La fine del conflitto e l’età della narrazione

30 anni dopo il crollo del Muro, la fine della sinistra, la crisi del capitalismo e l’esigenza di un nuovo socialismo. Alla rimozione dello scontro di classe è subentrata la tecnica che spoliticizza la contesa con la chiacchiera. Un estratto della relazione al convegno che si è svolto venerdì 7 febbraio a Villa Mirafiori a Roma

La fine del conflitto e l’età della narrazione

Articolo pubblicato su ‘il manifesto’ il 5 febbriao 2020

Andrebbe rovesciato il canone interpretativo per cui il crollo dell’89 determina l’arresto dei grandi processi di cambiamento nell’occidente. Piuttosto, la crisi del socialismo europeo, con la sconfitta della «rupture anticapitaliste» con cui Mitterrand aveva conquistato l’Eliseo e l’esaurimento precoce del progetto eurocomunista della terza via, è l’antecedente storico che inaugura una controffensiva generale (politico-militare-tecnologica-culturale) con la quale le forze del capitale riescono a travolgere anche le arcaiche economie del socialismo reale.

DOPO L’ACCUMULO di singole riforme di struttura e prove di programmazione, negli anni ’70 il ciclo storico-politico europeo si interrompe. Nello spazio politico statualmente organizzato, il movimento operaio aveva preso le misure al potere del capitale. Già sul finire degli anni quaranta, il sociologo T. H. Marshall descriveva il meccanismo economico inglese come «un sistema francamente socialista» nel quale «il mercato funziona ancora, ma entro certi limiti». L’economia mista post-keynesiana, la strategia della cittadinanza, gli statuti dei lavoratori, la diffusione della partecipazione di massa sono però l’eccezione, non la regola nel ciclo lungo del capitale.
L’equilibrio storico (geo-politico e militare, condominio dello spazio economico tra le aree del piano e quelle del mercato) che ha prodotto l’età dei diritti, in mancanza di un salto qualitativo, si è infranto. E i nuovi rapporti di forza hanno codificato la marginalizzazione dell’autonomia politica del mondo del lavoro (deindustrializzazione, ristrutturazione tecnologica, sensibilità cosiddette post-materialiste, nascita di nuove figure professionali con il colletto bianco come nerbo di nuove maggioranze politico-sociali ostili alla macchina fiscale-burocratica d’acciaio del secolo socialdemocratico con le tute blu).

SUL PIANO TEORICO il paradigma vincente è quello di Luhmann che suggerisce di svuotare «l’arsenale della teoria marxista» considerata come una delle basi della democrazia partecipata post-bellica, cioè di una cultura della «superfunzione della politica» che invoca «una inclusione sempre crescente dei bisogni e degli interessi nell’ambito della politica». Con la prospettiva della «realizzazione della democrazia» in occidente, sotto la pressione della sinistra politica e sociale, si è determinata «la fine della limitazione dei compiti dello Stato». Questo abbandono del solco antico di Humboldt comporta uno squilibrio nel rapporto tra politica e altri sottosistemi sociali. Occorre pertanto ristabilire le condizioni di efficienza del mercato e dell’autonomia del codice del denaro attraverso il recupero della «differenziazione tra sistema politico e sistema economico».

LA COMPLESSITÀ, che orienta la tarda modernità, implica, nel disegno neoconservatore, una drastica contrazione della responsabilità pubblica da ottenere con una consapevole «spoliticizzazione» (affidare ad agenzie tecniche e amministrative l’onere di scelte costose su materie controverse). La via della de-democratizzazione impone, per Luhmann, il ricorso a strategie opportunistiche da supportare con politiche di micro-raggio che hanno un effetto positivo per il sistema in quanto «orizzonti temporali brevi sgravano l’azione». La spoliticizzazione con il de-consolidamento democratico comporta una politica ridimensionata capace di perseguire un «consenso senza scopo», in modo da disegnare «un sistema autoreferenziale che produce e riproduce da sé gli elementi di cui è costituito».

L’OBIETTIVO che Luhmann indica è quello di abbattere la «responsabilità globale della politica» per incamminarsi entro una società descritta come senza vertice e senza centro, sprovvista di capacità di rappresentanza e quindi di ogni velleità vetero-europea di grande politica. Mentre declina la politica-progetto, che ambisce a cambiare i rapporti di forza, cresce il rifugio nella comunicazione. «Il politico deve parlare sempre di più di quanto possa trasformare con la sua azione». Alla rimozione del conflitto politico su base di classe subentra la tecnica che spoliticizza la contesa con la chiacchiera che intrattiene il consumatore con narrazioni, racconti.

