Il testa-coda di LeU. Ovvero: è davvero necessario proseguire in questo “processo costituente”?

Mario Dogliani analizza le difficoltà e le prospettive di rinnovamento della sinistra, riflettendo sull’opportunità di un processo costituente in Liberi e uguali

Il testa-coda di LeU. Ovvero: è davvero necessario proseguire in questo “processo costituente”?

1.- “Costituente” vuol dire “che erige, che fa stare diritto [qualcosa] mettendo insieme parti diverse”. Per esempio, le mura ciclopiche sono erette mettendo insieme i blocchi di pietra (constituere moenia). Innalzare una colonna monolitica non è invece “costituire”, perché manca l’elemento del mettere insieme. E’ dunque appropriato definire il processo volto a fare di LeU un partito, come un processo costituente?

In via generalissima certo sì, perchè alla fine ne scaturirà un insieme, costituito, appunto, di individui organizzati. Però l’espressione ha cambiato significato. Il progetto iniziale intendeva unificare tre soggetti che erano solo alleati, costituendoli in un partito. Si trattava di un processo costituente che avrebbe dovuto avvenire per incastro, fino alla fusione, tra soggetti collettivi e pre-strutturati. Ma questo percorso – fondato sul protagonismo di tali soggetti – è ormai ripudiato da tutti coloro che avrebbero dovuto percorrerlo. Si dice che dovrà essere sostituito da un processo costituente “dal basso” (che muoverà dai singoli che condividono un programma politico). Ha ancora un senso definire questo processo come costituente? Dal punto di vista dei soggetti originari, no. Perchè non si tratterà di una unificazione né deliberata dagli organi dirigenti di tale soggetti, né deliberata dalle basi di tali soggetti che bypassano – per così dire – difficoltà frapposte dai gruppi dirigenti stessi. Il processo “dal basso” – che si dice di voler sostituire al precedente – è sempre più traballante proprio a causa di dissensi che – dai dirigenti, o da parti delle constituency stesse dei soggetti collettivi ex-unificandi – si proiettano sulla trama dei rapporti “nel basso”. E che il processo costituente dal basso possa essere fatto da tutti e controllato da nessuno (secondo il modello che diceva di aver adottato il movimento del Brancaccio) senza un minimo di manifesto comune che faccia da elemento aggregante iniziale, è solo un’illusione. L’attuale cd. processo costituente di LeU consisterà piuttosto di una dissoluzione dei soggetti originari e della loro originaria alleanza, dalla quale nascerà un rimescolamento – una moltitudine – che, forse, si farà costituente.

 

2.- Tutto ciò sembra confermare che governare gli italiani non è impossibile: è inutile. Chiunque sia stato (Giolitti, Mussolini o Churchill) a pronunciare questa frase, è dimostrato, ogni giorno che passa, che aveva ragione. E che ancor più inutile si sta rivelano il cercare di governare (anche solo nel senso di ricondurre ad un minimo, minimo, minimo di unità) quella frazione di italiani che è la sinistra. Quanto avvenuto dal 4 marzo in poi – malgrado gli sforzi di Roberto Speranza e di non molti altri, non solo di Art.1 – dimostra che incaponirsi nel suonare la diana dell’unità delle sinistre è sforzo vano. Anche se si cerca di puntare sulla funzione unificante e liberatoria dello studio e della ricerca “spregiudicata” sui fondamenti (come vorrebbe Aldo Tortorella), e di includere, parlando di sinistra larga, plurale, aperta … sono così tanti e così aguzzi gli scogli a fior d’acqua che la barca è destinata a sventrarsi.

 

3.- Ma qual è la più insidiosa delle rocce latenti, micidiale causa del vasto gorgo in cui rari nantes si ostinano ad arrabattarsi (fino a quando non si sfiniranno e si lasceranno andare)? Indubbiamente i limiti intellettuali e morali  – dei singoli e delle élites – sono infiniti, ma uno spicca: il convincimento di essere necessari, indistruttibili, connaturati alla società o addirittura alla natura umana; e quindi il convincimento di potersi permettere ogni impuntatura, su ogni propria asserita verità, ogni oltranzismo, ogni capriccio, ogni ruggito del topo – che vuol dire ogni difesa del proprio (esibito) particulare – facendosi (direbbe Lenin) “facitori di frasi rivoluzionarie”.

«Fra tutti i partiti d’opposizione e rivoluzionari battuti [dalla vittoria zarista, tra il 1907 e il 1910. n.d.r.], il partito dei bolscevichi si ritirò con maggiore ordine, con le minori perdite … con la minor demoralizzazione e con la maggiore capacità di riprendere il lavoro nel modo più ampio, giusto ed energico … soltanto perché smascher[ò] e scacci[ò] spietatamente tutti i facitori di frasi rivoluzionarie …» (Lenin, L’estremismo malattia infantile del comunismo, 2, 16).

