La forma del problema

La differenza di società e capitalismo
I capitalisti in un’economia non capitalistica
Eticità e politica

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  • A confrontarle, la visione del capitalismo e le categorie che formano la trama del sociale portano alla seguente ipotesi di lavoro: contro le pretese di egemonia espresse dal mercato, non si tratta tanto di rivendicare le ragioni di questo o quello dei tipi di rapporto che stanno oltre i suoi confini, quanto proprio di valorizzare il dato della loro ricchezza morfologica, che d’altra parte, come forse suggerisce il caso della ‘rete’, non si presenta mai in via definitiva. Per insistere, si tratta di coltivare, meglio che sia possibile, la varietà presente nel quadro dispiegato dei nessi di individuazione/socializzazione – in vista della prospettiva, conviene aggiungere, che le richieste della forma merce, ovviamente destinate a restare in questione, siano pesate e misurate alla stessa stregua di quelle di ogni altra forma dell’intersoggettività, ovvero ‘processate’ con tutta la libertà di giudizio pretesa dalla domanda che verte sul modo in cui vogliamo vivere. Con il risultato, anche, che il concetto di imperialismo assume il senso ulteriormente preciso di una sconveniente operazione di reductio ad unum, praticata ai danni di un panorama che comprende invece valori e possibilità molteplici. In breve, una parte che vuole stare per il tutto – facendo sparire, si ricordi Napoleoni, la loro differenza.
  • L’ipotesi appena accennata può essere argomentata sia in termini ‘sistemici’, appunto di requisite variety, sia, per così dire, in termini ‘umanistici’, leggendo la varietà istituzionale dei nessi di socializzazione come una sorta di lay out, generato da una complessità di tipo schiettamente antropologico. In ogni caso, il senso generale del ‘che fare’ suggerito dal punto che precede – “salvare i fenomeni”, si potrebbe dire, contro qualsiasi prospettiva di reductio ad unum – acquista forza dagli stessi argomenti-chiave già emersi in sede di ‘teoria sociale’. In esso devono infatti vivere:
    la consapevolezza della posta gioco sul piano ideale, ovvero di quanto sia alta, visto che alla fine, per richiamare il punto essenziale, ne va delle immagini che possiamo o non possiamo avere di noi stessi, inseparabili dalle esperienze di riconoscimento che possiamo o non possiamo vivere sul piano intersoggettivo. In breve, nella lotta contro l’imperialismo della forma merce, la posta in gioco sta proprio nella ‘dignità’ del Sé, qui come altrove legata alla versatilità delle disposizioni iscritte nel codice del genere;
    la consapevolezza di quanto stretti siano i rapporti tra il piano ideale e quello della vita materiale. In effetti, se le diverse forme dell’intersoggettività non hanno modo di governarla ‘democraticamente’, se le opportunità e le convenienze legate ai contenuti sostantivi dei bisogni sono mortificate dai processi di mercificazione legati alle esigenze di valorizzazione del valore, ne va di tutto: tanto dei risultati osservabili sul piano dei funzionamenti, quanto dei valori racchiusi nei nessi di socializzazione e delle identità che a essi si connettono.
  • Per presentare l’argomento in altro modo, il programma di ricerca del seminario comprende l’idea, implicita nelle cose già dette, che la realtà economica si costituisca all’incrocio delle determinazioni materiali e formali delle attività di produzione, consumo, ecc. Il risultato è una concezione dell’economia molto ‘sociologica’, che d’altra parte fa il paio con una concezione molto ‘economica’ della società. Allora, se un approccio del genere è plausibile, e riesce a liberare la nozione di economia da ogni velo di ‘tristezza’, plausibile è anche il senso del ‘che fare’ che emerge da un altro discorso presente nel dibattito corrente: appunto quello di un’“èconomie plurielle”, di un’economia plurale, leggibile soprattutto in certa letteratura francese di stampo radicale (Caillé, Gorz, Supiot, ecc.), che il programma di ricerca del seminario si propone di irrobustire in punti decisivi.
  • Come accennato, un’economia plurale è ovviamente destinata a comprendere il mercato (fatta salva la necessità che questa ovvietà non resti senza spiegazione). Più intrigante è l’idea che un’economia plurale non preveda la scomparsa del demone del-l’accumulazione, la sua ‘uccisione’ – e però sia abbastanza ‘attrezzata’ da riuscire a disinnescare il potenziale di dominio iscritto nella sua natura. Una prospettiva del genere può essere ricavata da autori come Wallerstein e Arrighi, e grazie a quest’ultimo può anche essere messa sotto un titolo convenientemente semplice: “i capitalisti in un’eco-nomia non capitalistica”. Per quanto la riguarda, il seminario prevede un confronto serrato, non privo di importanti risvolti terminologici, con la formula di Napoleoni che verte sull’ingrandimento della differenza tra la società e il capitalismo, compresa l’affinità, che subito si avverte, dal punto di vista del grado di radicalità e al tempo stesso di realismo e ragionevolezza.
  • L’idea, come pure può essere formulata, che un’economia plurale sia destinata a contenere la forma merce e lo stesso demone dell’accumulazione può essere interpretata in due modi. Per il primo, forse più immediato, ‘contenere’ vale come limitare, ridurre, ‘mettere in riga’ e simili – Il secondo verte sul fatto stesso che esista qualcosa come un ‘contenitore’. Naturalmente non si tratta di interpretazioni che si escludano, e l’operazione di ‘contenimento’, in effetti, va intesa in entrambi i sensi. Il secondo, però, è più importante del primo, e merita di essere precisato in termini formali, perché in effetti equivale a immaginare che la società disponga di un ‘programma’ in grado di avere l’intero programma del mercato come proprio oggetto – dunque di un programma che operi a un livello logico più alto di quello delle convenienze catturate dal “sistema impersonale dei prezzi” (Arrow) che forma il bulk dei modelli di equilibrio economico generale. Il seminario prevede appunto uno sguardo alla parte degli studi sui sistemi formali che consente di enunciare con rigore il punto appena suggerito.
