Lettera su “Una tenda, un velo”

Una riflessione di Romano Romani sul brano di Pietro Ingrao “Una tenda, un velo”, apparso nel maggio del 1994 nel nono fascicolo monografico su L’Aldilà della rivista annuale «Legenda», edita a Milano da Trachinda Editori

Lettera su “Una tenda, un velo”

Jan Vermeer, “Donna che legge una lettera davanti alla finestra” (c. 1657) – particolare

Cara Maria Luisa, caro Alberto,

molto bella la meditazione di Pietro sulla morte che avete scelto per questo anniversario della sua scomparsa.

Non posso evitare di pensare, leggendola, ai rimandi non soltanto letterari, ma soprattutto a quello filosofico di fondo, il Poema di Parmenide.

Parmenide, nel momento in cui ha teorizzato il mondo della doxa, ha cercato di andare oltre il suo velo con la teoria dell’essere che non nasce e non muore.

Questa immagine orientale del velo, oltre a porre il problema del rapporto tra la filosofia occidentale presocratica e i Veda, il pensiero orientale ad essa precedente e contemporaneo, oltre a rinviare allo Schopenhauer con il suo Mondo come volontà e rappresentazione, mi fa pensare all’espressione “prendere il velo” per dire “entrare in un convento di clausura”. Espressione che riguarda soltanto le donne, nella tradizione cristiana.

Prendere il velo significava per una fanciulla ritirarsi dal mondo che è velo, cercare di andare oltre esso, o, meglio, riconoscerlo come quella prigione di cui anche Pietro parla.

La prigione del convento diventava la percezione forte, tragica, dell’apparire del mondo come velo che nasconde qualcosa di autentico e irraggiungibile.

Questo qualcosa è per Pietro una società più giusta in un futuro da vivere ancora nel mondo dell’apparenza? Oppure è quello che nella sua lunga vita ha sempre cercato e non ha mai raggiunto o perché era impossibile da raggiungere nelle condizioni date, o perché era troppo difficile da capire? E tuttavia quella vita non è stato forse un continuo tentativo di tornare sulle proprie decisioni e sui propri pensieri per fare un passo avanti, per andare oltre un limite? E che senso ha constatare che questo limite, alla fine del nostro, individuale tempo, è la morte?

Per una esistenza così tesa, come è stata quella di Pietro, forse conoscere la morte significava conoscere quello che si era sempre cercato di superare, quello che si è pensato sempre fosse soltanto il portato di un errore della percezione umana, dell’umana capacità – e incapacità – di pensare il reale.

Bella anche la foto, che accompagna il testo di Pietro, scattata da Alberto dalla finestra di Lenola che dà sul monte Appio. Una foto che ricorda i quadri di Alberto che ritraggono Pietro.

Corporeità e luce sono la cifra del nostro mondo, e la bellezza che lo rende mondo non è forse il punto più alto di una illusione, ma il vero oltre che può renderci felici nell’accettarne la fragilità.

Romano Romani

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