L’alta febbre del fare

Pubblichiamo i testi di Pietro Ingrao che verranno letti durante l’iniziativa “L’alta febbre del fare” per il 97° compleanno di Pietro Ingrao Selezione a cura di Marialuisa Boccia ed Alberto Olivetti

L’alta febbre del fare

ingrao5Chiamata

C’è un rombo

Un sordo rullo di tamburo

Che avanza all’alba dal fondo

Delle metropoli;

senza trombe né squilli

dilaga il lungo

scalpiccio;lente, pesanti,

al suo scuro clamore

inalto si schiudono

le paleprebe grevi delle serrande:

fugge il notturno sospirando,

s’alza l’alta febbre

del fare.

Da Discorso alle Acciaierie di Terni

10 febbraio 1978( 30 anni della Costituzione)

(dattiloscritto)

Credo che sia la prima volta nella storia d’Italia che un presidente della Camera dei deputati, su invito del Consiglio di fabbrica, viene a parlare della Coatituzione della Repubblica dentro il grande capannone di un complesso siderurgico. (…)

Credo ci sia una ragione di questa innovazione. Io parlo a gente non lontana dalla Carta costituzionale, non estranea, parlo a gente che sta alla radice delle norme solenni scritte in quella Carta; parlo a “fondatori”, a “costituenti” (…)

In questo legame profondo tra le parole, le norme della Costituzione e le masse operaie del nostro paese, riconosciuto da ogni storico serio, si esprime un fatto ancora più profondo, un travaglio, un csmmino che ha visto via via il mondo operaio, più in generale il mondo del lavoro prendere nelle proprie mani, sempre con maggiore consapevolezza e portare avanti la rivendicazione, la bandiera della libertà, dei diritti civili, dello sviluppo del regime democratico(…)

La Costituzione ha parlato di una libertà che doveva essere costruita, ha detto che per votare e pensare bisognava che l’operaio potesse partecipare al sapere, alla cultura, all’istruzione e che la scuola fosse aperta a lui. (…)

Domandava perciò grandi riforme strutturali, non si fermava solo a vedere come doveva essere organizzato lo Stato e il Parlamento e le leggi elettorali, ma voleva che lo Stato mettesse l’occhio nel modo in cui   era organizzata la produzione e domandava perciò –ecco la grande novità – una programmazione, una capacità dello Stato repubblicano di saper realizzare l’uso sociale della proprietà, ma contemporaneamente domandava che questo diritto di proprietà non venisse usato contro l’interesse generale. (…)

Erano solo promesse, parole al vento? No, è stato importante che quelle parole fossero state scritte, ricordatevi che furono importanti anche quando non furono realizzate, anche quando venivano calpestate (…) consentì a voi di dire a chi faceva il sopruso: la Costituzione sta dalla mia parte (…) non dimentichiamo che abbiamo potuto dare vita a quella carta importante rappresentata dallo Statuto dei lavoratori, che ha accompagnato tante lotte vostre ed ha dato il quadro in cui lo stesso consiglio di fabbrica poteva realizzarsi, perché abbiamo potuto dire che era concorde alla legge fondamentale dello Stato. (…)

Questa maturità della classe operaia la intendano coloro che hanno le levi fondamentali del grande padronato e ciò non deve consentire a nessuno libertà di licenziare come e quando vuole (…) Mai di fronte a questa storia e a questo passato, di fronte a questa classe operaia può essere consentito che vengano compiuti atti arroganti e unilaterali. Non c’è uno solo in questo paese che possa pensare di decidere da solo, dall’alto, queste questioni e comandare dicendo:io faccio così. Questo potrebbe produrre solo lacerazioni difficili e allora pagherebbe tutta l’economia.

Noi ci auguriamo che forze responsabili comprendano come non sia possibile discutere ciò che deve essere discusso, risanare ciò che deve essere risanato –e noi vogliamo che sia risanato- senza tenere conto della volontà, dei diritti, del dialogo necessario, del metodo che domanda la classe operaia. (…)

Ho tenuto questa assemblea in un capannone e se la paragono non solo fisicamente, all’assemblea cui partecipo a Montecitorio, seduto sul mio seggio,come sono diverse, l’aria, i volti, le esperienze! Forse abbiamo bisogno tutti di intrecciare queste assemblee, ne abbiamo bisogno noi che stiamo là per ascoltarvi, per capire cosa volete voi che siete presidio della democrazia, per non restare lontani, isolati. (…)

Io domando che noi dialoghiamo, convitnto che non che mi verrete a portare soltanto la vostra protesta. Penso ad un dialogo in cui si possa discutere insieme problemi gravi, difficili e complicati. Voi mi raccontate delle vostre difficoltà e dei vostri problemi ed anch’io vorrei raccontarvi delle mie difficoltà, dei miei problemi a far funzionare in modo moderno e nuovo questo Parlamento e questo Stato.