  • Nel quale, a dispetto del suo livello di astrazione, compare subito, di nuovo, la politica. Adesso, infatti, alle cose già dette circa l’orientamento da imprimere al ‘che fare’, si può aggiungere qualche considerazione che riguarda piuttosto lo statuto, o la ‘posizione’, che l’agire politico viene ad assumere all’interno del quadro interpretativo, in certo modo completandolo.
    First, la politica è il luogo nel quale il suddetto programma ‘della società’, destinato ad avere l’intero programma del mercato come proprio oggetto, comes true, prendendo l’aspetto e la sostanza di una Funzione di Scelta Collettiva; la quale, d’altra parte, non avrà per argomento soltanto il raggio d’azione (e anche la configurazione) del mercato, bensì, allo stesso modo, ipso facto, l’insieme dei tipi di rapporto che governano la vita materiale. Per questo aspetto, che non pretende di essere esaustivo, ma è importante, lo statuto della politica è a sua volta quello di una forma, la cui materia è data dalle forme ‘pratiche’ dell’intersoggettività (quelle già viste, che stanno in presa diretta con la soddisfazione dei nostri bisogni di funzionamento, cosa che la politica, dunque, non fa).
    Il punto che precede dà anche conto della politica come luogo del potere, subito chiamato in causa dalla suddetta Funzione di Scelta Collettiva, proprio come péndant della sua ‘potenza’ formale, se pure non deve accadere che questa rimanga sulla carta. Del resto, sul piano storico, come risulta dalla parte dedicata al capitalismo ‘di sempre’, si può ben sostenere che senza l’apporto del “contenitore di potere” costituito dallo Stato, senza l’alleanza con il Principe, il fine della valorizzazione del valore non sarebbe mai diventato il tratto saliente della realtà economica, rendendola appunto ‘capitalistica’. Ragionevolmente, nulla di diverso è richiesto dal ‘contenimento’, in tutti sensi del termine, delle sue pretese.
    Dunque, un’economia plurale non può rinunciare a un agire politico ‘unitario’, che proceda ‘dall’alto’, appunto per dire l’esercizio di un potere di tipo autoritativo, come quello che è privilegio delle istituzioni pubbliche. Ma questa è soltanto metà della storia. Dall’alto si possono aprire spazi, garantire condizioni, fornire infrastrutture, o come altrimenti si voglia esprimere l’idea della creazione, di ‘ambienti’ favorevoli alla varietà morfologica dei nessi di socializzazione – che in quanto tali, però, sono quello che sono in ragione di se stessi, cioè di motivi originali e autonomi, la cui attivazione, per forza di cose, è destinata a dipendere dalle volontà e dalle facoltà di agency che si manifestano o non si manifestano nel quadro delle libertà civili. Quindi, se un’economia plurale non può rinunciare all’‘appoggio’ di un potere politico che valga a renderla possibile, neppure può fare a meno di un agire ‘dal basso’ che valga a renderla reale.
  • Il programma di ricerca si ferma a questo punto: è bene dire in modo esplicito che il discorso sulla politica non sarà ulteriormente portato avanti nel merito della sua configurazione ‘interna’, Giudicheranno i partecipanti se il tentativo di sistemazione categoriale abbozzato nei punti che precedono, per quanto scarno, possa servire a qualcosa anche dal punto di vista della riflessione circa il ‘come’ della politica.
  • In generale, quanto alla sua idea regolativa, un’economia plurale è un ordinamento that makes the most, come direbbe Dworkin, della varietà morfologica dei nessi di socializzazione – che fa rendere al meglio, sul metro dello ‘sviluppo umano’, la trama dei diversi tipi di rapporto emersi dallo svolgimento storico (Supiot), merce compresa. Qui, però, bisogna stare attenti. Come già emerso sotto un altro profilo, il compito che una Funzione di Scelta Collettiva può/deve portare a termine è quello di plasmare le condizioni nelle quali gli individui dipingeranno il quadro delle proprie vite, ‘combinando’ bisogni e capacità di funzionamento e forme dell’intersoggettività. In questo, i giudizi ai quali essa è chiamata sono comunque una faccenda normativa abbastanza ‘spessa’, perché l’operazione di configurare di un insieme di condizioni implica pur sempre una valutazione circa la meritevolezza (di tutte e di ognuna) delle possibilità che ne discendono. Però, appunto, si tratta di condizioni e di possibilità, cioè di qualcosa come una ‘scena’ – non dei ‘caratteri’ e dei ‘casi’ che prenderanno corpo nel corso della rappresentazione, affidati piuttosto al genio di ognuno degli attori. Alla fine, making the most spetta a ogni singolo individuo – possibilmente in un quadro di alternative che non presenti, fin dall’inizio, una tinta che domina le altre. Detto altrimenti, si tratta della ‘matrice dei pagamenti’, non delle strategie di gioco dei partecipanti.
  • Suggestiva com’è, l’idea di un’eticità “porosa” proposta da Honneth si presta forse a essere collegata a questo ordine di considerazioni, che nel caso verrebbe anche a fornire una traccia di ragionamento circa la questione, inutile dire quanto spinosa, di quanto eticità e politica abbiano a che fare.

 

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