La sinistra e i ceti popolari

Una nuova agenda per la sinistra

La sinistra e i ceti popolari

Il rapporto tra ceti popolari e sinistra italiana di Alessandro Coppola, Mattia Toaldo.

L’idea

Il rapporto tra ceti popolari e sinistra italiana è in crisi. Lo dimostrano le analisi dettagliate svolte dal consorzio ITANES successivamente alle elezioni politiche del 2008 ma lo hanno segnalato anche molti dei sondaggi approfonditi svolti tra quelle elezioni e le consultazioni europee del 2009. Il problema è confermato anche dall’analisi del voto locale. Si prenda per esempio Roma, tra le elezioni comunali del 2008 e le europee del 2009: il centrosinistra ha avuto risultati molto peggiori nelle aree a ridosso o al di fuori del Grande Raccordo Anulare rispetto a quelli ottenuti nella città consolidata. Questa rottura non è avvenuta una volta e per tutte: ci sono state fasi negli ultimi 20 anni in cui la sinistra, anche perché al governo delle città e dei territori, ha saputo rappresentare le esigenze dei ceti popolari e delle diverse periferie o marginalità. Tuttavia, come confermato a livello continentale dall’ondata populista registrata dalle recenti elezioni europee, il rapporto tra sinistra e popolo non è più scontato come nel Novecento: perché è cambiata la sinistra e perché è cambiato il popolo. E forse perché sono cambiati in direzioni diverse. Lo scopo di questo progetto è analizzare queste due trasformazioni e costruire un nuovo quadro di riferimento dentro il quale si possa muovere la sinistra italiana. Questo sarà il frutto di un lavoro anche sul campo che vedrà il coinvolgimento di competenze multidisciplinari, sia relative alla scienza politica che alle politiche urbane. L’approccio sarà quello di mettere in comunicazione ambiti di ricerca diversi con l’azione concreta dei partiti, dei sindacati e delle organizzazioni della sinistra: non solo spesso questa parte politica è stata percepita come lontana dal popolo, ma ha intrattenuto rapporti solo saltuari con chi faceva ricerca sul campo, soprattutto con le generazioni più giovani. Inoltre, una delle ipotesi del progetto è che la partita con i ceti popolari si giochi anche sul piano delle politiche locali e urbane: è per questo che l’analisi degli andamenti elettorali si intreccerà con lo studio dello sviluppo urbano. Una base di partenza potrà essere l’analisi di quanto avvenuto a Roma: un’area metropolitana con una radicata (e storica) presenza della sinistra tra i ceti popolari e dove ci sono stati lunghi anni di controllo degli enti locali da parte della sinistra. L’analisi però non si fermerà a Roma che sarà solo l’occasione per mettere in luce alcuni fenomeni che saranno osservati anche in una serie di altre realtà.

Il rapporto tra la sinistra e i ceti popolari sarà studiato attraverso alcuni temi:
-  i comportamenti elettorali, soprattutto dal 1993 in poi
-  i cambiamenti nella politica di quartiere e in quella cittadina
-  le politiche urbane del centrosinistra e i ceti popolari
-  le politiche economiche nazionali “del rigore” e gli effetti sul blocco sociale della sinistra
-  cosa si può fare per riconquistare i ceti popolari: una nuova agenda per gli amministratori, i politici e le organizzazioni della sinistra

Questi diversi ambiti non costituiscono fasi cronologiche: è chiaro che l’analisi dei risultati elettorali deve essere continuamente arricchita da quelle relative alle politiche urbane piuttosto che da quelle sulle politiche di quartiere o sulla politica economica nazionale. I vari temi verranno quindi portati avanti contemporaneamente e il progetto si svilupperà attraverso diversi strumenti:

-  una serie di interviste condotte sul campo: amministratori attuali e passati, politici di quartiere, sindacalisti, membri di organizzazioni della sinistra, personalità importanti per i casi studio sui diversi quartieri
-  L’analisi dei dati elettorali e la loro lettura anche con l’ausilio di chi era allora candidato o partecipò a quelle campagne. Si procederà poi al loro intreccio con le tendenze nazionali e anche europee
-  Lo studio, l’analisi e la comparazione di una serie di ricerche condotte negli ultimi anni sia sulla politica urbana che sui ceti popolari (vecchi o nuovi che siano per riprendere il titolo di una di queste ricerche) nonché sui cambiamenti nel mondo del lavoro che hanno prodotto un diverso rapporto dei ceti popolari sia con la società che con la politica
-  degli incontri, di cui alcuni anche di natura periodica, con esperti e ricercatori di tutti i campi utili alla ricerca: sociologi, economisti, antropologi, urbanisti, esperti di comunicazione solo per fare alcuni esempi. Lo scopo è quello anche di mettere in comunicazione le ricerche tra di loro e di creare una piccola rete con un’analisi condivisa
-  casi studio sulla politica di quartiere e sulla sua evoluzione negli ultimi anni da realizzare con gli strumenti della ricerca qualitativa: storia orale, interviste, focus groups e osservazione partecipata;
-  casi studio sui movimenti sociali urbani e sulla evoluzione del trattamento di singole tematiche/campagne urbane nel corso del periodo di riferimento;

