Il Titanic dell’ordine liberale

Francesco Marchianò analizza i temi legati alla crisi del modello democratico liberale, trattati nel nuovo libro di Vittorio Emanuele Parsi “Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale” edito da “Il Mulino”. Articolo uscito sull’Huffington Post

Il Titanic dell’ordine liberale

(Articolo pubblicato su “Huffington Post” il 19 luglio 2018Qui il link)

L’ordine globale liberale, consolidatosi dopo la Seconda guerra mondiale, sta ormai tramontando. Al suo posto va sostituedosi un nuovo ordine molto più insicuro che Vittorio Emanuele Parsi, nel suo ultimo lavoro, definisce “ordine neoliberale”.

Questo passaggio, secondo l’autore, ordinario di Relazioni internazionali alla Cattolica di Milano, è molto rischioso. Infatti, ci si trova su una rotta pericolosa col rischio permanente di affondare. Non a caso il titolo eloquente del volume, edito da pochi mesi dal Mulino, è “Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale“.

Come accadde al tristemente famoso transatlantico, anche in questo caso c’è all’orizzonte un minaccioso iceberg, costituito da quattro facce che rappresentano i quattro elementi principali che minano l’ordine internazionale.

Il primo è dato dalla crisi della leadership americana. Negli anni più recenti è venuto sempre meno il primato internazionale degli USA e stanno emergendo nuove potenze come quella russa e cinese. Si tratta di potenze che, specialmente per quel che riguarda la Cina, non crescono solo dal punto di vista economico ma soprattutto da quello militare. Ciò ha indebolito la capacità di guida degli Usa che non possono non tener conto dell’influenza delle nuove potenze emergenti, com’è ben visibile nella differente modalità di gestitone di due situazioni simili, legate al nucleare, come quelle iraniana e quella nordcoreana.

Il rafforzamento di Cina e Russia ha spinto gli Stati Uniti a concentrare maggiore attenzione sull’area del Pacifico e, di conseguenza, è venuta meno la capacità di azione in altre aree, in particolare il Medio Oriente. Qui, dopo gli attentati dell’11 settembre, ci fu un forte intervento americano con l’attacco all’Afghanistan e poi con la guerra all’Iraq che, come è stato ampiamente dimostrato, non aveva nulla a che fare con il terrorismo.

In seguito, però, viste le difficoltà crescenti, gli americani attuarono un progressivo disimpegno che è coinciso con l’imporsi di nuove e più pericolose forme di terrorismo, come l’Isis, che hanno reso più insicure le società occidentali. Si tratta di una nuova minaccia che, come spiega Parsi, si caratterizza per essere polverizzata e privatizzata e che costituisce la seconda faccia dell’iceberg.

Le insicurezze non vengono tutte dal terrorismo. Esse, in particolare, derivano da un declino della democrazia sostanziale e dei suoi valori di solidarietà e uguaglianza che si affermavano nel Welfare, indebolito dal mercato e da un’economia sempre più finanziarizzata.

Venendo meno le funzioni dello Stato sociale, sono venute anche meno quelle del lavoro e si sono svuotati quei luoghi della socializzazione e dell’integrazione che erano stati uno dei collanti della società durante i decenni precedenti. Divenuta meno coesa e più individualizzata, la società tende a dis-integrare l’altro.

Ciò lo si nota molto bene analizzando un fenomeno attualissimo come quello dell’immigrazione. Infatti, se in passato le prime generazioni di immigrati provenienti, per esempio, dall’area del Maghreb e del Medio Oriente, non erano affatto sensibili ai richiami dell’estremismo religioso, oggi si assiste a un’inversione di questo processo come dimostra il fenomeno dei foreign fighters.

Il terzo fenomeno che costituisce l’ostacolo sul quale ha fatto collisione l’ordine liberale è l’isolazionismo degli Usa voluto dalla nuova amministrazione di Donald Trump che, per certi versi, si è limitato a proseguire alcune politiche già iniziate da Bush e continuate da Barack Obama, caratterizzate da un disinvestimento nella politica internazionale e da una maggiore attenzione alla politica interna. La vicenda dei dazi è emblematica da questo punto di vista.

In questo scenario la grande assente, da diversi punti di vista, è l’Europa, innanzitutto come capacità di attore politico di incidere nelle crisi internazionali: il silenzio sull’aggravarsi della situazione tra Israele e Palestina degli ultimi mesi è stato imbarazzante.

L’Europa manca anche nella capacità di esprimere politiche di lungo respiro al suo interno come ha dimostrato il modo nel quale ha gestito la crisi economica. La perseveranza con la quale si è scelta la via dell’austerità ha evidenziato il ruolo egemonico della Germania ma anche l’inefficacia del suo “modello unico”.

L’insoddisfazione crescente verso questa Europa, da un lato, e la gestione della crisi economica dall’altro, hanno indebolito il tessuto democratico e favorito l’imporsi di due fenomeni opposti ma collegati: il populismo e la tecnocrazia. Entrambi hanno riempito il vuoto lasciato dalla politica ma hanno allontanato la partecipazione popolare. Populismo e tecnocrazia, per Parsi, costituiscono il quarto lato dell’iceberg.

Il quadro all’orizzonte non è incoraggiante. È vero che “governare” vuol dire proprio “tenere il timone” e che la politica, quella vera, può sempre cambiare.

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