La chiarezza stendahliana di Aldo Natoli

L’eco dell’être clair che risuona in modo costante nei capitali studi dedicati a Gramsci e Tatiana Schucht attraverso lo sguardo e l’etica di Aldo Natoli. Un articolo di Alberto Olivetti uscito su ‘il manifesto’

La chiarezza stendahliana di Aldo Natoli

Articolo uscito per la rubrica ‘Divano’ de ‘il manifesto’ il 19 novembre 2019

Nel settembre del 1936 la Biblioteca di cultura moderna di Laterza accoglie il “saggio biografico critico” Stendhal di Glauco Natoli. Nelle pagine conclusive lo studioso fissa un sintetico ritratto dell’autore della Chartreuse.

«La sua più grande preoccupazione, scrive, fu di veder chiaro in tutte le cose e nessun altro scopo, se non questo, ebbe il suo studio costante degli uomini e delle passioni umane: studio fondato anzitutto sulla conoscenza di sé, che sola autorizza a credere nella felicità». E precisa: «La logique, al di fuori di ogni portata concettuale, ha in lui una determinazione tutta sentimentale». Enzo Collotti reca una testimonianza, riportata nel volume di Ella Baffoni e Peter Kammerer Aldo Natoli. Un comunista senza partito, da poco in libreria per le Edizioni dell’asino, ove, tra l’altro, scrive: «Bisognerebbe approfondire anche il rapporto di Aldo con i fratelli» (Glauco e Ugo).

E ricorda che il fratello maggiore Glauco lo avvicinò alla letteratura francese. Opportunamente Baffoni e Kammerer richiamano la «venerazione per Stendhal» di Aldo Natoli quando, nel conclusivo paragrafo «Il comunismo e l’educazione dei sentimenti», non mancano di indicare nella lezione stendhaliana una eco che risuona (a me pare in modo costante) nei capitali studi da Natoli dedicati a Gramsci e Tatiana Schucht. La precisione, la esattezza, l’acume che essi conseguono sul piano della valutazione storica del comunismo in un tornante cruciale dell’Europa del Novecento, trovano alimento nella attitudine introspettiva con la quale quella ‘relazione sentimentale’ è accostata e riguardata da Natoli e nella quale egli si compenetra con un esprit de finesse stendhaliano, appunto. Finezza, sottigliezza, delicatezza. Doti interpretative cui Natoli fa ricorso nell’intento di far luce su occultati o rimossi aspetti centrali della vicenda integralmente politica, cioè compiutamente umana, di Gramsci, con il proposito “di consegnare il dramma di Gramsci alla storia nella sua autenticità e libero da manipolazioni”. Si tratta, come Natoli dichiara, di restituire, intanto, quella integrità e compiutezza che mancavano nelle precedenti edizioni degli epistolari gramsciani, a far data dalla prima del 1947.

Nell’Introduzione alle Lettere. 1926-1935 di Gramsci e Schucht, pubblicate nel 1997 da Einaudi, Natoli scrive: «L’immagine di Gramsci allora trasmessa al lettore fu artefatta e distorta, perché depurata delle ragioni e delle passioni reali e ideali che avevano animato, prima che venisse incarcerato, la sua vita di militante rivoluzionario, di uomo di cuore e di cultura». E, poi, negli anni della carcerazione. Il suo ‘studio’ di Gramsci sembra improntato ad una ammissione di Stendhal “Je ne vois qu’une règle: être clair”. Credo che il dovere della chiarezza sia stato un impegno perseguito da Natoli con determinazione continua, una esigenza che segna la sua figura e il suo comunismo. Ed uno, io credo, dei tratti che conferisce senso a quella che Collotti chiama «la sua etica, come dire la moralità della sua personalità».

Chiarezza: si dica la sua repulsa della retorica, della ipocrisia, dell’adulazione. E si dica che nel capire e nell’intelligere stanno le fragili saldezze concesse ad un agire che possa dirsi umano. Ancora Stendhal: «Se non sono chiaro, tutto il mio mondo è annientato» (“Si je ne suis pas clair, tout mon monde est anéanti”). Un motto che, a me sembra, Aldo avrebbe potuto eleggere come suo. Aldo e Stendhal: sia concesso un ricordo personale. La sera del 1 marzo 1968 le foto degli scontri di Valle Giulia mi sorpresero. Lo scarto tra l’avvenimento appena accaduto, il ragionamento che aveva motivata quella scelta e la registrazione astratta il fotogramma degli atti singoli che ne erano scaturiti. Partecipai il mio stupore a Aldo (e a Michele Rago). Mi raccomandarono l’esercizio di finezza e intelligenza che Stendhal aveva affidato alle pagine della Chartreuse, là dove Fabrizio si chiede «se ciò cui aveva assistito era una battaglia e se quella battaglia era Waterloo». È Stendhal che argomenta come esser presenti non necessariamente coincida con l’esser consapevoli, e l’aver preso parte a una decisione non comporti, per ciò stesso, l’aver capito.

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