Le persone e gli esuberi

L’Unità 16 novembre 1990

Gli esuberi (questa è la parola usata) alla Olivetti sono quattromila. Gli esuberi<: cioè quelli o quelle che all’Olivetti dovranno lasciare il lavoro. Gli esuberi: cioè le quantità esuberanti. Quelli che devono lasciare il lavoro sono quantità esuberante. A conoscerli direttamente quelli che devono lasciare il lavoro sono – a seconda dei casi – biondi o bruni, irosi o calmi, alti, bassi. Si chiamano Giulio, Antonio, Luisa, Marco, Giovanna. Un giorno, un mattino, improvvisamente essi diventano “esuberi”.

Questi Giulio, Luisa, Marco sono non soltanto alti o biondi o bruni; sono anche una determinata capacità lavorativa e- all’Olivetti –un sapere molto qualificato:un sapere umano, fatto di mente, occhio, mano, tecnica, memoria, emozione, volontà. Un mattino si svegliano e si trovano quantità. L’ingegnere dice non dipende da me: Essi sono un “esubero”. La sorte che tocca a Giulio, Antonio, Luisa sta fuori di loro stessi: li trascende.

Altri dicono invece: c’è stata nell’azienda uno sbaglio di strategia. Se è così, uno sbaglio di strategia dell’azienda porta esseri umani ad alta qualifica lavorativa a diventare degli esuberi.

Altri invece dice che la causa è il “mercato”. Se è così, la fonte che rende esuberi è ancora più lontana, spostata fuori, indifferente alla sorte di Giulio, Luisa, Antonio. E Giulio, Luisa, Antonio non hanno nemmeno la possibilità di prendersela con qualcuno, perché gli rispondono: è la congiuntura, o la fase di recessione.

Si potrebbe dire che Giulio, Luisa, Antonio, di fronte alla congiuntura e all’azienda dell’Ingegnere diventano “cosa”. Qualcuno, esterno a loro, li riduce a “cosa”. (…)

Non è così semplice apprendere da un giorno all’altro che uno è cosa, quantità, numero. Al mattino gli uomini quando si fanno la barba si guardano allo specchio. Cercano di scrutare il proprio viso. E’ una storia curiosa questa di farsi la barba:uno guarda la sua faccia. Io mi faccio male la barba:quasi tutte le volte. Mi restano sempre dei peli non rasati, perché mi distraggo a guardare nello specchio me stesso, domandandomi: che razza di tipo sono?

Temo che alcuni di quei prepensionati –almeno per un po’ di tempo- si faranno male la barba. Essi che si sono sentiti esuberi, si guarderanno negli occhi. E quindi alcuni peli, distrattamente, non verranno rasati. Quello che provano le donne, diventando esuberi, e non facendosi la barba, lo possono raccontare solo loro. Ma alcuni pensieri – proprio di loro: donne che tornano a casa – qualcuno può anche immaginarli.

Io potrei invece raccontare delle testimonianze di “cassintegrati” Fiat degli anno Ottanta, che ho letto ed ho presentato in un libro. Il fatto che più colpiva, leggendo quelle testimonianze, era il tentativo angoscioso di restare aggrappati alla fabbrica. Eppure la Fiat non era dolce. Era per bisogno di lavoro? Sì. Ma mi sembra non solo per bisogno di pane: anche – e parecchio- per sentirsi parte di un fare e un sapere collettivo. Anche dopo, essendo in Cig (cassa integrazione guadagni), volevano restare insieme. Sembravano avere una paura folle di disperdersi: più esattamente di frantumarsi.

Esuberi. Cig. Che strano vocabolario. Non già Giulio, Antonio, Luisa, Laura: esuberi, Cig. (…) Non posso lamentarmi: Io posso firmare questo articolo con il mio nome.

Da La civiltà dell’indifferenza

In <<Legenda>> n.b., 1991,Il nuovo egoismo

Chi si vergogna nel nostro tempo di vincere sull’altro? Nessuno. Basta si vinca. La motivazione è la vittoria stessa.

Prima la vittoria e la sua celebrazione richiedevano una “missione”: Oggi la missione decisiva è la vittoria.

Tre quarti ma forse più) delle immagini che sfilano sui milioni di video che illuminano le nostre case, celebrano l’esclusione dell’ “altro”, la sua sconfitta, il suo abbattimento, e quindi la sua “debolezza”, la sua coerente messa in ginocchio:dimostrata dal fatto che essa avviene.

