La costituzione dei lavori

La recensione del numero 3/2004 – Nuovo diritto del Lavoro? di Giuseppe Bronzini su il Manifesto del 30 aprile 2005

L’ultimo numero della rivista «Democrazia e diritto» dedicata al diritto del lavoro. La crisi epocale della «subordinazione» alla luce delle misure legislative che hanno modificato il welfare state, mentre emerge una visione «pluralista» del rapporto di lavoro che fa leva sul riconoscimento e sulla centralità politica dei «nuovi diritti»

Il titolo dell’ultimo numero di «Democrazia e diritto» – Nuovo diritto del lavoro? (Franco Angeli, n. 3/2004, pp. 247, € 19) – è accattivante nella sua – credo voluta – ambivalenza. Nel fascicolo si ricostruisce innanzitutto l’insieme di provvedimenti, eversivi degli assetti consolidati di garanzia dei diritti dei «dipendenti» e dei livelli di prestazione del welfare state, approvati dal centro-destra, ma al tempo stesso si anticipano i nuovi scenari che potrebbero derivare da una (probabile) vittoria dello schieramento politico guidato da Romano Prodi nelle prossime elezioni generali.

Per la nuova maggioranza si porrà un duplice, non facile, problema: la rimozione immediata di alcune leggi di sfrenata deregulation adottati negli ultimi anni, a cominciare dalla «Legge 30» con la moltiplicazione fantasiosa delle tipologie atipiche di lavoro subordinato, ma al tempo stesso la necessità di porre mano con ad alcune riforme basilari del nostro sistema lavoristico che attendono il varo ormai da oltre un quindicennio, da quando cioè sono risultate evidenti le due crisi che impediscono al sistema giuridico e sociale di raggiungere risultati equi, ragionevoli e coerenti con le norme costituzionali, di rango nazionale o europeo.

Il riferimento è alla «crisi della subordinazione», che si rivela nell’incapacità crescente dell’attuale criterio di accesso ai diritti e alle protezione fondamentali ad includere significative modalità produttive e a «mediare» con gli stili di vita delle nuove generazioni, e alla crisi della rappresentanza sindacale, generata dalla mancanza di regole certe e condivise per misurare il consenso dei lavoratori e dalla palese inidoneità di quelle di origine contrattuale a sostituire norme di ordine generale. Si sbaglierebbe di certo a pensare che l’abolizione, pur imprescindibile, delle leggi del Polo delle libertà possa dunque restituirci un Eden dei diritti (considerate anche le iniezioni di flessibilità della legge Treu del 1997).

Manutenzione del sistema

Inutile ricordare che gli ultimi anni dell’Ulivo hanno visto lo spettacolo pietoso dell’aborto di due, pur timide, proposte di «manutenzione» del sistema, la cosiddetta «legge Smuraglia», che conferiva alcune protezioni di base ai Cococò, e la cosiddetta «legge Gasperoni» che fissava dei requisiti minimi per l’approvazione di un contratto collettivo e per verificare in concreto la rappresentatività dei sindacati. A ciò si è aggiunta la lenta archiviazione dell’istituto del reddito minimo di’inserimento, misero tentativo di protezione (510.00 vecchie lire) dei disoccupati di lungo periodo, che l’Ulivo ebbe il coraggio di «sperimentare» solo in particolari zone «disastrate» del paese.

La ricognizione che compie la rivista «Democrazia e diritto» della «questione-lavoro» nel nostro paese è senz’altro una buona base di discussione, anche in vista di una non facile scrittura del programma elettorale di centro-sinistra.

Nel suo contributo Nino Raffone denuncia l’abuso dei riferimenti all’Europa e alle direttive comunitarie come pretesto per operazioni di limatura dei diritti sociali che in realtà le fonti sovranazionali non richiedono affatto. Basterà pensare alle clausole di non regresso contenute in tutte le direttive, mai rispettate, sino ad oggi senza sanzioni giurisprudenziali. L’operazione «Legge 30» e disegno di legge n. 276\2003 può essere riassunta per Raffone in tre risultati principali: la separazione del lavoro dall’impresa attraverso la legittimazione «a pioggia» (già promossa nel 1997 con il lavoro interinale) di soggetti che somministrano lavoro per conto dell’impresa in modo da realizzare quello sdoppiamento tra soggetto che riceve le prestazioni e soggetto che è responsabile per le retribuzioni, i contributi, gli oneri sindacali, ecc.