Il risultato finale della ricerca sarà la redazione di un rapporto il più possibile agile (alcune decine di pagine) e utilizzabile concretamente da tutti quanti sono impegnati sia a fare ricerca che a fare politica a sinistra. Si può pensare anche alla realizzazione di una vera e propria pubblicazione, divisa in capitoli e che raccolga alcune tra le interviste e le analisi empiriche realizzate.

Il punto di partenza

Il rapporto tra sinistra e popolo rimanda a diversi fenomeni su cui ci invitano a riflettere alcuni autori: la crisi delle socialdemocrazie e delle politiche di welfare; la crisi dei partiti di massa, soprattutto quelli legati al movimento operaio; la “proletarizzazione” della destra estrema; la nascita e l’affermazione della televisione commerciale; la frammentazione e la precarizzazione del mondo del lavoro; il legame forte tra crescita della rendita immobiliare pura e aumento del disordine urbano con le sue ricadute sia sulle politiche pubbliche che sugli stili di vita e sugli orientamenti politici e di voto . Ci sono poi numerose determinanti locali o comunque legate alle politiche urbane a partire dal paradosso per cui proprio quei progetti di “ricucitura” tra centro e periferia portati avanti dalle giunte di sinistra e centrosinistra rendevano l’impegno a sinistra in determinate zone non più essenziale. Oppure i conflitti legati al tema della sicurezza e dell’immigrazione, non così recenti come potrebbe sembrare: si pensi solo alle rivolte anti-rom della periferia romana degli anni ottanta. Infine, il fenomeno degli ultimi anni della crescita dello sprawl, del disordine urbano e della città infinita: queste grandi aree che non appartengono alla città consolidata eppure sono urbanizzate, dove mancano i luoghi di socialità che non siano centri commerciali e dove il collegamento con la città vera e propria, con le sue librerie e i suoi cinema, con le sue piazze e le sue associazioni, è spesso assicurato solo da lunghi percorsi automobilistici. E’ in queste zone che vanno a finire gli abitanti della città consolidata a causa della crescita dei prezzi legata alla rendita immobiliare. E, come già detto a proposito di Roma, è spesso in queste zone che la sinistra ha registrato i suoi risultati peggiori nelle passate elezioni locali, nazionali o europee . Anche da questi luoghi, rimasti pressoché inesplorati dalla politica di sinistra, bisognerà partire in questa analisi.

I temi

Primo tema: voto e periferie, un’analisi degli ultimi 16 anni

E’ molti anni oramai che l’analisi del voto nella maggior parte dei territori si fa in maniera sporadica e senza quell’organicità che era usuale a sinistra: è molto comune oramai imbattersi in rappresentanti di lista che non sanno riportare sensatamente i risultati del proprio seggio mentre sono molti i circoli di partito che non fanno più i calcoli e le valutazioni sui seggi del proprio quartiere. Chi ha provato a farli, ha trovato dati molto interessanti. Il già citato articolo di Tomassi e Tocci sul caso romano ha individuato 4 “corone” all’interno delle quali il voto al centrosinistra è significativamente diverso a seconda della “densità” dell’abitato, della lontananza dal centro e della prossimità al GRA. Un modo per valutare gli effetti sugli orientamenti di voto di un certo tipo di espansione urbana disordinata ma governata a suo modo dalla rendita con la complicità (o quanto meno con la scarsa opposizione) di chi ha governato la città negli ultimi anni. A questo tipo di analisi di tipo “spaziale” se ne affiancheranno altri due: uno di tipo “sociale” e uno legato allo studio dei singoli quartieri. Nel primo caso si tratta di utilizzare le ricerche già condotte, tra gli altri, dal consorzio Itanes e dagli istituti IPSOS ed SWG sull’orientamento di voto dei diversi gruppi sociali: le donne, i giovani, gli anziani, gli operai e i lavoratori esecutivi, gli autonomi, gli impiegati di concetto, i laureati e i privi di titolo di studio solo per fare alcuni esempi. Questi studi generali andranno poi calati in alcune micro-realtà locali. Un esempio concreto è dato dallo studio fatto da alcuni iscritti del circolo PD dell’Esquilino (a Roma) da cui si evinceva un legame tra l’aumento dei voti per il centrosinistra in quella zona e l’afflusso di cittadini a più alto reddito e soprattutto con un più elevato titolo di studio. Infine, c’è un tipo di analisi del voto che è più legata ai casi di studio sui quartieri ed intreccia i risultati elettorali (analizzati seggio per seggio) con la diversa quantità di capitale sociale. Dagli studi realizzati da chi propone questa ricerca sul caso del quartiere romano di Torre Maura (non ancora formalizzati in pubblicazioni) emerge come una maggiore quantità di capitale sociale permetta di contenere sia la disaffezione al voto che il calo dei consensi per la sinistra. Circoli di partito, associazioni culturali e di volontariato, comitati di quartiere, organizzazioni informali e reti di relazione permettono quindi un maggiore “ancoraggio” per la sinistra nei quartieri popolari . I tre modelli di analisi del voto (“spaziale”, sociale e “di quartiere”) servono fondamentalmente a 3 scopi:

