La legge elettorale non si può cambiare ad ogni elezione

Negli anni il continuo avvicendarsi di riforme elettorali ha contribuito a scardinare la stabilità e l’equità del sistema rappresentativo, talvolta persino violando i dettami costituzionali. La attuali forze di governo sbagliano se credono di rinsaldare la loro alleanza proprio sulla base di tecniche elettorali, in assenza di culture e programmi condivisi. Anche il pur onorevole e complicato tentativo di tornare a un sistema proporzionale rappresenterebbe, se declinato nella volontà di potenza della maggioranza, un pericoloso scivolone istituzionale capace di aprire le porte a future democrature illiberali

La legge elettorale non si può cambiare ad ogni elezione

Foto di Felipe Blasco da Pixabay

Articolo uscito su “Strisciarossa” il 05.07.2020

Dopo la fine della prima repubblica, il sistema politico italiano ha fornito prove di rendimento incerto su dirimenti questioni economico-sociali. In compenso ha però registrato il record mondiale (certo poco invidiabile) del numero di leggi elettorali sfornate in appena 25 anni. Tra miti e realtà, il meccanismo elettorale è stato promesso come la miscela salvifica e persino innalzato a vera dimensione ideologica. Il Pd addirittura postulava che il maggioritario fosse parte costitutiva e irrinunciabile della propria identità (certo evanescente).

Adesso tocca proprio al Pd invocare il ritorno alla proporzionale, che ha sempre scrutato con diffidenza come ricordo della odiata realtà dei partiti strutturati, con sezioni, bandiere, militanti e iscritti. Per fine luglio dovrebbe ottenere qualche segnale nei calendari della Camera di quello scambio ineguale firmato con il M5S e che prevedeva il varo (reale) della riforma costituzionale taglia-costi dei deputati e la promessa di una (ipotetica) riesumazione della proporzionale.

Maggioritario, a chi conviene

Perché non si tramuti in una classica promessa da marinaio, la praticabilità della convergenza verso la formula alla tedesca, di cui si parla, va misurata sulle forze reali di oggi e sulle loro rispettive convenienze. Tra i firmatari del patto già si defila Renzi, che nulla ha da guadagnare dallo sbarramento al 5 per cento. Alla sicura scomparsa di Italia Viva dal parlamento, egli preferisce naturalmente rimangiarsi la vaga parola e cercare altre o nessuna soluzione.

Ciò significa che la strada del gran ritorno proporzionalista è molto accidentata perché i calcoli mutano in fretta e la lotta darwiniana per la sopravvivenza non concede disattenzioni poetiche.

La permanenza dell’attuale legge conviene alle piccole formazioni che proprio dalle coalizioni traggono vantaggi e una influenza che si spinge oltre la loro dimensione numerica. Anche a destra solo Berlusconi trarrebbe qualche utile competitivo dalla proporzionale, ma una sua piena spendibilità in giochi politici trasversali resta ancora problematica, malgrado l’incoraggiamento ricevuto in questi giorni da Conte, che viene da una cultura andreottiana. E quindi una rottura del cavaliere con gli arzilli alleati di piazza del Popolo è costosa e senza dei benefici al momento apprezzabili. Ai due soggetti maggiori della destra, malgrado la competizione tra loro per la leadership, non risulta in alcun modo persuasiva una virata proporzionalistica che di per sé tende a tagliare le ali estreme nei giochi trasformistici a induzione centripeta e in più minerebbe anche la certezza della vittoria tangibile alla luce degli attuali orientamenti elettorali.

Tecnica elettorale e alleanze politiche

Solo il Pd e il M5S avrebbero interessi più consistenti a convergere in un meccanismo che è congeniale alla logica di un sistema tripolare. Il vantaggio che si ricava a correre da soli ha però un inconveniente: rompe in radice gli sforzi in corso tesi a stipulare già per le regionali di settembre una autentica alleanza politica nel segno demo-populista. Senza la coercizione della logica bipolare, propria delle varianti di maggioritario, alleanze politiche insincere non si stringono facilmente. E una chiarezza sugli obiettivi “di sistema” non emerge in alcun modo nelle confuse leadership politiche di oggi.

