La variante inglese. Il Regno Unito dopo la Brexit

Al termine di una sterminata trattativa lo UK ha ufficializzato la sua uscita dall’UE. Quali destini lo attendono? Ne parliamo con Domenico Cerabona, giornalista e direttore della Fondazione Giorgio Amendola di Torino, autore di “Brexit – Cosa accadrà dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea” (Castelvecchi)

La variante inglese. Il Regno Unito dopo la Brexit

Quali sono i punti più significativi dell’accordo concluso a fine dicembre?

Per i cittadini europei il fatto più significativo è sicuramente la fine della libera circolazione: dal 1° gennaio per andare a lavorare e/o a vivere nel Regno Unito si dovrà fare richiesta di visto con un sistema “a punti” simile a quello australiano. Dal punto di vista commerciale lo UK non fa più parte del Mercato Unico Europeo, al quale ha però accesso senza tariffe a patto di rispettare un’armonizzazione normativa. In sostanza, il Regno Unito per continuare a commerciare con l’UE dovrà rispettarne le normative a garanzia della qualità dei prodotti, a tutela dei diritti dei lavoratori, etc.; pena la “sospensione” del trattato di libero scambio. L’unica vera vittoria del governo britannico è stata che a giudicare eventuali controversie sarà un arbitro indipendente scelto dalle parti e non la Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

Quanto e in cosa differisce l’azione d’opposizione di Starmer da quella di Corbyn?

Starmer, dopo essersi candidato alla leadership con una piattaforma decisamente radicale, una volta diventato leader si è spostato molto verso destra per accontentare, come altri leader laburisti, il proprio gruppo parlamentare (ancora moderato e modellato dagli anni di Tony Blair) e la stampa conservatrice. Il risultato è una opposizione molto blanda sui temi sociali e uno scarso appoggio alle lotte sindacali. Clamoroso poi è stato il cambio di tono sulla Brexit: una volta punto dirimente della sua azione politica, e di molti all’interno del PLP (Parliamentary Labour Party), è ora derubricata a fatto compiuto, al punto che ha votato e fatto votare a favore dell’accordo trattato da Johnson.

Corbyn, dal canto suo, è protagonista di una vicenda abbastanza kafkiana. Sospeso dal partito per una dichiarazione a commento della sentenza della Commissione per l’uguaglianza e i diritti umani (EHCR) del Regno Unito sul tema dell’antisemitismo nel Labour, è stato reintegrato come iscritto dal NEC (National Executive Committee), l’organo decisionale più alto all’interno della burocrazia laburista, ma immediatamente sospeso nuovamente dal gruppo parlamentare laburista per decisione dello stesso Starmer. Ora, la critica principale fatta a Corbyn dalla EHCR non è stata quella di essere antisemita (non ci sono accuse nei suoi confronti in tal senso), ma che il sistema del Labour per trattare i temi dell’antisemitismo non fosse gestito in modo indipendente, passando ogni decisione direttamente per l’ufficio del Leader (cioè all’epoca di Corbyn). Alla luce di ciò, che sia stato Starmer, motu proprio, a espellere Corbyn rende la vicenda assolutamente paradossale.

Tornando alle possibile conseguenze della Brexit, una questione ineludibile è quella scozzese. Alcuni sondaggi rilevano che in caso di referendum il voto per l’indipendenza avrebbe la maggioranza. Quali sono le più probabili possibilità di sviluppo?

Personalmente credo che la vicenda scozzese sia mera propaganda da parte dell’SNP (Scottish National Party), il quale intende giocarsi su di essa le prossime elezioni parlamentari previste per maggio 2021. In realtà la Brexit rende ancora più complicata l’indipendenza scozzese. Già di per sé un nuovo referendum a così pochi anni da quello che era stato definito “un evento che capita una volta a generazione” sarebbe complicato. Inoltre, larga parte della debole economia scozzese gira attorno ai trasferimenti da Londra, in particolare per quanto riguarda l’esercito. In Scozia si trovano le basi militari che ospitano i sottomarini del sistema di difesa nucleare Trident, che generano molte risorse grazie all’indotto; una intera economia che verrebbe a mancare in caso d’indipendenza. E questo senza considerare che un paese come la Spagna, per ovvie ragioni interne, non accetterebbe di buon grado l’ingresso in UE di un paese “indipendentista”.

Quali potrebbero invece essere gli effetti a lungo termine della Brexit sul posizionamento geostrategico della Gran Bretagna?

La sconfitta di Trump è stato sicuramente un brutto colpo per Johnson, che ha già influito sulle trattative per la Brexit. Biden, infatti, si è schierato nettamente con l’Irlanda sul tema del confine nord irlandese, minacciando di far saltare le trattative per un nuovo accordo commerciale con lo UK se avesse messo a rischio gli accordi del Venerdì Santo. Inoltre Biden, a differenza di Trump, potrebbe non assecondare l’idea di Johnson di rinforzare, a scapito dell’UE, la special relationship tra Washington e Londra.

Altra questione importante è che con l’instaurazione – di fatto – di un confine tra Irlanda del Nord e Gran Bretagna, proprio per mezzo del nuovo trattato commerciale, l’unificazione irlandese – questa sì – diventa un fatto sempre più inevitabile, che verosimilmente subirà un’accelerazione nei prossimi anni. Insomma, al di là dei proclami britannici, il ruolo di Londra nello scacchiere mondiale rischia seriamente di essere ridimensionato.

Infine, come sta affrontando lo UK questa nuova fase della pandemia? Cosa si sta facendo per l’assistenza sociale e per il rafforzamento del NHS?

Al momento la situazione è drammatica: le infezioni hanno numeri spaventosi e le morti hanno superata quota 83.000. La terza ondata ha colpito con molta ferocia il Regno Unito e il governo ha reagito troppo lentamente. Lunedì scorso il Cancelliere dello scacchiere Rishi Sunak ha fotografato la situazione del Paese senza però annunciare nuove misure di sostegno per l’economia, provata da questo terzo lockdown e che ha perso oltre 11 punti di PIL nel 2020 (il peggior risultato in Europa). La situazione è particolarmente complicata per i lavoratori autonomi e per coloro che devono vivere grazie ai sussidi dell’Universal Credit. Inoltre l’indennità di malattia è di appena 95 sterline a settimana, che in una città come Londra vuol dire stare largamente sotto la soglia di povertà. La crisi non sembra aver insegnato molto però in tema di NHS: durante tutta l’emergenza sono continuate le assegnazioni di appalti a società esterne che, come nel caso dell’app per il tracciamento, hanno ricevuto miliardi di sterline per sviluppare un sistema che ha dato enormi problemi e che è diventato operativo troppo tardi per essere utile.

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