 

4.- Oggi il problema è ricreare le condizioni perché le idee forza (rielaborate … ça va sans dire) del socialismo, della democrazia (formale e sostanziale) e dell’uguaglianza (formale e sostanziale) possano essere “risentite come rilevanti” dalla moltitudine-ex-popolo. Ma se la consapevolezza di questa drammatica urgenza manca, se si pensa che “il volgere altrove la testa” della moltitudine possa essere vinto dalle grida di chi è “più avanti”, perché è fatale che “chi è più avanti” venga ascoltato; perché è nelle cose, è nello sviluppo della storia, è scolpito nelle anime … che prevalgano i grandi ideali (così come interpretati dalla autocompiaciuta radicalità di ognuno), allora la politica è finita. Anche le grida fondate sui diritti naturali dell’uomo sono una forma di afasia politica. Ha detto bene Gramsci: «Se la élite si costituisce sul terreno di una dottrina che può essere interpretata fatalisticamente [c.vo mio]: allora affluiscono credendo di poter giustificare idealmente la loro povertà d’iniziativa, la loro deficiente volontà, la loro mancanza di paziente perseveranza e concentrazione degli sforzi, tutti i falliti, i mediocri, gli sconfitti, i malcontenti. Così si può avere una élite alla rovescia, una avanguardia di invalidi, una testa-coda» (Gramsci, Quaderni dal carcere, 1116). Geniale quel “fatalisticamente”. Ieri dottrine della storia. Oggi dottrine dei diritti, del popolo che ha sempre ragione …

 

5.- Discutendo del senso che sta mostrando il processo costituente di LeU, particolare attenzione va portata alla posizione di Roberto Speranza (qui mi limito a richiamare solo lui – anche per non fare torto ad alcuno degli altri protagonisti del dibattito – in quanto eletto coordinatore nazionale di Art. 1. MDP). La sua posizione ha questo di caratteristico: che si chiede con angoscia perché il processo costituente di LeU non solo non abbia destato alcuna campagna di entusiasmo – come avrebbe potuto – ma invece vivacchi nel disinteresse generale (quando non genera fastidio). Queste domanda è stata posta in tre discorsi organici. Quello che, il 12 maggio 2018, ha aperto l’assemblea di Art. 1 denominata – chissà perché – Restart [1]; quello pronunciato, il 26 maggio 2018, nel corso della terza Assemblea Nazionale di LeU[2]; e quello che, il 22 luglio 2018, ha introdotto l’Assemblea di Art. 1 lo ha eletto coordinatore nazionale[3]. In questi tre discorsi sono contenute affermazioni chiare circa i caratteri che deve avere il nuovo partito e il processo (e la ricerca e lo studio) che devono farlo nascere. Temi che ovviamente non potremo qui trattare, se non per cercare di individuare il male oscuro che continua ad impedire che si inneschi quella campagna di entusiasmo che il problema meriterebbe. Un male cui Speranza dà un nome: il verticismo come causa del «torpore», del «silenzio ingiustificabile e incomprensibile» del gruppo dirigente di LeU.

Dal punto di vista dell’etica di movimento, l’affermazione centrale è quella in cui (il 12 maggio 2018) chiede scusa agli elettori: «Il risultato del quattro marzo è stato deludente. Ma […] è stata ancora peggiore la gestione di questi sessanta[4] giorni da parte nostra. Di questo io credo che dobbiamo tutti chiedere scusa ai nostri elettori. Lo faccio io, impropriamente, a nome di tutto il gruppo dirigente di Liberi e Uguali. Dobbiamo chiedere scusa ai tanti militanti che hanno animato una campagna elettorale difficile come poche consentendoci comunque di raccogliere un milione e duecento mila voti. E’ un patrimonio prezioso che non si può disperdere e da cui abbiamo l’obbligo di ripartire. Si è già perso troppo tempo non possiamo permetterci di indugiare oltre in un silenzio ingiustificabile e incomprensibile». Molto giusto. E si potrebbe aggiungere: quel silenzio (oltre che l’effetto frastornante della batosta elettorale) non è forse – anche – la continuazione di quello che ha accompagnato la nascita di Art. 1 (che si era lasciato bombardare senza reagire dalle accuse di mero opportunismo elettorale), la nascita di LeU, con l’opaco rapporto col Brancaccio e con Rifondazione, e la stessa campagna elettorale, con la messa in sordina di tanti materiali elaborati in seminari in cui la dirigenza politica ha brillato per la sua assenza? Se è così, allora quel silenzio non deriva dalla difficoltà di leggere i fatti e di disegnare prospettive, né da una sorta di fatalismo ottimistico per gli esiti attesi (dove volete che vadano quegli elettori che si sono ritirati nel bosco?), ma da un dato molto più semplice (ed irritante per quanti vedevano in LeU una nuova comunità e un nuovo orizzonte intellettuale e morale): dal verticismo di pochi che si oppongono reciprocamente veti, su analisi e su scelte d’azione.