Sul piano dello scenario politico c’è anzi un evidente problema. Il Conte di Grillo che vaga da un casino seicentesco al cinema occupato, dalle super élite mondiali alle sedi di piccola ribellione metropolitana, recupera la declinazione della politica come storytelling in versione Casalino, che con le sue abili regie trasforma il reale in reality. E lotta con accanimento contro la “realtà della realtà”, troppo spiacevole e drammatica, con un Pil che sprofonda come neppure in tempi di guerra, per essere evocata dal cantore della “bellezza” e del selfie ricercato a via del Corso.

Al congresso della Uil ha sostenuto che “un chiacchiericcio e un bla bla costante, continuo ci descrive come un governo attendista, mentre questo governo ha assunto decisioni che mai sono state prese nella storia della repubblica e per questo è apparso come illiberale”. In effetti, mentre il governo con il Pd è immobile su punti cruciali, in un solo anno il bimotore gialloverde grazie alla sua guida ha deciso tutto, secondo tempi di accelerazione vertiginosa: decreto sicurezza, leggi sulla legittima difesa, ordini di condurre battaglie navali, quota cento, reddito di cittadinanza, norme spazzacorrotti, riforme costituzionali anti-casta, taglio dei vitalizi, liberazione del capitano dai processi, attacco allo Stato di diritto con la cancellazione della prescrizione.

Insomma: non è la legge elettorale o la forma di governo parlamentare un ostacolo alla decisione rapida. Agli ordini di Salvini l’avvocato del popolo, che ora mostra un’anima “de plaza y gobierno”, correva come un fulmine. La sintonia tra le due forze del governo del contratto era totale e la formula “salvo intese” funzionava a meraviglia come collante dei due populismi che si integravano in un amalgama ben riuscito. Se una vicinanza politico-programmatica manca, come malgrado tutto accade con il Pd, è vano l’investimento nelle tecniche elettorali per smuovere residui politici ingombranti.

Una regola aurea

Peraltro si tratta di un investimento tutt’altro che innocente. Può il Pd, dopo aver costretto il parlamento con raffiche di voti di fiducia, forzature regolamentari ad approvare il Rosatellum, come il meccanismo magico più conveniente alle sue esigenze, imporre adesso un nuovo lavoro forzato per archiviare il suo precedente abuso e sempre alla ricerca di un nuovo plusvalore politico da spendere per le prossime elezioni? Senza una convergenza dei tre maggiori partiti è sconsigliabile una ennesima riforma elettorale a colpi di maggioranza.

La lezione più utile che andrebbe tratta è proprio questa: in una democrazia che conserva solo flebilmente qualche decenza in tema di senso delle istituzioni, le leggi elettorali non si cambiano ad ogni appuntamento elettorale. Questa regola metapolitica di impedimento può essere superata solo da una condivisione larga delle principali forze politiche, in assenza della quale i vantaggi di una più ragionevole tecnica di trasformazione di voti in seggi (e la proporzionale è la formula migliore) sono senz’altro minori rispetto ai guasti che si producono con le imposizioni unilaterali di riforme a vantaggio del governo riformatore. Due leggi elettorali abrogate dalla Consulta per vizi palesi di incostituzionalità (altro imbarazzante primato della seconda repubblica) dovrebbero consigliare più prudenza e quindi l’adozione di una sobria procedura consensuale.

Dopo i decreti personali del presidente del consiglio nello stato di eccezione, la caotica concessione di poteri di emergenza al ministro dell’economia, l’appannamento funzionale del parlamento sospeso non è auspicabile, proprio per chi teme le avventure del capitano alle porte, incamminarsi sulla strada della volontà di potenza della maggioranza. Bisognerebbe in ogni modo evitare di fornire precedenti scivolosi sui quali i cantori delle democrature si insinuano con facilità estrema per recidere le radici del garantismo liberale.

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