettanto di bipolarismo da talk show, è stato il punto di storia più basso dell’età repubblicana.

E’ una tesi dura, lo so. Ma vera. E penso che spetta alla cultura politica della sinistra riprendersi oggi la parola per dire la verità. Tornare al come eravamo? Non sarebbe possibile nemmeno volendo. Ma non essere come siamo stati nei tempi recenti, questo si può. Il cambiamento si fa cambiando strada, non cambiando verso sulla stessa strada. Per la crisi della politica, esplosa negli anni Ottanta dell’altro secolo, occorre approntare rimedi diversi da quelli venuti avanti dagli anni Novanta in poi. I partiti non vanno aboliti, vanno riformati. L’autoriforma della politica va messa dentro il processo delle riforme istituzionali, come sua parte organica. Vanno ricostruite le sedi di selezione del ceto politico e amministrativo. E non saranno le Camere dei territori a realizzare questa operazione. E’ la forma di Stato che va rivitalizzata, nel contesto della sovranazionalità europea. E’ la forma di governo che va aggiornata, nella nuova governance globale. La macchina che tiene in piedi Stato e governo va ri-professionalità, perché la caduta di professionalità, intervenuta nel ventennio, a livello di decisione e a livello di intendenza, è lì la causa di tanta inefficienza. Questo è stato il vero conflitto di interessi del berlusconismo.

Problemi enormi, che incrociano il dramma sociale delle persone e delle famiglie, e che, senza risposta, alla fine provocano più antipolitica della telenovela della casta. Queste, semmai, sono le ragioni da riconoscere. Qui bisogna incidere con la volontà politica. Lo si fa dal livello di governo. Ma non si può farlo senza la pratica dei partiti, che hanno il compito, non di inseguire la piazza ma di orientare l’opinione. La politica ridotta a campagna elettorale permanente, dove non conta il merito dei problemi, quale la soluzione nell’interesse del paese, ma quanto consenso mi dà il solo sollevare questo problema, ecco la vera malattia da curare: di nuovo, berlusconismo. La questione IMU insegna. Ma analoga è la questione del finanziamento dei partiti. Come lì, quelle risorse si poteva dimostrare che andavano impiegate altrove, per il bene di tutti, così qui, i partiti gettati nel mercato delle donazioni private, si può dimostrare che non potranno più assolvere alla loro funzione pubblica.

Lo Stato ha il dovere di finanziare i partiti, perché i partiti sono un’articolazione di popolo dello Stato. E i cittadini solo così sono liberi soggetti, tutti eguali, della politica. Sta scritto in Costituzione. E sta nella storia delle grandi lotte e delle grandi conquiste dei lavoratori.

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