Anche qui, Speranza è chiaro: «Basta verticismo. Non ha funzionato. Era forse indispensabile. E’ stato un limite di tutti noi. Abbiamo chiesto scusa: ma ora una testa un voto, una testa un voto. Non dobbiamo avere paura. Dobbiamo confrontarci, discutere per tutto il tempo che vogliamo, ma poi una testa un voto. Dal basso, partecipazione vera senza paura, senza reti per nessuno». E poi, ancora: «Basta aspettare e traccheggiare». «Va definitivamente chiusa la stagione pattizia tra personalità e forze politiche. Serve far decidere dal basso la nostra gente. È stato questo lo stesso limite, probabilmente inevitabile, della nomina del comitato promotore nazionale. Il percorso dal basso è l’unica strada possibile e … la garanzia di un vero rinnovamento … non può bastare il colloquio, il dialogo … tra gruppi dirigenti. Io non sono disponibile a sostenere alcuna operazione verticistica. Abbiamo già dato, con risultati molto deludenti. … Una testa un voto per trasformare LeU in un partito e superare definitivamente i tre soggetti di provenienza che alla fine del percorso costituente dovranno sciogliersi. Verificheremo in Assemblea se queste condizioni sono realizzabili. Non basta una accrocchio. Non sarebbe sufficiente una federazione, o forse anche meno. Non basta una semplice associazione culturale. Serve un partito vero e proprio. Una forza autonoma della sinistra e, per me, del lavoro … se all’Assemblea nazionale di Liberi e Uguali ci sarà ancora chiesto tempo, o se ancora prevarranno i tentennamenti o le ambiguità, io mi sento chiamato comunque a far partire un percorso democratico tra di noi. … Noi non ci possiamo più permettere di restare a guardare. … E io per primo non sono più disponibile a questo stato di cose».

 

6.- Da chi è composto questo “noi” che si sente intrappolato da «tentennamenti e ambiguità» di altri? Inevitabilmente il discorso si sdoppia. Nella frase ora citata “noi” è evidentemente Art.1. e disegna nettamente un confine polemico con le altre organizzazioni. Ma questo “noi” resta immerso in un noi più grande. «Dobbiamo confrontarci, discutere per tutto il tempo che vogliamo … i nodi politici ci sono. Non prendiamoci in giro: i nodi politici ci sono e non possiamo far finta di nulla. Non è che siamo stati qui semplicemente a guardarci. Ci sono dei nodi politici grossi, ma penso che nel contesto in cui siamo, questa può essere la mia comunità. E’ la mia comunità; e questi nodi voglio scioglierli dentro questa comunità … ». Sempre che si accetti che questo dibattito abbia una data finale certa: «Percorso certo – lo dico con grande rispetto – significa che c’è una data di inizio, ma c’è anche una data di fine. Io sono disponibile. Non ho l’orologio in mano. Ma una cosa seria è dire che c’è un giorno che inizia e c’è un giorno che finisce».

 

7.- Questo è il nodo centralissimo. Per realizzare un processo costituente ci vuole un ambito, uno spazio umano – un qualcosa di anteriore a una società, diviso da forti e radicali contrapposizioni – che abbia deciso di non farsi la guerra interna (e che per questo può essere chiamato evocativamente comunità), e che cioè abbia deciso di sciogliere, o sottoporre a compromesso, le sue divisioni, procedimentalizzando il cammino futuro in cui verranno affrontate. E’ questa – la decisione di non farsi la guerra interna – la vera, prima, essenziale decisione costituente. Se manca questa, manca tutto. E che sia stata compiuta, nell’attuale momento di LeU non è affatto certo.