Con la sconfitta degli anni ’80, si determina quella che Pierre Rosanvallon chiama l’eclisse della «democrazia dell’equilibrio» (cioè del compromesso tra le classi per costruire il Welfare) e, con la rivendicazione della «autonomia della società civile», si ha l’approdo a una «democrazia di imputazione» a vocazione giustizialista. Ottenuta la «desocializzazione della politica», il codice legale-illegale si impone come l’asse centrale della politica non a caso sedotta dal populismo. La valutazione dello storico francese è che dopo la crisi del marxismo «si è rivelato impossibile rifondare una politica su un semplice elogio del pragmatismo». In nome della modernità riflessiva, della aconflittuale economia della conoscenza, la teoria sociale di Anthony Giddens ispiratrice del blairismo e del «nuovo centro» accantona ogni lettura critica della società per invocare una iperleggera «democrazia dei sentimenti».

La grande crisi del capitalismo globale, che alla privatizzazione dei profitti fa seguire la socializzazione del debito con governi sensibili agli indici di borsa e dello spread, sorprende gran parte delle sinistre di governo. Conquistate dal paradigma liberista (della mondializzazione passiva con autonormazione delle agenzie di mercato e deleghe agli istituti tecnici della governance multilivello contro i simboli classici del government fonte della eteronomia del diritto positivo) le socialdemocrazie vengono percepite come sentinelle di un sistema politico divenuto monoclasse, e quindi scarsamente credibili per interpretare le ribellioni delle piazze europee mobilitate secondo lo schema binario alto-basso.

IL CAPOLAVORO EGEMONICO del capitale prevede due mosse. Con la prima, lo spazio sempre più residuale del politico viene delegittimato con il richiamo ai codici dell’antipolitica che scorrono con forme post-moderne di privatizzazione del potere. Il risultato è il fenomeno generale di ricchi arrivati al potere in nome della «gente». Con la pratica della disintermediazione, anche la sinistra dei valori dimentica che «la forza organizzativa delle classi inferiori di una società è decisiva nel determinare le opportunità per le persone più svantaggiare» (S. P. Lipset). Sorgono così nuovi rapporti di dominio e dispotismo.

La seconda mossa consiste nel vendere ai ceti sociali più vulnerabili immagini devianti di inimicizia che regrediscono verso i miti della terra e del sangue, la cui presa Hobbes attribuiva «agli uomini ignoranti che pensano che il sangue di uno sia migliore di quello di un altro per natura». Anche il capitalismo della post-modernità che con i segni di un’equazione matematica comanda e disciplina i comportamenti non è un «solido cristallo» che oggettiva asetticamente indici, simboli, flussi di segni, algoritmi, equazioni, è un rapporto sociale che può essere contrastato con l’organizzazione di nuove pratiche di lotta contro la precarietà, le esclusioni, il sacrificio delle capacità imposti con algoritmi e simboli a-significanti.

Questioni di socialismo si pongono per costruire nuovi movimenti di soggettivazione collettiva che oltre i segnali sparsi della micro-resistenza si pongono domande di potere nell’universo di un capitale che per la sua pretesa di naturalizzazione si presenta con maschere de-socializzanti e spoliticizzanti.

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Il mondo instabile in un simposio

Dopo il crollo del muro di Berlino, la globalizzazione capitalista ha generato un mondo instabile e pericoloso, percorso da disuguaglianze insostenibili, e da un’insostenibile condizione umana e climatico-ambientale. A rischio è l’esistenza stessa del pianeta, pur in presenza di una rivoluzione scientifica e tecnica che consentirebbe di salvaguardare la natura conquistano condizioni di vita più elevate. In America si riaffaccia la parola socialismo. Salvare il capitalismo tornando al passato, o salvarci dal capitalismo progettando il futuro, e lottando per una società di liberi e uguali? E qual è la prospettiva dell’Italia, dove la Costituzione antifascista, fondando la Repubblica democratica sul lavoro, ridefinisce i principi di uguaglianza e libertà? Su questi temi si svolgerà il convegno promosso da Futura Umanità e dal Dipartimento di Filosofia, il 7 febbraio (Villa Mirafiori, Aula XII). Aprirà i lavori Stefano Petrucciani, presiede e introduce Aldo Tortorella. Fra i partecipanti: Michele Prospero, Heinz Bierbaum, Guido Liguori, Rita Di Leo, Sergio Gentili, Michela Becchis, Alexander Höbel, Paolo Ciofi. Interventi e contributi: Luciana Castellina, Parrafele D’Agata, Tommaso Di Francesco, Eleonora Fiorenza, Piero Di Siena, Fulvio Lorefice, Chiara Meta, Raul Mordenti, Chiara Valentini.

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