In ricordo di Pietro Ingrao

In ricorrenza dei tre anni dalla morte di Pietro Ingrao, proponiamo una sua poesia e un contributo a lui dedicato di Claudio Bazzocchi, che bene ne testimoniano l’acume politico e la sensibilità umana

In ricordo di Pietro Ingrao

di Pietro Ingrao

Per gli incolori
che non hanno canto
neppure il grido,
per chi solo transita
senza nemmeno raccontare il suo respiro,
per i dispersi nelle tane, nei meandri
dove non c’è segno, né nido,
per gli oscurati dal sole altrui,
per la polvere
di cui non si può dire la storia,
per i non nati mai
perché non furono riconosciuti,
per le parole perdute nell’ansia
per gli inni che nessuno canta
essendo solo desiderio spento,
per le grandi solitudini che si affollano
i sentieri persi
gli occhi chiusi
i reclusi nelle carceri d’ombra
per gli innominati,
i semplici deserti:
fiume senza bandiere senza sponde
eppure eterno fiume dell’esistere.

 

di Claudio Bazzocchi

Il 27 settembre di tre anni fa moriva Pietro Ingrao, una delle persone che più ha segnato la mia vita con il suo insegnamento (seppure da lontano).

Vorrei oggi ricordare che già negli anni Settanta Ingrao aveva individuato l’inizio della crisi dei Trent’anni gloriosi, di quel compromesso tra capitale e lavoro che aveva caratterizzato l’uscita dell’Europa dal fascismo. Gli fu dunque facile dire nell’Ottantanove che il problema per le sinistre in genere e per il PCI in particolare non era recuperare una radice socialdemocratica dopo la fine dell’URSS. Infatti, era proprio il compromesso socialdemocratico dei Trenta gloriosi a essere entrato in crisi e l’opera di rinnovamento non aveva a che fare con facili abiure e ancor più facili ritorni al socialismo democratico, ma con l’interrogazione critica del capitale, della sua pervasività nella vita di milioni di uomini e donne, con lo studio per pensare un altro modello di società, di sviluppo, di rapporto fra uomini e donne, tra l’uomo e la natura. Il suo assillo fu l’orizzonte del comunismo, una visione tragica in cui la società più giusta e più umana poteva sempre essere pensata ma mai realizzata compiutamente nella contingenza storica e umana. In quello scarto stava la democrazia, lo spazio della politica, la bellezza dell’elaborazione collettiva, popolare e solidale, di quello stesso scarto per renderlo praticabile e anche gioiosamente partecipabile.

Chi oggi immagina di tornare al compromesso tra capitale e lavoro nel pieno dell’egemonia neoliberale – egemonia culturale intesa come set di valori che ispirano la vita e rendono ancora più pervasiva la forza del capitale – non ha capito la grande lezione di Pietro Ingrao, cerca scorciatoie impossibili dove invece ci vorrebbe l’assillo dello studio, parole d’ordine e appelli sgrammaticati, dove invece sarebbe necessaria la paziente elaborazione di una strategia politica e culturale.

Pietro Ingrao non era fuori dal tempo, come spesso i suoi avversari – interni al partito e fuori – lo dipingevano. Fu solamente lungimirante e profetico. Vide la crisi arrivare molto prima di tutti gli altri e il suo lavoro teorico, soprattutto alla direzione del Centro per la Riforma dello Stato, lo sta a dimostrare, assieme a quello di tanti e tante compagne che con lui lavorarono in quegli anni.

E non era un sognatore o un acchiappanuvole (parola che ripeteva stesso in modo ironico). Era segnato dall’assillo per il destino della sua parte nel momento in cui un mondo stava per finire per sempre. Era assillato dalla ricerca, sapendo che cambiare nome per accedere al governo del Paese non avrebbe risolto le questioni fondamentali: come ripensare una nuova forma di critica del capitale e nuove istituzioni nel momento massimo di potere del capitalismo neoliberale e di crisi della democrazia.

Ora che proprio quei nodi vengono al pettine, basterebbe riprendere quella tensione, quell’assillo che si leggeva in faccia a Pietro, anche in quei tratti somatici così segnati dal pensiero continuo, dalla riflessione. Il punto di attacco per la sinistra sta in quei nodi che Ingrao aveva individuato già negli anni Settanta e Ottanta e non nel sogno di improbabili sovranità nazionali da recuperare facendo appello al popolo per tornare al compromesso tra capitale e lavoro da posizioni di forza.

A proposito di popolo, vorrei dire che tanti negli anni Novanta, sulla scorta dell’insegnamento di Ingrao, paventarono, come uno dei problemi fondamentali del futuro, l’impoverimento dei ceti medi e la paura che li avrebbe spostati a destra, una volta finiti i margini per politiche riformiste e di redistribuzione della ricchezza. E anche lì avevano visto giusto e lontano…

 

 

1 commento

  1. Pier Giulio Cantarano

    Ho letto la poesia in una mia classe di seconda media. Ho chiesto agli alunni di indicarmi a chi si riferisse. Mi hanno detto: ai poveri, ai carcerati, ai bambini africani che muoiono ogni giorno. Un alunno: alla vita.

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