- capire il legame tra modalità di sviluppo urbano e orientamenti di voto
- individuare il nuovo blocco sociale della sinistra e capirne le potenzialità
- analizzare la relazione tra capitale sociale e voto per aiutare a definire un nuovo tipo di mobilitazione politica sul territorio che parta però anche da quanto esiste già

Si prenderebbe come periodo di analisi quello che va dal 1993 ad oggi perché di più facile comparazione: il sistema elettorale con l’elezione diretta dei sindaci parte allora e quelle sono anche le prime elezioni locali della seconda repubblica. Ciò non vuol dire affatto trascurare le tradizioni politiche di quartiere precedenti: è importante per esempio valutare la resistenza o meno di quelle subculture politiche di quartiere che sono l’oggetto di analisi del secondo tema.

Secondo tema: come è cambiata la politica di quartiere?

Potrebbe sembrare inutile studiare le politiche di quartiere all’interno di un progetto sul rapporto nazionale tra sinistra e ceti popolari. Tuttavia è proprio in questo contesto che si possono valutare appieno alcuni fattori: il peso delle subculture politiche e delle tradizioni; il cambiamento del modello di partecipazione e di rappresentanza politica; l’intreccio tra politica locale e orientamenti di voto nazionali. Anche qui Roma vale da esempio per fenomeni che sono comuni a larghe fasce del Paese. Gli anni ottanta del secolo scorso sono segnati dal logorarsi e poi dall’estinguersi di quella che potremmo definire come la subcultura politica delle borgate romane, caratterizzata dall’egemonia del Pci e delle sue organizzazioni urbane nella mobilitazione e rappresentanza delle vittime della ‘frattura urbana’. Le nuove periferie – quelle pubbliche come quelle ex-illegali poi sanate – sono ora caratterizzate da una crescente frammentazione e precarizzazione sociale, dalla presenza consistente di residenti immigrati e dalla crisi e trasformazione delle tradizionali forme di mediazione locale. Il divorzio fra politica di quartiere – arena nella quale la sinistra romana ha goduto in vari momenti della sua storia di un ampio vantaggio competitivo – e politica locale e nazionale si accompagna ad una rappresentanza locale fortemente condizionata dalle domande di segmenti determinati del mondo frammentato delle nuove periferie. Ne consegue che la politica di quartiere tende spesso a strutturarsi attorno a opposizioni quali giovani contro anziani, nativi contro immigrati, territorio contro territorio. Così facendo, la scena locale si restringe e diventa molto competitiva: anche a sinistra, una gestione latamente clientelare del consenso locale non riesce però più a ‘fare popolo’, ma solo consolidare il consenso – spesso neppure stabilmente – di uno o più segmenti del mondo frammentato delle nuove periferie. Un consenso molto vulnerabile quando la sfera locale e di quartiere si trova esposta al messaggio della nuova destra, che ristabilisce quel nesso fra dimensione locale e dimensione globale che alla sinistra manca. L’istinto di difesa dalle minacce esterne – prima di tutto, l’immigrazione – e la logica dello scontro fra gruppi premiano e alimentano il messaggio della nuova destra, improvvisamente svuotando il consenso locale ed il capitale sociale accumulato della sinistra di quartiere. Difficile negare come alcune delle ragioni e delle conseguenze di questo “sfondamento” della destra descritto per Roma abbiano la loro rilevanza, per esempio, per ampie zone delle “regioni rosse” piuttosto che per il Veneto. Attraverso la costruzione di un numero limitato di casi-studio di politica di quartiere la ricerca si propone di verificare queste ipotesi iniziali e di fornire delle indicazioni operative per l’azione politica di quartiere.