Mai come in questo tempo, gli “sconfitti”   non hanno buona stampa. E poiché mai come in questo tempo tutto, o tanto, è “desacralizzato”, gli sconfitti non possono alludere nemmeno ad un domani, “giustificarsi” per un domani, o per un altro principio. Che cosa c’è di più “egoistico” che negare non solo il presente, ma anche l’avvenire a un altro possibile punto di vista? (…)

E tuttavia c’è stata, nel corso di questo secolo, una grande controtendenza. Si è prodotta essenzialmente nel cuore dell’Europa. E’ sgorgata dal movimento operaio ma ha coinvolto soggettività e strati sociali assai più larghi. Il luogo simbolico è stata la fabbrica. Là veniva constata e sperimentata una “condizione insieme” che al culmine di un   ciclo – il ciclo dell’industrialismo fordista- ha trovato il suo emblema (senza dubbio semplificante e semplificato)   nell’operaio-massa. Da questa controtendenza è scaturito un nuovo vocabolario (“compagno”, “classe”, “solidarietà”) che affermava una comunanza addirittura “oggettiva” supponeva il superamento dell’egoismo. Si vinceva o si moriva insieme: questa è stata la legenda. Lascio da parte le epifanie annunciate, i finalismi, la Storia con la “S” maiuscola. Sottolineo che si è prodotto nel Novecento un “agire collettivo” più compatto anche dei moti nazionali del secolo precedente, e più universalistico (…) E le forme stesse delle relazioni prendevano altri nomi: lo Stato sociale, o ( in Italia) la Repubblica “fondata sul lavoro” (…)

Naturalmente per questo trionfo dell’egoismo moderno bisognava disgregare le forme di vincolo sociale sperimentate nel secolo. La sconfitta pronosticata e disastrosa dello statalismo collettivista non bastava. Bisognava disaggregare l’individuo stesso: non solo offuscarne l’identità sociale, ma scomporlo nei suoi bisogni e desideri:disarticolarlo in “funzioni”, dilatarlo fino a stemperarlo nell’infinita moltiplicazione dei consumi e dei premi: perché non gli capitasse di scoprire la sua povera solitudine (il trionfo “sull’altro” lascia   soli …) (…)

Cè infine un egoismo che rinverdisce. E’ “premoderno”: ma oggi raggiunge una nuova dimensione. Lo chiamerei l’egoismo di civiltà che è cosa diversa da razzismo, ma di solito resta più sottile, se vogliamo dire : più puro.

Dispiace di ripetermi. Ma è l’”egoismo” degli invasori occidentali che hanno invaso, depredato, saccheggiato terre e popoli dell’Asia, del’Africa, delle tre Americhe (hanno persino messo in catene, ridotti a schiavitù esseri umani) e poi li hanno dissanguati attraverso il debito, o li usano come prezioso mercato di mano d’opera a basso costo salariale e sociale. E oggi gli invasori alzano torri, scolte, recinti perché gli invasi tentano di approdare alle loro terre. (…)

C’è un’obiezione forte al ragionamento svolto finora. Sta nel fatto che in questi ultimi anni viene mutando qualcosa nella lingua e quindi nel modo di intendere le relazioni tra popoli ed esseri umani: E’ di questi tempi un vocabolo prima inesistente o impraticato: interdipendenza. Si vengono scoprendo le connessioni per cui la rovina dell’”altro” può essere la rovina di se stessi. Ciò cambia la nozione di guerra. E obbliga o spinge a un limite nel conflitto. (…)

Dunque interdipendenza. Ma ci sono molti modi di essere e di vivere l’interdipendenza. C’è squilibrio pur nell’interdipendenza. E allora con quale gerarchia di soggetti e di poteri? E c’è pari dignità? Gestita come? Gestita da chi? (…) interdipendenza non è ancora e può non essere fine della dipendenza. Anche il servo condiziona il padrone: Lo abbiamo letto nei grandi testi dell’idealismo dell’Ottocento. Ma resta servo.

E’ vero. Oggi parliamo di un altro condizionamento reciproco che chiama a fare i conti con l’altro, a riconoscerne l’autonomia. Ma la conseguenza è ancora da trarre. Non basta dire che la guerra non è più lo strumento; e nemmeno questo è detto. Anzi: Bisogna riconoscere che c’è un valore negli “sconfitti” e che la “debolezza” ha qualcosa di essenziale da dire.

Queste sommarie note riguardano l’egoismo fra gli umani. C’è poi l’egoismo degli uomini verso il resto del mondo vivente. E qui il lessico di cui mi servo è ingannevole e fallisce. Il resto del mondo vivente è ancora alludere a un fatto residuale. E’ ancora l’illusione dell’uomo signore. Il resto vuol dire che c’è un centro e un’appendice: quasi un mero spazio per il dominio.

Questo è il vocabolario che ho imparato, e comincio appena a comprendere quanto sia sciocco e protervo.

Eppure già due secoli fa Leopardi aveva parlato dell’ “antica natura onnipossente che mi fece all’affanno”. Il Leopardi nichilista e materialista: quanto egli era più prossimo alla sostanza, che non la nostra etica del successo, senza mai una ruga, lucidata sempre all’ambra solare…

Invia commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Share This