 

8.- La base fondativa del percorso che ha portato alla formazione di questa (che potrebbe o avrebbe potuto essere) una comunità è la battaglia che è stata condotta col referendum costituzionale. Ed è proprio citando la Costituzione che Speranza precisa un punto importante: citando l’art 49. «Quell’articolo indica una parola che è la parola “partito”: ed è la parola che manca [rivolgendosi a Pietro Grasso] nella tua relazione. Io credo che noi dobbiamo avere il coraggio di dire che serve un partito: un partito come è scritto nella Costituzione. Un partito come strumento per concorrere a determinare la politica nazionale». Con ciò, evidentemente, Speranza vuol chiudere con i discorsi sulla post-democrazia, sulla fine della rappresentanza politica, variamente e fantasiosamente definiti, e dimostra che, dentro LeU, sono ben vivi e forti, anche dentro il suo stesso vertice.

 

9.- Ci siamo fin qui occupati solo del discorso volto all’interno. Discorso che è drammatico ed espressivo di una aperta delusione perché le vicende interne avrebbero dovuto preparare l’aggressione di questioni di portata (senza retorica) epocale, mentre continuano invece ad avvitarsi su se stesse in desolanti banalità. La manifestazione più immediata, ed evidente, di tali problemi di sistema è l’affermarsi – non solo in Italia – di un nuovo bipolarismo da cui è esclusa la sinistra. Questo, nel nostro paese, è l’effetto dell’affermarsi di «due forze politiche che hanno ottenuto un’ampia legittimazione popolare sulla base di una domanda di capovolgimento dello status quo», ma la questione veramente profonda è che tali forze «nulla hanno a che vedere con le categorie classiche con cui abbiamo interpretato la politica degli ultimi due secoli».

Questo gettare lo sguardo indietro di due secoli è molto impegnativo. Significa denunciare che si è verificata una cesura con quanto è avvenuto dopo il maturare della prima rivoluzione industriale (James Watt muore nel 1819), con tutta la storia europea successiva al Congresso di Vienna (è del 1818 il Congresso di Acquisgrana) … Simbolicamente, il 1818 è l’anno di nascita di Marx. Significa dire che gli ultimi due secoli sono stati cancellati, come se fossero passati invano: sono stati ripudiati, gettati nel vuoto dell’irrilevanza, dal giudizio di trentatré milioni di persone, quanti sono stati i votanti del quattro di marzo, che hanno negato, con un unico rifiuto, il voto a LeU, al Partito Democratico e a Potere al Popolo; i quali hanno dimostrato di avere tutti, in fondo, una identità simile e una composizione sociale simile, e che, conseguentemente, rivelano una marcata proporzionalità tra i loro risultati. Ma il ragionamento dovrebbe proseguire: se due secoli sono stati cancellati bisogna chiedersi, mi sembra di intendere, chi li ha cancellati? I vincitori delle ultime elezioni? Evidentemente no. La loro vittoria è solo un sintomo. Chi ha gettato via il sentire e il pensiero che si è andato accumulando, tragicamente, ma pur sempre costituendo un patrimonio, una nostra eredità, in questi ultimi due secoli sono stati evidentemente i cattivi governi di questi ultimi decenni e la pessima cultura che li ha sorretti e propagandati. I vincitori attuali hanno solo vendemmiato.

Per questo le parole d’ordine oggi correnti sulla necessità che la sinistra si ricostruisca a partire dalle sue fondamenta, che ripensi il capitalismo dopo la lettura ottimistica che ha dato della globalizzazione (che l’ha distolta dal suo compito storico di fare i conti con tutte le conseguenze regressive che il capitalismo introduce nella casa e nelle vite delle persone), che critichi il processo costitutivo dell’Unione Europea e l’attuale suo impianto, figlio di questa duplice visione subalterna, che recuperi pienamente ed esplicitamente il significato originale della parola socialismo … non hanno il sapore dannunziano che le accompagna in tanta pubblicistica corrente (e meno recente): la sinistra all'”anno zero”, che si mette in “viaggio verso nuove terre”, “senza il vento della storia nelle vele” … La questione specifica e direttamente politica – non di generica “cultura politica” – che viene posta è quella di ridefinire «il ruolo attivo dello Stato come soggetto fondamentale regolatore del rapporto uomo-società-ambiente». E’ questo il perno attorno cui ruota la comprensione di quello che è successo e dell’orizzonte che si vuole costruire. Lo Stato, nella nostra cultura, è un precipitato plurimillenario di saperi filosofici, teologici, storici, morali, giuridici, sociologici (diciamo ora) … per cui porlo al centro dell’attenzione significa semplicemente ricollocare come oggetto primario della cultura politica attiva il problema della convivenza umana nelle sue diverse prospettive; lasciandoci alle spalle la piatta e stupida unidimensionalità del neoliberismo. Chi altri in italia si accinge a questa opera prometeica? Nessuno. E’ su questo punto, sul cammino che ha portato a questo approdo, che si deve dire che «il partito democratico [è] fallito. … Quel partito è fallito perché la sua missione storica di fondo è fallita. Mettiamolo bene per iscritto». E qui andrebbe approfondito perché l’incontro degli eredi del comunismo italiano con il cattolicesimo democratico si sia esaurito nell’incontro con il prodismo, versione nient’affatto ammorbidita del neoliberismo (risultandone fagocitato). Il testimone, per avviare quest’opera prometeica, dovrebbe essere passato a LeU, che invece è immersa nel torpore.

