La visione del capitalismo

La figura del processo di accumulazione
Innovazioni radicali e profitti straordinari
Le “alte vette” della finanza

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  • Ovvero il capitalismo ‘in quanto tale’. La nozione può facilmente suonare troppo astratta. Ma qui si misurano i vantaggi di aprire il discorso ai buoni venti della storia, perché la possibilità di parlare di un ‘in sé’ del capitalismo – vale a dire di un nucleo di caratteri invarianti – emerge proprio dal divenire della realtà economica. L’essenziale, infatti, sta nella circostanza che alle soglie dell’età moderna, qua e là, la scena della produzione e degli scambi comincia a essere animata da soggetti e da rapporti nuovi, fin dall’inizio ben riconoscibili; e nella circostanza che la progressiva estensione del loro raggio d’azione non ha mai sconfessato l’impronta delle origini, rendendola piuttosto sempre più netta, profonda, ecc. La nozione di capitalismo ‘in quanto tale’ si riferisce appunto a questi dati di specificità e costanza.
  • Sulle tracce di Marx, Keynes, Schumpeter, Wallerstein e altri autori contemporanei, lo sforzo di messa a fuoco riguarderà innanzi tutto la figura del processo di accumulazione: il movimento di autoespansione del denaro e il genere di ‘infinità’ (cattiva, avrebbe detto Hegel) che lo contraddistingue. Nel lessico del seminario, per indicare in breve il fine astratto, autoreferenziale e illimitato della ‘valorizzazione del valore’ (un altro nome per la stessa cosa), si farà ricorso all’espressione (non tanto figurata) ‘de-mone dell’accumulazione’; sul piano dei concetti, ma non senza precisi riscontri storici, si tratta di inquadrare la circostanza che la forma merce, in quanto animata dal demone dell’accumulazione, accoglie anche quanto di “smisurato” e di “smodato” (Marx) in esso è presente, e però, necessariamente, sviluppa pretese di validità ‘assoluta’.
  • Il passo successivo, orientato a comprendere come tali pretese si dispiegano, consiste nel ricostruire il modo nel quale la valorizzazione del valore si apre la strada nel “mondo delle cose” (Douglas e Isherwood) – i percorsi lungo i quali un fine tanto astratto e autoreferenziale investe il quadro della vita materiale per quanto invece è concreta, attraendola nell’orbita dei rapporti di tipo mercantile. Per farlo, lo sguardo dovrà rivolgersi ai personaggi nei quali il processo di accumulazione assume volontà e coscienza, e ai suoi dispositivi. Questo ulteriore spazio di considerazioni sarà interamente occupato dai temi dell’innovazione e del credito: “le alte vette della finanza”, come le chiama Braudel, e i cambiamenti di direzione che i mezzi monetari da esse resi disponibili consentono di imprimere, a ondate, all’uso dei fattori produttivi.
  • Su queste basi, l’intero divenire del capitalismo assumerà i contorni di una constante dialettica di ‘espansione materiale’ ed ‘espansione finanziaria’ (Arrighi), il cui equilibrio è sempre risultato tutt’altro che pacifico.
  • Per quanto riguarda il lato finanziario, che ha sempre preceduto quello materiale, affinché la visione non resti troppo approssimativa, i partecipanti al seminario saranno invitati a stabilire un contatto abbastanza ravvicinato con alcune parti, non tutte ortodosse, della teoria economica: in particolare, a familiarizzarsi con l’idea che il denaro nasce “dal nulla” grazie alla concessione di prestiti da parte delle banche (Schumpeter, Shackle), e a impossessarsi della nozione di “sovraccumulazione” (Arrighi, Harvey), che soltanto sullo sfondo del nesso denaro-credito (per questo aspetto oltre gli autori citati) diventa convincente. Il beneficio sarà costituito dalla possibilità di penetrare in qualche ‘segreto’ del capitalismo, e anche dall’acquisizione di qualche strumento utile a orientarsi meglio nella cronaca dei fatti economici, comprese le vicende legate alla fase di espansione finanziaria più recente, culminata nella crisi del 2008, e le pesanti incertezze che questa ci ha lasciato in eredità.
  • Dal lato dell’espansione materiale, si tratta di prendere alla lettera l’idea che il capitalismo vive di innovazioni, e più precisamente di innovazioni ‘radicali’, di mutamenti paradigmatici, che di volta in volta fanno emergere, in forma di merci, interi ‘complessi trainanti’ di beni e di servizi. In senso appena più largo, si può dire che il capitalismo vive della scoperta di terre vergini, di aree (della vita e del globo) ancora ‘sprovviste’ della forma merce; e che tanto accade perché soltanto terre vergini consentono la realizzazione di guadagni ‘eccezionali’, come sono quelli che in effetti tengono accesa la fiamma del processo di accumulazione. Forse ha ragione Keynes: in prospettiva ha senso ragionare della possibilità che i capitalisti continuino a giocare anche se le poste diventano più basse. Ma questo fa già parte del discorso che riguarda la differenza tra le loro ragioni e quelle della società. Il “capitalismo storico” (Wallerstein) è stato ed è tutt’altro: una storia di “profitti straordinari” (Smith) e “premi spettacolosi” (Schumpeter); e inevitabilmente, però, di “crisi di nervi” (Landes), desinate a insorgere quando i mercati inizialmente nuovi diventano maturi, le terre già vergini finiscono per essere affollate, e le opportunità di valorizzazione del valore, per conseguenza, si assottigliano.
