La pandemia e l’autonomia differenziata

La differente posizione del presente Governo, rispetto ai due precedenti, apre a una riflessione sulle autonomie territoriali come spazi politici che concorrono a un’integrazione nazionale basata sul perseguimento dell’uguaglianza sostanziale

La pandemia e l’autonomia differenziata

Qualcosa è cambiato in tema di autonomia differenziata: infine la legge di bilancio 2021 non contiene, come disegno di legge ad essa collegato, il DDL “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata di cui all’articolo 116, 3 comma, Cost.” che, invece, era contenuto nella Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza 2020 approvata dal Consiglio dei ministri e trasmessa al Parlamento.

Dietro questa scelta, apparentemente tecnica, si dovrebbe manifestare un significativo cambio di indirizzo politico perché i “collegati” alla manovra economica sono considerati determinanti dai Governi per il raggiungimento degli obiettivi complessivi di politica economica. D’altra parte già nel 2019 la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza dello stesso Governo faceva riferimento allo snodo dell’attuazione del regionalismo differenziato legandolo, però, alla “eliminazione” (ben più forte del “superamento”) delle diseguaglianze economiche e sociali.

Nel DDL nel frattempo messo a punto dal ministro Boccia, in effetti, si anticipa la determinazione del Livelli essenziali delle prestazioni dei diritti rispetto al trasferimento di nuove competenze alle Regioni in attuazione del regionalismo asimmetrico.

Nonostante le inidonee garanzie individuate dal DDL, la priorità accordata al superamento delle attuali diseguaglianze nel godimento dei diritti tra i vari territori rispetto a quelle ulteriori attribuzioni rivendicate dalla parte più ricca del paese, già di per sé, è comunque segno di un fondamentale cambio di passo dell’attuale governo rispetto ai due precedenti. Questi (Gentiloni, per di più quando già dimissionario, e Conte I), infatti, avevano avallato con le intese raggiunte le pretese “sostanzialmente secessioniste” del Nordest: proprio l’enormità delle rivendicazioni (economiche, ancor prima che di competenze) in particolare di Lombardia e Veneto, seguite però molto da vicino dall’Emilia-Romagna, hanno dato la stura a una maggiore chiarezza collettiva sui veri e propri privilegi di cui hanno goduto quei territori rispetto alle Regioni del Sud.

Nel frattempo è scoppiata la pandemia e non era proprio possibile riproporre ancora una volta l’attuazione del regionalismo differenziato quale snodo dell’indirizzo politico di Governo senza aver riflettuto collettivamente e approfonditamente sullo stato del regionalismo a cinquant’anni dall’istituzione delle Regioni ordinarie e a venti dalla loro riforma.

Prima di attuare (figuriamoci applicare) il regionalismo differenziato, è necessario formulare un giudizio sul rendimento democratico delle istituzioni regionali a fronte di un’emergenza che, per quanto multidimensionale, coinvolge in primo luogo la competenza per eccellenza devoluta alle Regioni: la sanità e la connessa tutela della salute delle persone.

Prima di attuare (figuriamoci applicare) un’ulteriore riduzione delle competenze statali, è opportuno valutare se e quanto la forma di governo regionale iperpresidenzialista sia consona a un regionalismo che si voglia collaborativo e solidarista.

Prima di attuare (figuriamoci applicare) il regionalismo delle ulteriori asimmetrie tra parti del territorio nazionale e del popolo, è doveroso chiedersi quale tipo di raccordo Stato Regioni si attagli a una forma di Stato sociale regionale che corrobori l’unità nazionale anziché istigare alla sua disintegrazione.

Sollecitata da molte voci, la maggioranza di Governo ha, infine, convenuto che su questo fronte non possono esserci accelerazioni, nonostante le incessanti pressioni delle Regioni citate.

Si apre ora la possibilità di riflettere sul significato più profondo delle autonomie territoriali come spazi politici che concorrono a un democratico processo di integrazione nazionale basato sul perseguimento dell’uguaglianza sostanziale. Con un po’ di consapevolezza in più sull’intrinseca interdipendenza tra persone, istituzioni e territori, ogni assemblea rappresentativa e tutti i luoghi della politica e della cultura dovrebbero porsi la questione del rapporto tra forme delle convivenze e territorio. Tutti concetti storicamente fondamentali che dovrebbero ritrovare il loro senso – perduto tra austerity, competizioni, poteri monocratici e connessa depoliticizzazione alimentata dal mito della indipendenza – nel segno del superamento delle diseguaglianze, non come mero obiettivo di giustizia sociale ma quale mezzo per assolvere a quello che è il “compito” della Repubblica nel suo insieme (art. 3, comma 2): la effettiva partecipazione di tutte e tutti alla vita consociata e il pieno sviluppo della personalità di ognuno di noi, in qualunque posto si nasca e viva.

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