 

10.- I vincitori «non sono liberali, non sono socialisti, non sono cattolici, non sono popolari, non sono democratici: le categorie con cui abbiamo fatto politica per una vita insieme non servono più per leggere questo tempo». E allora? Il sentiero è stretto.

Le indicazioni possono essere così sintetizzate:

  1. a) «Il Governo che nasce non può essere banalizzato. Non può essere ridicolizzato o ridotto a un fascismo nuovo che sta arrivando» (dove “ridurlo”, mi permetto di chiosare, vuol dire interpretalo solo come un déja vu, e quindi come un fenomeno che non richiede di essere spiegato nel profondo dei suoi tratti attuali).
  2. b) Il Governo pone sul tappeto anche questioni reali, che vanno in controtendenza con la linea dominante negli anni passati (all’epoca dell’intervento qui richiamato si trattava dei primi accenni al contenuto del cd. “Decreto dignità”). L’opposizione non può quindi essere banalmente a priori. Occorre dunque essere «intransigenti sulle questioni fondamentali che riguardano i valori della nostra democrazia. E sfidanti e aperti al dialogo invece sulle questioni sociali».
  3. c) Qui si pone una delle questioni più spinosa (nella quale si colloca il tema dei rapporti con l’Europa, e in generale il tema del cosmopolitismo), perché tra le persone che la sinistra vorrebbe rappresentare «è sempre più diffusa la percezione che i loro interessi si difendono molto meglio sotto la bandiera nazionale che sotto la bandiera europea»: avanzano una legittima domanda di protezione a fronte della quale la sinistra è stata non solo incapace di offrire una risposta rassicurante, ma addirittura incapace di comprendere come quella domanda avesse un legittimo fondamento. Come fare sintesi dei valori di integrazione, inclusione e solidarietà, e delle domande di protezione che arrivano dall’ex popolo di sinistra è questione «che fa tremare i polsi». La questione dell’immigrazione resta una questione politicamente non sciolta (anche se sul piano morale è fuori di ogni discussione ogni incertezza di fronte al razzismo dilagante).
  4. d) Strettamente legata è la questione europea e del cd. sovranismo. Se la ragion d’essere di LeU è dire no ad una sinistra subalterna al neoliberismo occorre anche dire «che la via d’uscita verso un pensiero di sinistra, socialista, autonomo, non è quella di una sinistra subalterna ai sovranismi. Vedo questo rischio nel nostro dibattito.» Questo sì – chioso – è un tema vero, come quello delle migrazioni. Si fa presto a dire “sovranismo”, ma che cosa c’è, davvero, in questa parola, o meglio, nel modo in cui oggi la si usa, e soprattutto si consente – anche da parte della cultura di sinistra – di usarla? Il tema della “sovranità democratica” non è affatto ormai fuori dell’orizzonte, in nome di chissà che cosa d’altro. «Noi dobbiamo cambiare l’Europa. Perché questa Europa non va e non risponde ai bisogni di fondo per cui è nata. Ma l’Europa è la nostra prospettiva strategica. C’è un problema di sovranità democratica. È giusto riconoscerlo e interrogarsi. Ma non mi convince l’idea che per riaffermare la sovranità popolare sia necessario tornare indietro, distruggere l’Europa e riaffermare la centralità degli Stati nazionali. Sarebbe solo un illusione. La sfida per noi è come si costruisce una nuova sovranità europea compiutamente democratica. Non penso che dopo anni di subalternità al neoliberismo la sinistra possa risorgere con una nuova subalternità al sovranismo. Siamo e resteremo convintamente europeisti». All’Europa del 1914 o del 1939 nessuno vuole tornare. Ma chiarire in che cosa consista una «sovranità europea compiutamente democratica», e soprattutto, e ancor prima, una sovranità nazionale compiutamente democratica, resta un problema che – se non ci si accontenta di giochetti di parole – fa tremare i polsi. Sarebbe opportuno, per uscire da quei giochetti, sbarazzarsi dell’ambigua parola “sovranismo”, perché la sovranità – se bene intesa, come negli artt. 1 e 11 della nostra costituzione, che escludono ogni riferimento a miti fumosi o a realtà extrasociali o ad assolutismi nazionalistici – è cosa buona. In una situazione in cui potrebbe addirittura revocarsi in dubbio il fatto che la nostra repubblica meriti ancora il nome di Stato, o per lo meno di Stato di diritto, percorsa com’è da fenomeni disgregatori e da degenerazioni di ogni tipo, il concetto di sovranità dovrebbe costituire il perno di una riforma/ricostruzione che restituisca allo Stato democratico il suo ruolo di ricapitolatore-rappresentatore del livello di civiltà di un popolo. Se per Stato sovrano si intende uno Stato non nazionalista, ma ben organizzato, dignitoso e rispettato dalla comunità internazionale, come si può parlare di “sovranismo” accomunando nella svalutazione anche i profili attinenti alla buona organizzazione, alla dignità e al rispetto internazionale? Gli anti sovranisti “alla grossa” dimenticano troppo spesso che l’idea di nazione, alla quale quella di sovranità è legata, non è affatto unitaria, ma è duplice. I modi di intendere la nazione sono rapportabili ad una summa divisio: quella tra la sua concezione artificialista, volontarista, elettivista, universalista, assimilazionista (in cui l’identità nazionale è concepita come identità politica, e la cittadinanza è definita dallo ius soli), e la sua concezione naturalista, tradizionalista, nativista, particolarista e differenzialista (in cui l’identità nazionale è concepita come identità culturale e la cittadinanza è definita dallo ius sanguinis)[5].
  5. e) Quanto allo scenario partitico-nazionale, il disegno politico che sta avanzando sotto-traccia consiste «nell’immaginare che non c’è più il vecchio bipolarismo; che non esistono più né destra né sinistra, che sono due arnesi del passato. E che esiste invece ormai un nuovo bipolarismo: sistema-antisistema, Europa-anti-Europa, sovranismo-internazionalismo. … un disegno politico che dice sostanzialmente che sotto l’ombrello di un simil-Macron si può provare a unire quel che resta del PD e quel che resta di Forza Italia, per costruire un grande partito liberaldemocratico, tutto sommato conservatore, che rassicuri i protagonisti dello status quo precedente»: la «prospettiva una forza liberaldemocratica di sistema». «Totalmente alternativa a questa [è la prospettiva di] stare dentro una ricerca … per costruire una nuova grande forza socialista di questo tempo. … socialista. Perché … è da lì che dobbiamo ripartire: dal nostro sistema di valori, dai fondamentali, dal lavoro, dalla lotta contro le diseguaglianze …».
  6. f) Detto quanto si è detto sul fallimento della missione storica del PD «chiedo: qualcuno di voi … pensa che una forza del tre virgola quattro per cento possa essere autosufficiente? Qualcuno di voi pensa che una forza del tre virgola quattro per cento possa immaginare di fare fino in fondo da solo, con la convinzione di farcela, quelle grandi battaglie di cui stiamo parlando … ? Io penso di no. Io penso che il nostro tema è che oggi si fa LeU perché sia la prima mattonella per ricostruire un grande orizzonte progressista in questo Paese. Perché non mi posso rassegnare all’idea che la sinistra sia solo testimonianza, all’idea che la sinistra sia semplicemente declamare opinioni. E non è facile. Non è scontato».