Emerge così una nuova figura di imprenditore «intermediario», spesso totalmente privo di risorse, che in sostanza non rischia nulla e che non offre alcun affidamento sul piano della responsabilità sociale. La seconda linea tende alla destrutturazione del tempo di lavoro, che arriva alla «virtualità» della prestazione del lavoratore intermittente che si tiene «a disposizione» dell’azienda. La terza infine mira a colonizzare la contrattazione collettiva, privandola di autonomia decisionale e rendendola una mera variante, nella funzione di controllo della flessibilità, degli interventi ministeriali.

Insiste sulla sub-protezione delle nuove modalità contrattuali atipiche introdotte con la «Legge 30» il saggio di Rosario Cantucci, mentre Giovanni Villani tratta degli aspetti previdenziali della deregulation e della recente legge delega del 2004 orientata dall’unico fine del taglio dei costi e di riduzione della spesa pubblica, senza alcuna visione strategica dell’evoluzione del sistema pensionistico. Non mancano approfondimenti sul rapporto tra ordinamento nazionale e regole di fonte comunitaria, soprattutto in relazione al controverso «Trattato» che istituisce la prima Costituzione europea.

Piuttosto critici Stefano Giubboni e Giovanni Orlandini, che osservano come il «Testo» sul punto della promozione dell’attività sindacale e sulla tutela dello sciopero sia piuttosto deludente. Sebbene una norma della «Carta di Nizza» riconosca espressamente il diritto ad «azioni collettive» ai livelli appropriati (quindi anche quello continentale), la conferma dei tradizionali tabù per la regolamentazione comunitaria – sciopero e associazione collettiva – mantiene di fatto l’area sotto il dominio delle discipline nazionali, spesso molto ristrettive.

Scioperi metropolitani

E’ comunque diffusa la convinzione che l’attribuzione al Bill of rights di Nizza di un rango costituzionale determinerebbe una spinta verso una comune responsabilità di stati nazionali e Unione europea nella garanzia dei diritti fondamentali. Una volta innescato il codice dei diritti fondamentali nell’ordinamento sovrazionale non sembra che le barriere erette nel «Trattato» possano ragionevolmente reggere l’urto della «lotta per i diritti».

Peraltro, il filosofo francese del diritto Alain Supiot (nel numero di “Droit social” del 2001) ha colto nella norma della Carta di Nizza aspetti fortemente innovativi, in quanto si prende in considerazione in via generale il diritto ad «azioni collettive», il che potrebbe essere interpretato come riconoscimento dei cosidetti scioperi metropolitani. Molto più positivi rispetto al «Trattato», Lorenzo Zoppoli e Massimiliano Delfino, per i quali vi è stata una sorta di «costituzionalizzazione» delle clausole sociali, cioè della prassi seguita dall’Ue di inserire negli accordi economici con gli stati emergenti l’obbligo del rispetto dei cosiddetti core labour rights, sanciti dalla dichiarazione dell’Organizzazione internazionale del lavoro el 1998 e considerati tendenzialmente come ius cogens valido in ogni contesto e situazione.

Ma il cuore del dibattito è affrontato nel saggio di Riccardo Dal Punta su «Statuto dei lavori e processo di riforma del diritto del lavoro»: l’autore ricostruisce in una sintesi molto equilibrata l’origine del dibattito sullo «statuto dei lavori» tra il finire della legislatura ulivista e gli esordi di quella del Polo. Il «meta-problema» da risolvere è se procedere ad una revisione dell’istituto della subordinazione con la sostituzione dell’attuale criterio di individuazione di uno stato di «dipendenza» (l’etero-direzione «tecnica» della prestazione o, come recita la nostra Cassazione, la soggezione al potere direttivo e disciplinare del datore di lavoro) con altri principi più in linea con le modalità produttive contemporanee. Chi si oppone a questo passaggio replica che si dovrebbe iniziare con il dotare chi svolge attività per conto altrui a fini di profitto (anche se in condizioni di maggiore autonomia operativa rispetto ai «dipendenti») di alcune garanzie primarie. Lo scontro tra filosofia «monista» ( una nuova subordinazione «omni-comprensiva») e filosofia «pluralista» in realtà coinvolge anche altri punti sensibili delle politiche sociali.

