Il tatuaggio e la rete

L’articolo di Alberto Olivetti per il secondo numero della rivista Luoghi comuni (Castelvecchi Editore), dedicato alla figura e alla funzione simbolica del tatuaggio nella sua intersezione con le reti digitali, alla cui rappresentazione dell’identità esso sembra partecipare e conformarsi

Il tatuaggio e la rete

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Una barca da pesca è poco distante dal luogo del naufragio e ne accoglie a bordo gli unici superstiti, un giovane uomo e sua madre. I pescatori, dopo averli spogliati delle collane e degli anelli d’oro che avevano indosso, una volta rientrati in porto, non esitano a vendere come schiavi i due naufraghi a certi commercianti spagnoli. Il naufragio della leggera imbarcazione è avvenuto in un braccio di mare esposto ad improvvisi fortunali, tra due isole minori dell’arcipelago delle Filippine, forse nel tardo autunno del 1687.

Dopo molte traversie, nel 1690, i due schiavi passano a William Dampier, il celebre navigatore inglese, che questa storia ci narra nel suo Nuovo viaggio attorno al mondo pubblicato nel 1697. Qui noi impariamo che Giolo è il nome del giovane e che la madre muore di vaiolo a Fort Saint George. Poi Dampier ci rivela che Giolo è il principe ereditario del regno di Meangis.

Una incisione tirata a Londra, datata al medesimo anno 1697, ci conserva l’effigie del principe Giolo “figlio del Re di Meangis o Gilolo, isola – si legge nella accurata didascalia – che giace al disotto dell’Equatore, alla longitudine di 152.30 gradi. Un’isola ferace, abbondante di ricche spezie e di altri apprezzabili prodotti”.

Possiamo osservare il ritratto di un uomo aitante che si mostra nudo, appena cinto da un ricco perizoma, in tutta la sua avvenenza. Nello sfondo, due palmizi crescono verso un cielo di nubi che veleggiano su un ampio territorio di basse colline digradanti verso il mare. I nobili piedi poggiano nudi sull’erba d’uno spiazzo dove serpenti, assai numerosi, strisciano o si attorcigliano a un tronco e scorpioni e varani si muovono adagio, in vigili ronde. Ma il principe Giolo non sembra darsene pensiero. Immune ad ogni veleno, egli si mostra sicuro e regale.

Osserviamo attentamente le linee serpentine ed arcuate impresse sugli aristocratici polpacci: esse ci dicono che gli ancestrali rettili e le ataviche pinze ricurve che ha disegnate sulla pelle stanno a presidio della sua integrità. Così le forti cosce sono completamente tracciate dai disegni di ampie ali: daranno alla sua corsa la velocità del vento.

Il torace possente accoglie, in simmetrie perfette che salgono dai fianchi, i segni di una lorica impenetrabile che fascia strettamente, in un intarsio di losanghe e scacchi, la muscolatura scultorea di Giolo.

Il principe ci guarda, mentre con la mano destra pare accennare al regno che si estende alle sue spalle. Le sue braccia, dal polso al gomito, sono decorate da regolari anelli e i bicipiti protetti da fitte strisce accostate, minutamente embricate.

Nella didascalia che illustra l’immagine incisa si legge che quella ‘pittura’ applicata sul corpo è imperitura: non potrà essere tolta via da nessun solvente e mai potrà essere appannata la sua bellezza. Tale è il risultato indistruttibile che si ottiene estraendo una speciale tinta dal succo di certe erbe e piante, tipiche di quel paese. Gli abitanti di Meangis stimano infallibili quegli inchiostri, capaci di preservare il corpo principesco da ogni mortale veleno e di rendere innocuo il morso di ogni creatura velenosa, tra quante vivono sulla terra. Apprendiamo che sono autorizzati, a esser dipinti con quelle essenze, solo i membri della famiglia reale, come Giolo.

The Painted Prince” lo chiama Dampier che, fatto ritorno in Europa, lo esibisce a pagamento, forse il primo corpo completamente tatuato offerto allo stupore dei londinesi. L’esauriente dicitura ci informa inoltre che “questo famoso principe dipinto è la meraviglia dell’epoca. Questa ammirevole persona ha ora circa trent’anni. Gradevole e ben proporzionato in ogni parte del corpo, estremamente modesto e civile, accurato e netto. Ma il suo linguaggio non è capito. Né lui sa parlare inglese”.