 

11.- Se il «messaggio fondamentale di questa nostra assemblea nazionale è chiaro e netto: noi non ci rassegniamo», ciò significa che «non ci arrendiamo ad un’idea dell’Italia irrecuperabile e consegnata ormai alla nuova egemonia della destra». L’accento cade sul concetto di «egemonia». A chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la storia del pensiero politico – non dico con la storia del marxismo italiano – questa parola dovrebbe far venire i brividi, per l’incommensurabile mole di lavoro politico cui essa rinvia, perché essa presuppone. Egemonia non è un problema di comunicazione. Anche, ma in superficie. Egemonia è il risultato di habitus mentali, di convinzioni morali, di visioni del mondo etico-politiche … che non si depositano per l’opera di uno spirito dei tempi che soffia capriccioso dove vuole, ma per la paziente opera di élites politico-intellettuali e delle reti, delle organizzazioni, dei movimenti che esse sanno suscitare, e che provocano quei mutamenti molecolari nella società che imprimono ad essa una forma anziché un’altra; la forma, appunto, egemone. Il post-war consensus e il compromesso beveridge-keynesian-socialdemocratico erano una forma di egemonia che ha prodotto non solo le trente glorieuses, ma – oggi siamo diventati più di bocca buona – le ulteriori trente passables (sintetizzo con questa espressione il giudizio di Paul Krugman, la Repubblica, 23/5, che considera i due trentenni un miracolo della storia: «Dovendo indicare dove e quando abbia trovato massima realizzazione il sogno umanitario, ossia l’ideale di una società che garantisce un’esistenza dignitosa a tutti i suoi membri, è giusto citare l’Europa occidentale nei sessant’anni successivi alla Seconda guerra mondiale. È stato uno dei miracoli della storia»). Questa egemonia è stata sgretolata, sbriciolata, con furia talebana, martellata su martellata, come le opere d’arte dei musei di Baghdad, dalle elites dominanti di questi ultimi decenni e dagli scribacchini accademici loro caudatari.