  • Ma dunque – ‘che cos’è’ il capitalismo? A partire dai punti che precedono, è possibile fornire una risposta apprezzabilmente semplice. In sostanza, si tratta del peso che le ragioni del capitale assumono nel quadro dell’agire economico. Indubbiamente, la valorizzazione del valore non si configura mai come un fine fattualmente “Altre considerazioni impongono sempre la propria presenza nel processo di produzione. Tuttavia la questione è relativa a quali considerazioni tendono a prevalere in caso di conflitto. Ogniqualvolta, nel corso del tempo, è stata l’accumulazio-ne di capitale ad avere sistematicamente la precedenza sugli obiettivi alternativi, siamo autorizzati a dire che stiamo osservando un sistema capitalistico in azione” (Wallerstein).
  • In questa definizione, vale la pena di rilevare la presenza di un tratto che può dirsi di duttilità. Per un verso, il suo tenore evita il rischio di esagerare la ‘compattezza’ del sistema. Anzi, a ben vedere, consente di concepire qualcosa come diversi ‘gradi’ di capitalismo, secondo la seguente riformulazione: quanto più l’accumulazione del capitale è in grado di precedere ogni altra istanza, quanto più la sua presa sulla vita economica è salda e ‘sistematica’, tanto più siamo autorizzati a parlare di capitalismo. Per altro verso, consente di inquadrare bene, con la dovuta precisione, quanto di ‘aggressivo’ è presente nel fine custodito dai capitalisti, in ragione della sua intrinseca mancanza di misura, e per conseguenza nelle pretese di validità espresse dalla forma merce. Dove ancora è il caso di osservare che il tema della precedenza, e dunque dell’imperialismo della forma merce, non è pertinente soltanto alla fasi in cui il fine si corona di successi, dando vita a intere stagioni di espansione dei mercati, ma anche a quelle in cui entra in sofferenza, quando i mercati si espandono meno del dovuto, e delle proprie “crisi di nervi”, però, i capitalisti rendono partecipe l’intera società.
  • Da alcuni degli autori citati, particolarmente Braudel e Arrighi, si ricava anche l’idea che la definizione di capitalismo deve includere i suoi rapporti con il “contenitore di potere” formato dallo Stato. Di preciso, secondo la tesi, il capitalismo si costituisce come tale soltanto quando giunge a ‘farsi Stato’, cioè quando il potere pubblico risulta controllato da un personale politico organico agli obiettivi di valorizzazione del valore che costituiscono il proprium del sistema. Così, il tema è sempre quello della “precedenza” di questi ultimi, della quale, adesso, è messa in evidenza l’intima connessione con il darsi di strategie portate avanti con mezzi autoritativi. In realtà, anche in questo caso, il risultato è un quadro interpretativo che lascia ampio spazio alla ricostruzione di diversi modi e diversi gradi (di omogeneità, alleanza, compromesso); e del quale, inoltre, merita di essere notata l’immediata pertinenza al processo di assoggettamento della democrazia che oggi, per tanti versi, riassume lo stato dei rapporti tra capitalismo e politica.
  • Nel complesso, il percorso appena abbozzato mette capo a una visione che forma un contrasto a tinte forti con il modello dell’equilibrio economico generale contenuto nei libri di testo. In chiave didattica, però, questo è meno importante del fatto che l’operazione di metterla fuoco comporta lo sforzo di rinunciare a un certo numero di idee radicate nel senso comune, probabilmente taken for granted. Così è, per esempio, nel caso dell’idea che il mestiere delle banche sia quello di trasferire denaro dai risparmiatori agli investitori, mentre da sempre, come accennato, consiste piuttosto nel crearlo. Ma un certo spostamento dal senso comune, per fare un altro esempio, è richiesto anche dall’inquadramento della circostanza che la fisiologia del capitalismo, per come lo conosciamo, prevede il conseguimento di profitti eccezionali – che in effetti suona quasi come una contraddizione in termini. Passaggi del genere meritano la possibilità di essere compiuti con un certo agio, che il seminario si propone di offrire ai partecipanti. Inoltre, in un ordine di considerazioni diverso ma contiguo, il programma di ricerca prevede una riflessione critica (di lontano sapore marxiano) circa lo statuto dei cosiddetti ‘aspetti tecnici’, intesa a mostrare che non di rado, in realtà, essi nascondono motivi di largo interesse ‘culturale’.

 

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