E tuttavia i segni delineati su quel corpo ‘parlano’. Sono avvertiti come le lettere di uno sconosciuto alfabeto, non riducibili a mero ornamento, compongono pertinenti costrutti di senso. Richiedono allora, dopo aver suscitato un primo moto di meraviglia, d’esser ‘tradotti’, reclamano una decrittazione nel tentativo di prender possesso di quel linguaggio coerente, da poter articolare secondo i primi rudimenti che dal corpo del principe Giolo si possono ricavare.


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La pratica del tatuaggio dal XVIII secolo si afferma in Europa e, pur entro circuiti sociali circoscritti (per lo più in ambienti di malavita, tra gli avventurieri, o tra i marinai), incontra un favore crescente.

Nel 1824 Giacomo Leopardi nel Dialogo della Moda e della Morte accolto nelle Operette morali, alla Moda, rivolta alla Morte, fa dire: “non sono però mancata e non manco di fare parecchi giuochi da paragonare ai tuoi” come, tra gli altri, “abbruciacchiare le carni degli uomini con istampe roventi che io fo che essi v’improntino bellezza”. La moda, sorella della morte (“tutte e due siam nate dalla Caducità”) che s’ascrive il merito d’aver reso attraente in nome della morte il tatuaggio.

Una moda che, a far data dagli anni Settanta del Novecento, prende ad estendersi fino ad assumere nei primi vent’anni del Duemila il carattere di una voga dilagante, capace di una diffusione che può dirsi di massa. Oggi tatuarsi è star dietro a una pratica dominante che coinvolge maschi e femmine senza distinzioni di fede, di cultura, di censo.

Si sa che una moda attecchisce quando coglie ed interpreta esigenze latenti, allorché ne rivela la presenza e le partecipa in stilemi, in convenzioni e forme socialmente riconoscibili. A quali profonde e sentite richieste il tatuarsi viene oggi incontro? Quali immaginazioni e desideri soddisfa? Che riconoscimento di status conferisce?


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Conferisco al mio corpo un segno indelebile. Non è di bistro, di cipria, di rossetto. Il tatuaggio non è l’effimero trucco che l’attore applica al suo volto per mostrarsi in scena, tal quale Edipo o Lear o Domenico Soriano e, riverente verso il suo pubblico, ricevuto l’applauso finale, calato il sipario, in camerino, seduto davanti allo specchio, toglie via il cerone dalle gote, la barba di stoppa dal mento e ritrova il viso suo d’ogni giorno.

No: il segno che traccio è un solco assimilato dalla mia carne viva, penetra e resta. Si ‘incarna’. E sta. Sta come la mia gamba, come sta il mio orecchio. E sta quanto starà il mio corpo, anche quando, esanime, spenta la vita, continuerà il suo ciclo fino a tornare polvere. Dunque un’impronta, quella che reco con il tatuaggio, che, per il suo essere indelebile, non ‘macchia’ la mia pelle: è tutt’uno, è il medesimo della mia pelle.

Certo, quel segno è riconoscibile come una ‘forma’, si afferma con l’autonomia delle linee del suo disegno. Ma è, la sua, una autonomia apparente perché non è separabile dal corpo: è tutt’uno con il corpo.

Se è così, allora, a ben considerare, è il tatuaggio ciò che esalta il mio corpo, ciò che gli dà il risalto della piena evidenza. E dunque anche il più piccolo tatuaggio è intensificazione e aumento del mio corpo nella interezza della sua potenza. E senza il tatuaggio che lo esprime, ove ne fosse il mio corpo privato, il mio sarebbe un corpo solo parzialmente espresso. Sarebbe depotenziato, diminuito e, se non amputato addirittura, certamente non all’altezza di esprimere tutta la sua energia.

Ciascuno di noi riconosce se stesso in alcuni caratteri peculiari e in certe doti del proprio corpo. E ciascuno di noi sa d’essere riconosciuto, precisamente in virtù di quei tratti: per il colore degli occhi e dei capelli, per la curva dell’anca o l’ampiezza delle spalle. Il tatuaggio è il mio corpo esaltato nel suo connotato più eminente.

Va detto che il tatuaggio se giunge a sciogliersi in ‘natura corporale’, non può, in ogni caso, eludere o nascondere d’essere artificio. Non può e non vuole. Non vuole, dico, che si perda la cognizione della sua origine artificiale, ovvero di una libera scelta non invertibile (fatale) che si è deciso di compiere.

