La città senza popolo. La nuova emarginazione sociale

L’intervento di Elettra Deiana al seminario “Disuguaglianze capitali” del 23 ottobre scorso

La città senza popolo. La nuova emarginazione sociale

Con i suoi uomini e donne senza fissa dimora, gli sfratti che l’assillano, non di rado attuati in modo violento dalle forze dell’ordine, gli anziani disabili senza sostegno né adeguato aiuto, gli insediamenti abusivi, il bruciante problema del diritto all’abitare continuamente negato, con tutto questo e altro ancora, tra cui le tracce sempre più evidenti di un razzismo dell’anima che ha fatto presa in vasti ambienti popolari, Roma porta su di sé i segni di una povertà sempre più urbanizzata e pervasiva, spesso all’apparenza minuta, seriale, fatta dell’accumulo di delusioni e frustrazioni che pesano, su ampi settori di ceti medi e popolari, quanto – e spesso di più – dell’impoverimento materiale delle vite.

Roma conferma che la crescente disuguaglianza – sociale e del senso della vita – è ormai un fenomeno metropolitano di tipo strutturale, diffuso un po’ ovunque ma concentrato soprattutto negli spazi periferici. La marginalità e la segregazione così ”“spazializzate”, e la gentrificazione di quartieri una volta popolari, situati anche in prossimità del centro storico o poco distanti da lì, e oggi trasformati in luoghi di pregio e abitati da un affluent people cosmopolita, sono i segni distintivi delle metropoliti globali, sempre più uguali le une alle altre, che non hanno più il compito di provvedere allo stato social ma si fanno impresa e competono tra loro sul terreno del business.

Le forme della povertà si stratificano e insieme alla povertà si allarga la mappa di forme di vita misera: lavoro povero, impoverimento, sotto la soglia o appena sopra la soglia della sopravvivenza, miseria e miserabilità del vivere, perdita di sicurezza nel futuro, di identità sociali, rancore popolare nei confronti delle élites al potere: le statistiche confermano i fenomeni ma non ne spiegano la complessa dimensione.

Secondo le stime dell’ONU entro il 2050 7 persone su 8 a livello mondiale vivranno nelle periferie urbane. Il dato è significativo perché conferma quello che possiamo vedere nelle grandi città italiane, Roma e Napoli ma anche Genova, Torino, Milano.

Stando ai dati OCSE, gli abitanti delle periferie  rappresentano in Italia il 60% della popolazione e sempre secondo l’Ocse, in Italia il 47% della popolazione soffre di analfabetismo funzionale. Le persone che ne sono affette sanno leggere e fare di calcolo ma non sono in grado di capire un articolo di giornale o i termini di un contratto, non sanno compilare una domanda di lavoro né interagire con strumenti e tecnologie digitali e comunicative. E’ facile immaginare dove in prevalenza viva la maggior parte della popolazione che soffre di questo deficit culturale e esistenziale.

Il dato ONU conferma che nessuna strategia di contrasto è da molto tempo all’ordine del giorno da nessuna parte del mondo né da alcun tipo di potere. Anche in Occidente l’urbanizzazione è sempre più sottomessa alle regole del mercato, che impoverisce e allontana, col rischio di processi irreversibilità, il centro della città dai suoi smisurati e slabbrati contorni esterni. Le forme della povertà si moltiplicano e si stratificano e la condizione materiale non di rado non è la componente avvertita con maggior senso di disagio e rabbia. Mutano le figure sociali della povertà. Chi chiede aiuto nelle strade ha oggi poco a che vedere con i clochard di una volta e la povertà diffusa che si incontra nelle nostre strade spesso non si manifesta  nella dimensione estrema e urticante del passato. E’ soprattutto frutto, per essere così estesa nel suo grigiore, dell’impoverimento, della discesa dei gradini del benessere, spesso mescolata a un sentimento esistenziale di sconfitta, che non di rado colpisce persone giovani e le annichilisce.