I seguaci della prima tendono in genere a trascurare i diritti «nel mercato» come quello alla continuità di reddito e vedere, con un nuovo «supercontratto» di lavoro, esaurito ogni problema di rappresentanza sindacale. I secondi sembrano insistere molto di più sui cosiddetti «nuovi» diritti (accesso al sapere e all’informazione, basic income, formazione permanente e continua) che sulla mera generalizzazione delle prerogative classiche del lavoratore dipendente. Inoltre si guardano con un certo disfavore forme di rappresentanza uniche, in un sistema produttivo disperso e disgregato che la legge di per sé non potrebbe mai riassorbire. La linea cui sembra aderire Del Punta, pur in un contributo giustamente molto prudente trattandosi di scelte che possono produrre veri e propri terremoti sociali, sembra l’ultima. Sostituire l’eterodirezione tecnica della prestazione con altri criteri distintivi come la «dipendenza economica» renderebbe tutti «subordinati». Aggiunge Dal Punta: «I tempi non sembrano maturi per far assurgere un dato economico, relativo alla collocazione del lavoro nel mercato, e quasi in odore di antitrust, a elemento caratterizzante di una fattispecie lavoristica, tradizionalmente accentrata sulla struttura obbligatoria del contratto».

Pluralisti e monisti

Il dibattito sembra solo agli inizi: si fa un gran dire che i cittadini dei paesi europei sanno ben poco della loro nuova «Costituzione», ma quanti sono oggi i lavoratori che conoscono queste proposte di riprogettazione del loro «status»? Difficile sottrarsi all’impressione che la strada «monista» sia percorsa anche per ragioni squisitamente «ideologiche», non per descrivere gli elementi effettivamente comuni a tutte le attività lavorativa in funzione di una disciplina organica del settore, ma per «prescrivere» comportamenti e riassorbire quella «crisi della subordinazione» che è stata anche esodo volontario dagli schemi omologanti e asserventi del lavoro salariato.

Un’operazione storica di rifondazione del diritto del lavoro come quella che auspicano i teorici della «nuova subordinazione» non può essere perseguita negli angusti confini nazionali, posto che la materia è da tempo comunitarizzata. Le Corti europee tendono infatti a drammatizzare la distinzione tra lavoro subordinato, atipico e autonomo, assicurando comunque a tutti le garanzie essenziali (vecchie e nuove) secondo il principio di non discriminazione: l’Unione d’altro canto insiste sui diritti che spettano al cittadino «laborioso» e non solo all’occupato «dipendente».

Ma anche se si volesse accettare l’idea che in qualche modo si possano riunificare tutti i lavori in un unico contenitore, l’operazione sarebbe in gran parte inutile, perché comunque le diverse modalità con cui si lavora concretamente condurrebbero all’introduzione di nuove distinzioni e ad una differenziazione delle tutele: non si può abolire il poliformismo lavorativo per decreto. Né per questa «grande trasformazione» sembrano esserci grandi pressioni «di base»: nel manifesto che ha convocato la Mayday non c’è alcun richiamo alla riforma della subordinazione che alcuni sindacati e partiti di sinistra mettono invece al primo posto; mentre si rivendica come prioritario il diritto di scegliersi modalità, carichi e tempi di prestazione, un diritto che è stato chiamato alla “flexicurity”.

Una chiara indicazione «pluralistica» contro il «monismo» della scuola della nuova subordinazione.

(Da “Il Manifesto” 30 aprile 2005)

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