All’opposto della chirurgia plastica cosiddetta ‘estetica’ (che costruisce una illusione di ‘naturalità’ e ambisce ad operare in modo che non resti traccia visibile di un intervento che si scopra compiuto ‘dal di fuori’), il tatuaggio esibisce un corpo per volizione accresciuto, potenziato. Concentra ed esalta nel perimetro delle sue linee, nelle disposizioni di senso delle sue figure, il vigore nuovo che ha aggiunto al corpo, e ne orienta, per dir così, ne coordina e ne allerta l’intensità.


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Si dice “rete”. Si dice “globalizzazione” che trasferisce il quotidiano in una assenza di luogo e di tempo nella concomitante presenza di ogni luogo e ogni tempo. Abito la metropoli globale e vivo le immagini virtuali d’una globalizzazione che mi avvolge.

Network, skype, social, I-pad, I-phone, cellulari, audiovisivi, televisioni eccetera determinano, giorno per giorno, una condizione di permanente raccordo con un altrove virtuale e artificiale tale da istituire e regolare, di più in più, le condizioni quotidiane dello spazio e del tempo. Il mio corpo evapora in immensurabili temporalità e si illude di procedere per connessioni di movimenti reversibili, avanti e indietro.

È facile constatare le mutazioni intervenute nelle maniere di svolgimento della vita quotidiana quali si vanno affermando vorticosamente da vent’anni a questa parte. Come si abiti e ci si muova e si operi. Come si istituiscano relazioni interpersonali e si curino rapporti parentali e affettivi. E come si alimenti lo smistamento delle notizie e gli scambi culturali. La diffusione di modelli di comportamento e il sorgere di valori condivisi o respinti. Come, poi, si progetti, si fantastichi e ci si esprima. Constatiamo insomma come la vita di ogni giorno per ciascuno trascorra potenziata, aumentata allorché è inserita nell’universo virtuale.

Appuriamo allora che il nostro qui e ora risulta oggi limitato, diminuito e quasi impedito ad avere integralmente campo se non è connesso stabilmente ad un ovunque e sempre assicurato permanentemente dal contatto digitale e mediatico stabilmente mantenuto. Esso si impone, ci obbliga e si rende, in sempre più larga misura, vincolante al di là del necessario.

L’essere connessi, in rete, consente di stringere in un plesso unico qui e ora e ovunque e sempre trasponendoli, appunto, in un altrove virtuale e artificiale. E fa di ciascuno un io e un altro simultaneamente. A mezzo di un altrove raggiungibile in ogni momento, a disposizione sempre e per sempre, für ewig.

Ci si attiene così, nella condotta quotidiana, a opzioni e scelte, comportamenti e opinioni che derivano da una matrice duplice che mantiene in congiunzione presupposti fattuali e consistenti correlandoli a principi fittizi e nominali.

Si mescolano le acque delle due fonti: il reale e il virtuale confluiscono in una corrente che li fa indivisibili, non più separabili. Per la sua intensità e costanza ne derivano inediti flussi alla coscienza, la portata ed energia dei quali è in grado di agire alla stregua di una dinamica interiore capace di motivare ogni atto, costitutiva d’ogni volizione.

La sua efficacia e la sua virtù espansiva giungono a porre su piani nuovi e diversi la relazione tra naturale e artificiale, tra astante ed evocato, tra presente e passato, tra realizzato e progettato. Conseguono, per tali vie, alterazioni che raggiungono con clamorosa rapidità gli strati profondi della coscienza. Esse penetrano nei tenui intrecci, nelle congiunzioni e nei raccordi là dove si combinano e prendono forma i moti e i dati che mettono capo, secondo delicati e speciali processi, ai modi delle emotività e delle consapevolezze di cui ciascuno patisce o si dota.

Il tatuaggio dota di certezza e affidabilità il mio corpo: è per sempre. Guarda in faccia la morte, la sfida per essere il tatuaggio una sorta di imbalsamazione del corpo in vita. Indelebile, permanente. Come le immagini e i suoni ibernati nel globale firmamento del Network. Io sono perché il mio tatuaggio è.


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Ho provato ad accostare argomenti che riguardano il possibile senso che si conferisce nell’epoca digitale all’atto del tatuarsi. Non mi soffermo a descrivere e commentare le tipologie, le provenienze, gli stili e le tradizioni delle figure che, così diffusamente, vediamo riportate impresse sui corpi.