La fase storico-politica che aveva visto lo sforzo delle grandi città di avvicinarsi alle proprie periferie, di favorirne il decollo in termini di messa a punto di quello che serviva perché godessero di elementi strutturali, adeguati al loro essere e sentirsi parte della città, è tramontata. Ne abbiamo perso anche il ricordo. Non si sa più nulla delle città che abitiamo se non quello che le cronache ci fanno sapere seguendo tracce funzionali ad altro.

Roma e la sua storia portano le tracce di vari passaggi sul tema della condizione sociale delle periferie. Nella storia dell’Italia contemporanea la realtà romana del secondo dopoguerra, quella dei primi anni cinquanta, rappresenta uno dei casi di maggiore evidenza delle disuguaglianze economiche e sociali in Occidente. Fuori delle mura della capitale, nel dopoguerra, si era ammassata una quantità enorme di famiglie sfollate, di donne, uomini, creature piccole e meno piccole prive di tutto, che vivevano in condizioni di povertà e disagio estreme, spesso di vera e propria indigenza, in rifugi e tuguri innominabili. Oltre a loro c’era già da anni un popolo nelle stesse condizioni, che durante il periodo fascista si era assiepato in prossimità della capitale, non potendovi entrare per le leggi del regime sulla proibizione dei trasferimenti da una città all’altra del Paese.  

L’inchiesta sulla povertà in Italia del 1953 dà conto di questa estrema misura della povertà, che durò a lungo e fu superata grazie soprattutto a una politica della sinistra di allora, soprattutto il Partito comunista italiano, che aveva fatto della questione di borgate e periferie un punto centrale della  propria azione. Decisiva fu per esempio l’azione dei sindaci comunisti Argan e Petroselli (seconda metà degli anni Settanta), così come decisivo fu in quel lungo periodo il ruolo politico e sociale e anche fortemente simbolico che il Pci svolse nelle periferie, contribuendo non soltanto a migliorarne le condizioni materiali ma anche ad alimentare i legami sociali, aiutando a sviluppare un senso positivo di appartenenza solidale a una comunità, nonché la fiducia nel  futuro. I processi di emancipazione dalla miseria non apparivano bloccati, appariva invece possibile puntare a un miglioramento delle proprie vite e i futuro dei propri figli appariva positivo. Si parlava non a caso, in quella stagione e anche un po’ oltre,  di borgate e periferie “rosse”. Ora sono tutt’altro. Conoscono la crescita di partiti e movimenti xenofobi, di forze antisistema, di solitudine sociale a cui solo l’impegno democratico dell’associazionismo, del volontariato, di qualche parrocchia tentano di fornire una sponda .  

Le città insomma non sono più quelle che sono state, nel periodo alto dello Stato sociale, quando era forte il ruolo redistributivo e perequativo dello Stato e nelle città se ne potevano misurare gli effetti benefici in termini di servizi, scuola, assistenza, sicurezza del futuro per le famiglie e le persone. Oggi le città – soprattutto le grandi città metropolitane – sono soprattutto espressione della finanziarizzazione globale, ne sono i gangli in competizione tra loro, nella logica ossessiva del neo-liberalismo. Il mercato le domina. Le città si fanno impresa, adottano la performance del management urbano, le retoriche dell’innovazione e della modernizzazione. Il business costituisce l’orizzonte ideologico e la materia pratica della governance dei territori metropolitani.