Terzo tema: politiche urbane e sinistra

Tra il 1993 ed il 2008 la sinistra italiana ha esercitato una discreta egemonia sulle politiche urbane e locali: le campagne elettorali locali si perdevano o si vincevano – anche e soprattutto nei quartieri e tra i ceti popolari – sui temi del trasporto pubblico, della vivibilità urbana, del buon governo, dello sviluppo economico e della solidarietà sociale. Tuttavia, dietro l’immagine piuttosto dinamica esibita da più di una amministrazione locale di centro-sinistra, si nascondeva un’agenda urbana in gran parte divaricata: da una parte il ‘ciclo dello sviluppo’ con il confronto sempre aperto fra l’amministrazione e i grandi interessi dell’economia locale, dall’altro quello della redistribuzione, debolmente strutturato e con poche ambizioni politiche. In particolare, ad essere mancata è stata una strategia di lungo periodo di radicamento e di articolazione degli interessi e delle domande nel mondo frammentato delle vecchie e nuove periferie. Quando la sinistra – a Roma ma anche altrove – non capisce più il popolo, perde: è successo nel 1985 ed è successo nel 2008. Oggi come allora, la sinistra tiene nelle aree centrali e nella città “consolidata” ma perde nelle vecchie e nuove periferie, un sintomo della sua debolezza strategica. Sulla base di queste ipotesi iniziali, la ricerca si propone di analizzare un quindicennio di politiche urbanistiche e di politiche sociali, con l’obbiettivo di fornire delle indicazioni operative nella formulazione di una nuova strategia di radicamento sociale e territoriale della sinistra.

Quarto tema: le politiche economiche del “rigore” e il blocco sociale del centrosinistra

Un analisi sulla sinistra e i ceti popolari non può però prescindere da alcuni fenomeni che hanno dimensione, a volte, continentale. Si pensi alle trasformazioni nel mondo del lavoro che hanno portato non solo all’aumento della precarietà ma anche alla frammentazione delle condizioni di vita per cui si tendono a dare risposte sempre più individuali a contraddizioni che invece hanno natura sistemica. I ceti popolari di oggi, come notano già dal titolo i citati Magatti e De Benedittis, sono una cosa diversa dalla vecchia classe operaia proprio perché le loro esperienze e le loro condizioni sono frammentate. La nuova economia dei servizi e del terziario non ha eliminato i ceti popolari ma ne ha cambiato natura, posizione lavorativa, consumi e rapporto con il territorio. Un primo ambito di analisi, basato prevalentemente su ricerche empiriche già esistenti, cercherà quindi di capire i cambiamenti nelle condizioni dei ceti popolari intervenuti negli ultimi 20 anni. Un secondo elemento di analisi cercherà di capire gli effetti sui ceti popolari (definiti grazie al lavoro che abbiamo appena descritto) delle politiche economiche del centrosinistra sia negli anni novanta che durante il breve interludio a metà degli anni duemila. Il riformismo in nome del “rigore” e dell’Europa si è inserito – a volte poco consapevolmente – in un quadro di redistribuzione verso l’alto del reddito e di precarizzazione delle condizioni di lavoro e di vita determinato dalle evoluzioni più recenti dell’economia. Anche qui forse per scarsa coscienza di quale fosse il blocco sociale che aveva sostenuto il centrosinistra (per esempio l’evidente sottostima del peso dei lavoratori esecutivi e degli operai) ha avuto un ruolo nel disegno di politiche che non sono riuscite ad incidere su questi fenomeni o che talvolta li hanno addirittura assecondati. E’ evidente anche dalle analisi di Aldo Carra che una parte consistente di questo mondo si era spostata dal centrodestra al centrosinistra nelle elezioni del 2006 e che poi, non vedendosi premiata dalle due finanziarie del governo Prodi, è tornata verso destra nel 2008 . Su questo tema bisognerà quindi intrecciare l’analisi sociologica sulle condizioni di vita dei ceti popolari, l’analisi delle politiche nazionali con gli andamenti di voto.

Che fare, una nuova agenda per la sinistra

Questo progetto ha un’ambizione abbastanza chiara: contribuire, certo non da solo, a sanare una frattura creatasi alcuni anni fa e che si fa sempre più seria e importante per la sinistra. E’ difficile per la sinistra ricominciare a parlare ai ceti popolari senza conoscerli davvero e senza sapere seriamente cosa dirgli. L’obiettivo di questo progetto è quindi quello di costruire un’analisi strutturata che abbracci diversi temi. L’attenzione alle politiche urbane nasce dalla consapevolezza che è proprio dal territorio, e dalla sua conoscenza profonda, che sono nati alcuni tra i progetti politici più importanti del novecento italiano: dal movimento operaio, che come ci ricorda Giorgio Galli partì proprio dai comuni, alla Lega. Accanto alla conoscenza del territorio e dei ceti popolari che vi abitano serve però la definizione di un’agenda: bisogna conoscere i propri interlocutori (e tenerli presente, cosa che si fa troppo poco) ma bisogna avere anche qualcosa di significativo da dirgli. Qualcosa che incida sulle loro vite e che li spinga a mobilitarsi. Sarà questo quindi l’ultimo livello di questo progetto di ricerca politica.

Invia commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Share This