La libertà è una bella parola

L’azione del Governo nell’affrontare la crisi ha tenuto poco conto dei problemi cagionati dalla quarantena ai soggetti più deboli. Similmente pare muoversi sul piano del rilancio socio-economico. L’analisi critica è indispensabile per interrompere la litania della mancanza di alternative, a cui alcuni intellettuali sembrano, indirettamente, fare eco

La libertà è una bella parola

TINA, ovvero, non ci sono alternative. Questo sembrano dire il famoso manifesto di appoggio a Conte, nonché Mario Dogliani nel suo intervento qui. Ne siamo sicure? Prima di tutto, non possiamo esserlo, e, secondo me, nemmeno Conte e il suo governo lo sono. Per non parlare della pletora di esperti (virologi, epidemiologi ecc.) che si contraddicono vicendevolmente sui nostri media e talvolta contraddicono anche i sé stessi del giorno precedente. Poi, alternative ci sono sempre: paesi diversi hanno preso misure almeno in parte diverse, e anche in questo caso le interpretazioni dei risultati in termini di contenimento del contagio e delle morti continuano a divergere. Infine, le misure di contenimento andrebbero interpretate non solo alla luce della diminuzione di morti e contagi, ma anche rispetto agli effetti che hanno avuto e continuano ad avere sulla salute complessiva della popolazione – intesa, la salute, nei termini dell’OMS, ossia stato di benessere generale – nonché sulla tenuta sociale ed economica del paese.

Il lockdown ha comportato infatti limitazioni non solo di alcune libertà, ma anche di almeno due diritti sociali: quello all’istruzione, in primo luogo, e quello alla salute, psichica, ma anche fisica; pensiamo ai malati gravi non-Covid e alle persone con disabilità.

Ma non è questo il punto che qui mi interessa discutere. Libertà è una bella parola, dice Dogliani. Sembra che l’unico significato attribuito a questa parola sia: libertà di contagiarmi/ci. Come se il maggior veicolo di contagio sia stato e sia la movida oggi, o il runner solitario ieri. I dati (tra cui quelli dell’Inail sugli infortuni sul lavoro, 44.000 contagiati) sembrano dire piuttosto che l’infezione virale cammina sulle gambe di chi non ha potuto stare a casa, per esempio quel 40% di lombardi che ha continuato a lavorare (a proposito del “ritorno” del capitalismo: perché, se ne era andato?); oppure i medici, infermieri e malati negli ospedali senza presidi protettivi; nella case di riposo, veri e propri piccoli universi concentrazionari; e perfino, spesso, nelle case, trasformatesi in altrettanti focolai. Per chi una casa ce l’ha, e magari con balcone, terrazzo o giardino. Per chi ce l’ha piccola e sovraffollata, o magari vive con un partner violento, o non ce l’ha per niente, le cose sono andate anche peggio. Insomma, cominciamo con il dire che per molti e molte davvero libertà è una “parola”, e solo una parola.

C’è invece un’altra parola che si può ben utilizzare in questo frangente: necropolitica. Non imputo certo a questo governo l’intenzione di “lasciar morire” (come nei casi di Bolsonaro, Trump, e il primo Johnson), però constato che, alla fine, questo è quello che è successo e succede. Per far vivere molti, se ne sacrificano (inintenzionalmente, ripeto) parecchi. Quando si firmano appelli, sarebbe bene tenerlo almeno in conto.

Per fortuna, c’è stato e c’è il volontariato, migliaia di persone che si sono attivate per portare pacchi di cibo e medicine ai più poveri, ai senza tetto, alle persone rinchiuse nei campi Rom, o semplicemente alla condomina ultranovantenne che non può andare a fare la spesa (è successo anche nel mio palazzo). Accanto alle realtà organizzate da tempo, se ne sono aggiunte altre, contribuendo a produrre una forma di mutualità dal basso estesa e, si spera, foriera di mutamenti sociali e culturali che invece stento a vedere dal lato di una maggioranza di governo, che è stata ieri incapace di abolire i decreti sicurezza e oggi, con molta fatica, partorisce una regolarizzazione dei migranti giusto per il tempo necessario a far loro raccogliere i nostri pomodori.

Mi pare dunque che la “libertà”, in questo periodo, sia stata proprio quella di starsene a casa. Più che una libertà, è stato un privilegio, pagato da chi non ha mai smesso di lavorare.

Insomma, le misure prese dal Governo saranno state anche necessarie nell’emergenza, ma ne sono stati valutati i costi, riflettuto sulle conseguenze perverse? Perché, per esempio, non si è, non dico commissariata la Lombardia, ma almeno estesa la zona rossa a tutto il suo territorio a tempo debito? E ora si lascia che “riapra” proprio come quelle regioni dove invece i contagi sono scesi quasi a zero? Risposta facile: è il capitalismo bellezza, nella fase 1 come in quella 2, 3, eccetera.

E adesso, perché 3 miliardi all’Alitalia e uno solo alla scuola? Non si capisce che ci stiamo giocando una generazione e stiamo approfondendo in modo forse irreversibile le disuguaglianze di risorse sociali, culturali, economiche tra i bambini e le bambine?

Per non parlare della pletora di norme ministeriali, ordinanze regionali e comunali, della cui dubbia legittimità mi interessa meno che della loro confusione e contraddittorietà, poiché hanno lasciata aperta la strada all’arbitrio interpretativo delle forze dell’ordine, con effetti spesso comici (tralascio la storia dei congiunti, tanto nessuno/a l’ha presa sul serio).

L’impressione, alla fine, è che il famoso manifesto degli intellettuali, teso a sventare “agguati” ad un presidente del consiglio mai così popolare nei sondaggi, fotografi piuttosto le (legittime) preoccupazioni di una fetta di popolazione in grado di chiudersi in una casa adeguata (io inclusa), tesa a salvarsi la pelle.

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2 Commenti

  1. Imma Barbarossa

    Tamar,sono molto d’accordo.
    Imma

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  2. Mario Tronti

    Brava Tamar,
    Concordo alla lettera,
    Mario Tronti

    Rispondi

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