L’altra faccia del referendum

Facebook Twitter Google+ Stampa I motivi dell’inatteso successo del referendum del 12 e 13 giugno sono molto vari. Il primo riguarda la forte mobilitazione nel Nord Italia dove i grandi numeri nella partecipazione spingono a sostenere che una parte importante dell’elettorato del Pdl, e ancor più della Lega, sia andata a votare “in controtendenza” rispetto […]

L’altra faccia del referendum

I motivi dell’inatteso successo del referendum del 12 e 13 giugno sono molto vari. Il primo riguarda la forte mobilitazione nel Nord Italia dove i grandi numeri nella partecipazione spingono a sostenere che una parte importante dell’elettorato del Pdl, e ancor più della Lega, sia andata a votare “in controtendenza” rispetto ai partiti di riferimento. In Piemonte la partecipazione supera il 59%, in Lombardia è oltre il 54% e in Veneto, sorprendentemente, arriva a quasi il 59%, oltre la media nazionale. Questi dati, dopo il voto alle amministrative, confermano il logoramento della presa del centrodestra, e della Lega in particolare, sul proprio territorio e una maggiore apertura dell’elettorato verso il centrosinistra.

Altre spiegazioni, tuttavia, si sono imposte con più prepotenza, soprattutto nell’analisi di alcuni leader del centrosinistra. Si tratta di motivazioni che appaiono condizionate da un “obamismo” deformato e riduttivo che spiegano il successo con l’attivismo sulla rete (con le nuove capacità del Web 2.0) e con l’elogio della democrazia diretta (immediatamente tradotto nell’apologia delle primarie).

Vediamole nello specifico. E’ vero che durante il referendum c’è stato un grande attivismo nella rete, ed è anche un fatto naturale essendo la rete in espansione; tuttavia, internet resta una mezzo utilizzato ancora da pochi cittadini e, declinato politicamente, ancora da più pochi, per giunta già attivi che, facebook o non facebook, sarebbero andati a votare.

L’altra spiegazione viene rintracciata nell’esaltazione della democrazia diretta che oppone alla democrazia dei partiti, descritta in termini deteriori, quella dei cittadini che vogliono decidere in prima persona, direttamente coi referendum. Riemerge qui con forza la mitologia antipartitica e antipolitica che ha accompagnato per intero il ventennio berlusconiano. Se, però, si osservano attentamente altri dati, si nota che i maggiori tassi di partecipazione arrivano da quelle regioni dove c’è un maggior radicamento dei partiti e soprattutto del PD (cfr. tabella riportata in appendice): Emilia Romagna 64%, Toscana oltre il 63%, Marche 61,56%, Umbria 59,37%. C’è un filo, tutt’altro che invisibile, che lega la forza del partito alla vittoria dei referendum. Sono questi dati che riequilibrano un Sud un po’ più astensionista e fanno salire il tasso di partecipazione.

La retorica della società civile onesta, alternativa ai partiti corrotti, neanche un mese fa aveva accompagnato la vittoria di De Magistris a Napoli. Sarà anche vero che c’è stata una rinascita di civismo, ma bisogna riconoscere che questa società civile ha vita breve visto che, dopo due settimane del voto amministrativo, nella città partenopea, nessun referendum ha raggiunto il quorum necessario (tutti e quattro i quesiti restano inchiodati ad un beffardo 49%). Se fosse stato per Napoli avrebbe vinto Berlusconi. Misteri di Pulcinella.

L’affiancare referendum e primarie, come scelta strategica per vincere, mette in luce il lato oscuro di questo istituto: quello di natura populista che, nella critica alla rappresentanza e alla mediazione partitica, parte con l’idea di allargare la democrazia ai cittadini per poi riconsegnare il potere nelle mani del capo (magari democraticamente plebiscitato). Non dimentichiamo che De Gaulle presidenzializzò la Francia proprio a suon di referendum e che alle origini del successo di Berlusconi c’è un altro referendum: quello che abolì il proporzionale introducendo la democrazia plebiscitaria, a connotazione carismatica e patrimoniale. Insomma, come ha sottolineato Gaetano Azzariti (Il Manifesto del 17/06/2011), il referendum può avere anche un esito regressivo.

Si possono fare diverse letture sul voto referendario, ma cedere a quelle più populistiche, oltre ad essere un errore fatale, produrrebbe anche un pericoloso paradosso: allungare la vita al berlusconismo proprio nel momento in cui si consuma la sua agonia.

Dati Partito Democratico Referendum 2011
Europee 2009 Regionali precedenti Affluenza primo quesito
Emilia Romagna 38,79 Toscana 42,2 Emilia Romagna 64,15
Toscana 38,69 Emilia Romagna 40,65 Toscana 63,61
Sardegna 35,54 Umbria 36,17 Marche 61,56
Umbria 33,91 Marche 31,12 Liguria 59,43
Marche 29,94 Friuli Venezia Giulia 29,9 Umbria 59,37
Liguria 29,8 Basilicata 27,14 Piemonte 59,04
Basilicata 29,29 Lazio 26,3 Veneto 58,92
Lazio 28,11 Liguria 26,28 Lazio 58,9
Friuli Venezia Giulia 25,56 Sardegna 24,73 Molise 58,69
Calabria 25,44 Piemonte 23,21 Sardegna 58,64
Piemonte 24,67 Lombardia 22,9 Friuli Venezia Giulia 58,26
Campania 23,3 Campania 21,43 Abruzzo 57,5
Abruzzo 22,25 Puglia 20,75 Lombardia 54,41
Sicilia 21,84 Veneto 20,34 Basilicata 54,33
Puglia 21,63 Abruzzo 19,61 Sicilia 52,67
Lombardia 21,34 Sicilia 18,8 Puglia 52,55
Veneto 20,27 Calabria 15,75 Campania 52,29
Molise 12,31 Molise n. p. Calabria 50,38
Fonte Ministero dell’Interno, Archivio Storico delle Elezioni, elaborazione nostra

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