«Le loro parole d’ordine – dice Speranza – stanno, a poco a poco, diventando senso comune e arrivano dove non avremmo mai immaginato potessero arrivare. Entrano nella testa della nostra gente con una semplicità sconvolgente … [i]l prevalere della dimensione e degli interessi individuali e privatistici rispetto alla dimensione dei beni e degli interessi pubblici … l’affermarsi di una personalizzazione estrema della politica, [i]l diffondersi di una forma nuova e strisciante di autoritarismo e di richiamo all’idea dell’uomo forte invece che un consolidamento dei principi democratici su cui si è fondata la nostra cultura politica … [i]l rovesciamento degli ideali di solidarietà, di fratellanza e persino di umanità che si consuma ogni giorno nelle acque del mediterraneo. … È una vera e propria deriva. … Dobbiamo combattere e rialzare la testa.

Giusto. Ma, chiedono i desolati rari nantes: «di che cosa si arma il piccolo Davide per combattere questa battaglia contro il gigante Golia?».

 

12.- In conclusione:

– Il processo costituente di LeU avrebbe potuto essere una grandiosa preparazione degli “Stati generali della sinistra”. Finora non lo è stato, e probabilmente non lo sarà, per le cause sopra descritte.

– Il processo costituente di LeU non sarà nemmeno il percorso di trascendimento in un partito dei tre soggetti autori del patto elettorale, per le medesime ragioni.

– Ragioni che si compendiano nella malattia morale (e mortale) che affligge in tutte le sue fibre la nostra società e particolarmente la sinistra: la malattia – inoculata dal più potente virus del neo-liberismo – del “sovranismo individuale”, per cui si crede che la libertà politica sia in tutto assimilabile alla posizione di un cliente davanti alla vetrina di un negozio di cravatte (come nel ’68 Guido Viale disse a Nicola Abbagnano). Il punto di vista che è dilagato senza limiti è quello che sa dire sempre e solo: “che cosa mi piace?”, “in che cosa mi riconosco, mi rispecchio, mi conforto?” e che non sa più dire “che cosa è utile e giusto fare – che cosa posso fare – per dare un piccolo contributo alla rinascita del Paese?”. A proposito: si dice che Sieyès, a chi gli chiedeva perché mai avesse appoggiato il colpo di stato di Napoleone che portò al Consolato, abbia risposto: «Avevo bisogno di una spada». Ecco: anche noi sarebbe bene che pensassimo che dobbiamo forgiarci una spada, anziché continuare a torcerci le budella.

– E’ controproducente continuare a dare spettacolo «di diplomatici accorgimenti» mentre «tantissimi … appena li incontri scuotono la testa in segno di disfatta e dicono “mamma mia che disastro”» e si chiedono perché «la grande sinistra italiana sia potuta sparire da un giorno all’altro senza lasciare traccia di sé», o comunque sia stata «resa invisibile e paralizzata dalla sua frantumazione, dallo scetticismo, dal senso di disinganno che ormai pervade i più» (Castellina).

– Dopo la paralisi indotta dalla diplomazia delle sigle possiamo ancora rivolgerci alle persone, ai gruppi che sono impegnati in iniziative di solidarietà, di antirazzismo … per  tornare a far vivere «ripartendo da questa sinistra territorializzata e sminuzzata … un movimento e, perché no? anche un partito nuovamente visibile»? (Castellina)

– Se crediamo ancora di sì occorre – in extremis – uno strappo radicale nei confronti della diplomazia delle sigle che dia vita da subito a una “comunità discorsiva”, cioè a uno spazio in cui non si sta con un piede dentro e uno fuori – come per troppe primedonne è adesso – ma in cui si sta e basta, testardamente, per venire a capo (con tutti gli incrementi cognitivi e morali che il discorso comporta, sulla base del ripudio del sovranismo individuale, e cioè della totalità comprensiva in cui ciascuno è imbozzolato) delle innumerevoli questioni che abbiamo di fronte.