Penso a corpi di adolescenti. Perché io, che ho sedici anni, o io, che ne ho poco più di venti, studentessa o apprendista, a New York, a Roma, a Berlino, oggi mi tatuo? Alla domanda ho creduto di poter formulare (o ipotizzare) una prima, provvisoria, e certo parziale, risposta compilata in rapporto a chi ha oggi intorno a vent’anni, nato intorno all’anno 2000.

Ventenni nella giornata dei quali c’è la fermata dell’autobus, c’è l’aula, c’è la pizzeria, c’è la casa dell’amico, ma la città svanisce. Ne attraversano le strade e le piazze e non si chiedono perché esse portino quei nomi – Amba Aradam; Filippo Turati; Gentile da Fabriano – quali avvenimenti del passato si evochino con certe date – quattro novembre; venticinque aprile; venti settembre.

Ventenni senza memoria di un passato civico, di una storia partecipata nella quale si ritrovino. La città non è monumento, la città non è centro per loro. La città è transito. È uno spostarsi, è un attraversare, un sostare.

Ventenni che vivono i tempi e i luoghi delle loro corrispondenze partecipate e costanti, della loro intelligenza e dei loro affetti, quando li abitano nella realtà digitale.

Digitando in via Quattro Novembre o in piazza del Popolo, chini sull’I-pad, essi accedono a cieli, mari, volti, parole. Provano e trasferiscono ad altri emozioni vere che alimentano di pensieri aderenti a immagini preparate e preconfezionate alle quali si conformano. Compongono frasi e trasmettono immagini. Dichiarano: mi piace; non mi piace; resto indifferente. Una volta entrati nelle maglie della rete le trascorrono e si abbandonano a una impressione di vita libera, ad una sensazione di dominio di sé e di possesso d’un mondo.

La persistenza costante d’un vivere virtuale è una effettiva dimensione, presente nell’intero arco della mia giornata. Non solo affianca movimenti, sentimenti, incombenze quotidiane e doveri, ma li afferra e plasma imprimendo loro le coerenze del suo ordine omologante, dei suoi codici globalmente partecipati. Uniforma convinzioni, nozioni, sentimenti in un continuum virtuale, li riversa nella convenzione digitale e, una volta acquisiti, li rende non solo riconoscibili e comunicabili, ma permanenti. In ogni momento tu puoi accedere, avere la certezza della tua ‘esistenza’, della tua ‘realtà’.


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La certezza di permanenza e indelebilità (cioè di continua presenza della tua individualità nel virtuale) rivela – pare a me – più di un punto di contatto con quanto consideriamo possa esser racchiuso oggi in un tatuaggio.

Permanente e indelebile, il tatuaggio consegue un accrescimento della tua identità e, quasi, la sancisce quale tu hai liberamente inteso, con quel segno, affermarla ed esibirla. Come, immesso nello scorrere perpetuo, attraverso le reti dei social vieni individuato e riconosciuto, così col tatuaggio ti identifichi, garantendo una consistenza sicura al tuo corpo.

Da questo punto di vista è facile constatare, quanto possa conferirsi di consentaneo a l’essere tatuato e a l’essere in rete. Così come il tatuarmi è un acquisire me a me stesso quale voglio esser riconosciuto dagli altri, allo stesso modo è in rete che io mi realizzo: registrato, accolto nelle globali moltitudini, là dove è possibile che io e gli altri si assista alla replica continuata di noi stessi.


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In Piazza di Spagna o a San Babila mi sento il capitano Cook alle isole Sandwich. Tra i giovani, i modi della relazione interpersonale e della comunicazione giornaliera hanno per lo più campo e si attestano come esibizione del corpo. Di un corpo sempre meno vestito, in coerenza con una accelerata propensione allo star appena coperti, seminudi.

Ripeto. Penso ai giovani, agli adolescenti, alle maturità limitate e deboli; alle consapevolezze interdette, stordite e senza basi; alle maniere omologate sugli stereotipi espressivi dei cartoni animati, ai soprassalti dilatati in musica nei concerti degli stadi. Penso a quella moltitudine sospesa che staziona senza potere o volere o sapere incidere sulla propria vita. Senza occupazione e senza competenze, a tirar la vita tra una pizza, uno smartphone e un crack ritenuto innocente.

