La generazione innocente di Matteo Renzi

Facebook Twitter Google+ Stampa E’ dura da dire, visto lo stato in cui ogni giorno il Pd mostra di versare, eppure anche stavolta, alla fine, il principale erede della defunta democrazia dei partiti è riuscito ad allestire un congresso ”vero”, con contenuti, poste in gioco e profili di leadership riconoscibili. E malgrado l’intero percorso sia […]

La generazione innocente di Matteo Renzi

E’ dura da dire, visto lo stato in cui ogni giorno il Pd mostra di versare, eppure anche stavolta, alla fine, il principale erede della defunta democrazia dei partiti è riuscito ad allestire un congresso ”vero”, con contenuti, poste in gioco e profili di leadership riconoscibili. E malgrado l’intero percorso sia stato viziato da regole traballanti e assurde – tutte: dal tesseramento aperto e pertanto corrotto al populismo del gazebo che consente a chiunque di votare per il segretario di un partito -, alla fine chi andrà a votare l’8 dicembre potrà farlo con cognizione di causa, salvo essere completamente assordato dalla grancassa mediatica che suona pressoché all’unisono per il sindaco di Firenze.

Oscurato, per l’ennesima volta dal 1989 in poi, dalla finta rappresentazione politico-mediatica di un derby fra ”nuovo” e ”vecchio”, per l’ennesima volta il conflitto è invece sulla direzione dell’innovazione. Non c’è, fra i tre contendenti, chi non si dichiari per il cambiamento: il punto è come cambiare. L’uscita dal ventennio berlusconiano, che è stato anche il ventennio della sconfitta e della subalternità della sinistra, è il problema comune: il punto è come se ne esce. Si deve alla sterzata che Gianni Cuperlo ha impresso negli ultimi giorni alla sua battaglia, affilando la polemica con Renzi, che i termini di questo ”come” si siano chiariti. Se per Renzi uscire dal ventennio significa portare a compimento l’innovazione che il Pd (anzi il Pds-Ds-Pd) ha lasciato a metà e farla finalmente finita con la genealogia della sinistra, per Cuperlo uscire dal ventennio significa correggere radicalmente la rotta di questa ventennale innovazione, ritrovando e rilanciando quella genealogia. Meno sinistra per Renzi dunque, più sinistra per Cuperlo. Più neoliberismo in salsa blairiana per Renzi, abbandono della ricetta neoliberista, responsabile della crisi economico-finanziaria, per Cuperlo. Meno partito e più democrazia del pubblico e dell’applauso per Renzi, più partito e più partecipazione organizzata per Cuperlo. Meno rappresentanza dell’insediamento sociale tradizionale della sinistra per Renzi, più per Cuperlo. E così via. Chi dei due è più innovatore? Dipende, è ovvio, dalla lettura del ventennio e degli errori della sinistra durante il ventennio. Per Renzi il Pd ha perso e rischia di perdere perché troppo legato alla sua provenienza originaria; per Cuperlo perché l’ha abbandonata.

Sarebbe un gioco da ragazzi rintracciare, dietro i due contendenti di oggi, le due visioni del Pd che si contendono il campo fin dalla sua nascita, e se lo contendevano già nel Pds-Ds, con relativi leader di riferimento: un gioco da ragazzi che tuttavia basterebbe a sfatare la leggenda metropolitana secondo la quale l’innovazione di Cuperlo sarebbe ”zavorrata” da D’Alema e quella di Renzi invece volerebbe leggiadra senza zavorra alcuna (”rottamandi” di ogni tipo, e perfino uno come Pippo Baudo, sono saltati sul carro del sindaco di Firenze). Meglio concentrarsi invece su un punto che fa la differenza rispetto al passato. E la differenza, in un congresso che comunque sancirà un forte ricambio generazionale ai vertici del Pd, la fa la postura dei tre contendenti – Renzi e Cuperlo, ma anche Civati – per l’appunto sulla questione generazionale.

Un anno dopo le primarie per la premiership che lo videro sconfitto da Bersani, e quindici giorni prima della sua più che probabile conquista della leadership del partito, la cifra più vera della corsa di Matteo Renzi resta quella della rottamazione. Che ha perso qualunque valenza pratica, il carro di Renzi essendo per l’appunto affollatissimo di esponenti delle generazioni precedenti, ma mantiene intatta la sua valenza simbolica. Che sta non solo e non tanto nel giudizio liquidatorio del sindaco su chiunque l’abbia preceduto (con continui svarioni nei riferimenti storici dei suoi discorsi), quanto nella concezione della propria generazione di cui si fa portatore. Anche nel suo intervento alla Convenzione di stamattina non avrebbe potuto essere più chiaro. La sua è la generazione ”di quelli che siamo cresciuti a figurine e serie tv, ma che malgrado la scuola ce lo impedisse siamo riusciti a innamorarci di un libro o di un quadro». Una generazione dunque tre volte vittima, dei padri che l’hanno allevata ”a figurine e serie tv”, della scuola che ci ha messo un carico da undici nel peggiorare le cose, della politica che ha sfigurato la democrazia e via discorrendo. E due volte eroica, perché malgrado tutto questo sopravvive a un destino di abbrutimento leggendo qualche libro e visitando qualche museo e si candida a salvare il paese che l’ha distrutta. Pertanto è arrivato il momento ”di poter dire una volta per tutte che adesso tocca a noi, e che non siamo disposti ad aspettare”.

Questa concezione risentita di una generazione (auto)vittimizzata, innocente perché figlia degli errori altrui e quindi irresponsabile per definizione, cresciuta ai margini e in diritto di accedere al centro del sistema insediandosi direttamente nella stanza dei bottoni, è il vero punto di senso comune, la vera base ideologica di massa, che determina il successo di Renzi, nonché il suo vantaggio sulla qualità evidente di uno sfidante immune da questa concezione come Gianni Cuperlo. Ed è un punto stupefacentemente sottovalutato nel dibattito pubblico, che invece di contestarlo o quantomeno di problematizzarlo lo blandisce e lo legittima.

Una spinta generazionale di tal fatta non può essere il trampolino del superamento del ventennio berlusconiano, perché ne è precisamente l’effetto. E’ l’effetto della biopolitica neoliberale, che per decenni ha costruito artatamente e pour cause la guerra generazionale fra pensionati e precari, fra garantiti e non garantiti, fra la fragilità (costosa) dei vecchi e la baldanza dei giovani. Ed è l’effetto (lo scrive, fra l’altro, Civati nel suo documento congressuale, che, sia detto per inciso ma non troppo, è il migliore dei tre sia sulla questione generazionale che sulla questione di genere) dell’evaporazione della funzione paterna incarnata da Berlusconi, una funzione che consisterebbe in primis nel garantire non la guerra ma il passaggio del testimone fra le generazioni.

E’ questa la ragione profonda, più profonda delle pur cruciali ricette di politica economica, della continuità di Renzi col ventennio che si candida a chiudere. Assai più discontinua e innovatrice è la postura di chi ha uno sguardo più lungo sul passato, non crede che il presente e il futuro comincino con la propria data di nascita, e delle generazioni precedenti vede sì gli errori ma anche la storia e la tradizione di cui sono state e sono portatrici, e rispetto alle quali non si sente innocente e non si assolve. Jacques Derrida diceva che è così che si eredita, scegliendo che cosa prendere e che cosa lasciare, non per diritto divino a subentrare nello scettro del comando. Ma purtroppo per Renzi Derrida non si scambiava con le figurine e non recitava nelle serie tv.

(Contributo originariamente pubblicato il 24 novembre 2013 su idadominijanni.com)

Invia commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Share This