– Tutto ciò richiede due condizioni: a) che gruppi di persone propongano documenti di principi programmatici, possibilmente in forma di mozione, per sottolineare il loro carattere “di parte”; b) che – sulla base di una discussione preliminare su tali documenti, che dovrà accettarli o respingerli e sistematizzarli come corpus (relativamente plurale) caratterizzante il partito nascente – si definisca, attraverso regolari iscrizioni, la comunità discorsiva: cioè l’insieme di coloro che – individualmente – rifiutano esplicitamente l’opzione exit e accettano solo l’opzione voice (questa è la decisione costituente). Successivamente, ad opera di un’assemblea eletta da parte di tale comunità – qui sta il punto – si approverà uno statuto per continuare e concludere la discussione programmatica, per regolare la vita del partito e per procedere alla elezione degli organi dirigenti.

– La questione più complessa è decidere da chi debba essere svolta la discussione preliminare sulle mozioni: la sede naturale dovrebbe essere il Comitato promotore nazionale, che però finora è sembrato bloccato dalla diplomazia delle sigle. In ogni caso: avrebbe certo la legittimazione necessaria per il preziosissimo lavoro istruttorio; ma per lanciare il cuore programmatico del nuovo partito, ed invitare al contempo il “popolo di sinistra” a farne parte, a dar vita a quella comunità che oggi non c’è – e che, quindi, non ha voce, e che quindi è prigioniera della torpida, lenta, pigra, fiacca diplomazia delle sigle – sarebbe sufficiente? O non sarebbe forse necessario validare il lavoro del Comitato promotore da una assemblea più solenne (nella quale si applichi la regola “una testa un voto”)? E composta da chi? Da delegati delle sigle promotrici o da eletti, ad esempio a livello provinciale? E se così fosse, gli elettori (ammesso che i candidati siano designati dalle sigle promotrici) dovranno essere solo gli iscritti alle sigle promotrici medesime o anche altri? Rifiutando le primarie aperte, si potrebbe pensare agli iscritti ai sindacati, all’Anpi, alle Acli, all’Arci … o ad associazioni che, provincia per provincia, potranno essere ammesse a partecipare al voto, o anche a singoli “presentati” da tale associazioni (sul punto cfr. M. Dogliani – F. Pallante, Qualche regola per un’assemblea a sinistra, il manifesto, 10-10-2017).

Questa seconda sarebbe la scelta da preferirsi. Tenendo conto però che questa prima assemblea avrebbe solo il compito di delineare lo spazio, il terreno, del nuovo partito (selezionando i documenti programmatici suscettibili di un confronto approfondito proiettato nel tempo) e che la vera Assemblea costituente sarebbe la successiva, eletta dagli iscritti al partito nuovo definito dal corpus programmatico sopra descritto, anche la prima opzione – data l’urgenza dei tempi – potrebbe essere accettata.

 

 

[1] www.radioradicale.it/scheda/541092/restart-iniziativa-pubblica-di-articolo-uno-mdp

[2] www.radioradicale.it/scheda/542405/terza-assemblea-nazionale-di-liberi-e-uguali

[3] https://articolo1mdp.it/…/costruire-lalternativa-e-spezzare-il-disegno-delle-nuove-destr…

[4] Nella Assemblea del 26 maggio parlerà di «ottanta giorni [che] sono stati persino peggiori del risultato del quattro marzo».

[5] Per stemperare alcune polemiche di oggi dovute, anche, alle ambiguità della parola “sovranismo” non è inutile ricordare – tra i mille fatti che lo potrebbero essere – che la relazione d’apertura della Assemblea Nazionale del PD (Roma, 21-22 gennaio 2012), tenuta da PierLuigi Bersani, era intitolata L’Italia prima di tutto; e che alla successiva Assemblea Nazionale (Roma, 14 luglio 2012) la relazione dello stesso Bersani era intitolata Dalla parte dell’Italia. E che nel giugno 2017 Il CRS organizzò un seminario intitolato L’identità imperfetta. In difesa dell’idea di nazione.

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1 commento

  1. Carlo Carboni

    Caro Dogliani, molto d’accordo sul punto di un eccesso di sovranismo individuale: i problemi a sinistra nascono non solo per il “cambiamento dei tempi”, ma perché i suoi dirigenti e i suoi “leader” non hanno dimostrato di essere uomini dotati di forti convincimenti legati anche al senso del destino personale. Hanno trascurato i convincimenti e sono precipitati nella confusone e nell’errore dimostrando di non saper utilizzare il loro potere se non a fini personali. Qualche perplessità sulla “scaletta” fondativa proposta che non può prescindere dal darsi una strategia di alleanze politiche

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