Miseria e povertà non vogliono dire la stessa cosa. Lo spiega con efficacia l’inchiesta condotta già vent’anni fa da Pierre Bourdieu e la sua équipe di studiosi, intitolata  “La miseria del Mondo”. Un’inchiesta condotta con metodo irrituale, ostinatamente voluto da Bourdieu, che fu accolto con qualche freddezza in ambienti accademici. Ma Inchiesta profetica, inattuale allora ma quanto mai attuale oggi. Il contesto parigino indagato è diverso e specifico per il diverso peso che là giocavano – e continuano a giocare – i problemi delle nuove generazioni nate da famiglie di antica immigrazione. Ma le dinamiche sociali e esistenziali si assomigliano, perché sono essenzialmente quelle provocate dalla svolta neo-liberale e dagli effetti accumulatisi negli ultimi venticinque anni. Già un quarto di secolo fa era evidente all’occhio di Bourdieu – e lo sarebbe stato all’occhio di chi avesse voluto vedere – la “crisi di possibilità” che investiva i Paesi dell’ Occidente, che in Italia era così bene rappresentata dal diffuso desiderio degli operai di avere il figlio laureato. Già vent’anni fa si manifestava e sempre più da allora si manifesta  una contrazione della possibilità sociale di migliorare la propria condizione sociale. Il che deriva da una netta concentrazione verso l’alto di redditi e ricchezza che facilità di nuovo il godimento per eredità della ricchezza e dello status sociale. Si riafferma la trasmissibilità familiare di redditi, di capitali, di titoli scolastici, delle posizioni lavorative di prestigio di cui le famiglie ricche sono depositarie. Tesi che è anche al centro del libro di Thomas Piketty “Il Capitale nel XXI secolo”. La nascita familiare detta di nuovo le condizioni del futuro e la povertà è l’esito di una  posizione che riguarda la famiglia, la scuola, le opportunità offerte dagli ambiti che si frequentano, dalle relazioni che si hanno. Poche e frustranti se si abitano territori urbanizzati senza forma, senza luoghi di incontro, senza forma urbana degna di questo nome e affetti da un gigantismo che la speculazione ha a lungo alimentato e alimenta, e cariche di problemi sociali di ogni tipo, e con una presenza di migranti non accolti come avrebbero diritto, che dà benzina a sentimenti di rancore, rivalsa verso la classe politica e crescente intolleranza xenofoba e  razzismo dichiarato. Il tutto più facilmente si riproduce come è ovvio in uno spazio fisico degradato e fragilizzato, in cui si è coinvolti perché si vive là, senza che ci sia nessuna possibilità d uscirne.

Il ritorno a una sorta di stato di natura delle disuguaglianze sociali e l’incidenza della disuguaglianza come misura dell’ordine dei rapporti sociali, è la più significativa vittoria che la rivoluzione neo-liberale abbia conseguito, vero e proprio terreno di coltura che ha favorito quello che la studiosa americana Wendy Brown chiama il “disfacimento del popolo”. Popolo sovrano, nelle costituzioni democratiche del Novecento, ma non più tale nella realtà delle cose e nello stesso funzionamento delle istituzioni democratiche. Perché la disuguaglianza sociale – il cui superamento è stato il punto più alto tentato dal costituzionalismo democratico del Novecento – è una disuguaglianza che rompe la condizione di similarità dei cittadini, intesi come individui sovrani, interessati a fruire e mantenere l’ordine democratico, su cui si fonda l’idea stessa della cittadinanza democratica.

Nella Costituzione italiana, in particolare, il principio di uguaglianza sostanziale non è solo affermato in modo netto nell’articolo tre, comma secondo, nell’emblematica formulazione della Repubblica chiamata a metterlo in opera, ma contemplato con ampiezza e sistematicità nel Titolo II, dedicato ai rapporti sociali.  

Una disuguaglianza che dunque interroga in modo radicale le democrazie occidentali e poiché non riceve risposta continua ad alimentare i processi di de-democratizzazione e de-costituzionalizzazione che caratterizzano la contemporaneità. Spariscono con il paradigma dell’uguaglianza le stesse condizioni socio-antropologiche che hanno reso possibile in altri tempi la costruzione dell’artificio del popolo sovrano e con questa sparizione assistiamo al collasso delle stesse basi antropologiche che nel Novecento hanno garantito e sostenuto in Occidente la democrazia costituzionale.

 

Intervento d’apertura a “Disuguaglianze capitali”, primo appuntamento del ciclo “Gli incontri del Laboratorio Roma”

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