Il corpo (tatuato, fotografato, autoripreso) è l’unico punto di tenuta, l’ubi consistam che giustifica me a me stesso e agli altri. La sua esibizione una vitale necessità. È formulare una relazione. È articolare i fondamenti di un linguaggio. È dichiarare d’essere in grado di rispondere a tono o corrispondere, conversare, dar conto di me. Con il corpo, mio unico possesso.

Io: non un lavoro, non un talento, non una collocazione sociale certa. Nel transito permanente da un posto a un altro, da una immagine a un’altra, da un tweet a un altro: che e quando e dove sono io realmente?

Io è il mio corpo e il suo apice è il tatuaggio. Tralasciato e inaridito, atrofizzato l’io che si alimenta e conosce sé stesso nella relazione verbale, nel leggere e nello scrivere. L’io o fa parlante il corpo nelle sue modalità comunicative immediate e così si afferma e si riconosce, o io non è.

Una tale riduzione della relazione sociale al corpo spiega il diffondersi del tatuaggio come universo linguistico generalizzato. Una acculturazione che dipende dai social ove assume i codici delle civiltà ‘elementari’. Paiono tornare, portatrici di un patrimonio di umanità prima della storia, culture che affidano ai segni corporali e ai gesti interpretazioni e intese (o conflitti), corrispondenze private e sociali.

Umanità che il tatuaggio deriva dalla osservazione della potenza comunicativa dei segni linguistici nel corpo degli animali. E una dimensione animale, nella primazia corporale che cresce, sembra estendersi con una diffusione assai vasta e di rapida omologazione.

Attorno alle lingue parlate e scritte, del resto, si stringono concentrici assedi che le sottopongono a disagi e conflitti, a ibridazioni, immiserimenti e snaturamenti babelici.

Se esibire è il mio linguaggio, parla il tatuaggio che mostro. Le parole pronunciate sono scarse, la mia frase è spesso sostituita da una vocalità espressiva, da un certo numero di richiami, di versi che segnalano senza mediazioni al mio interlocutore il mio stato emotivo.


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Pochi i passeggeri nell’ultima corsa della metropolitana. Salgono due giovani. Non hanno ancora vent’anni.

Lui porta una canottiera grigia. Vi campeggia come un vessillo una testa di morto stampata in bianco, dall’orlo dello scollo all’altezza della cintura, punteggiata fittamente di brillantini. Mostra le braccia nude tatuate. Sull’avambraccio destro, appeso ad una ghirlanda di serpenti intrecciati a rami di rose rosse che cala giù dalla spalla, un volto di donna dalla lunga capigliatura. Un occhio le cola via nel processo di disfacimento che le viene scomponendo una guancia e le labbra. L’altro occhio, di color celeste, sembra vivo e guarda. Il giovane uomo si siede accanto alla ragazza che è già seduta. Le passa sulle spalle il braccio. Un delicato abbraccio, un gesto di protezione.

Sul bicipite sinistro ha tatuato un teschio. Un teschio ‘calavera’, delineato cioè alla maniera dei dolci di zucchero modellati come teste di morto che, tradizionalmente, nel dias de los muertos, si confezionano in Messico. Spicca sulla pelle abbronzata contornato da un serto di fiori di marigold. Una candela accesa è sistemata nella cavità d’un’orbita. L’osso frontale è segnato da tele di ragno.

La ragazza è bruna. È bella. Il suo incarnato è chiarissimo, carezzato dalle luci fredde della sotterranea. Ha grandi occhi marroni. Porta una blusa leggera con un ampio scollo. Appena sotto il collo, sulla pelle chiara quasi d’avorio, ha tatuato un teschio della dimensione di un uovo di struzzo. Un cobra si è insinuato in quel cranio vuoto e si affaccia tra gli sconnessi denti alzando la testa. La sua coda descrive una esse sullo zigomo. La prima lettera maiuscola del nome Sally. È il suo nome, intuisco, e ne ha fatto l’estremità dell’aspide letale.

Constato la gran fortuna di cui godono le immagini di morte tra i giovani tatuati. Teschi, scheletri, volti dai lineamenti in sepolcrale decomposizione. Cerco di capire il significato di quelle parole di morte illustrate su un bicipite, su un’anca. Nel mio turbamento mi chiedo: a chi sono rivolte? Che conversazione esigono? Quale senso della vita affermano? E chiedo ausilio agli strumenti che può fornire la mia cultura. I più mi si rivelano fuorvianti e semplificatori. Comprendo come sia da approntare una ermeneutica adeguata che, al momento, poco, o niente, posseggo.

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