Iniziative

Un libro di passioni scritto con la penna intinta nella bile

di Adriano Labbucci

“Lo stradone” è un libro politico, non solo o tanto perché la politica è fortemente presente nella storia, ma per due motivi più profondi: il primo è che esprime un punto di vista sulla realtà, dice da che parte sta; il secondo è nel senso che Hannah Arendt attribuisce alla parola politica: la relazione tra l’essere umano e il mondo.
Succede sempre più spesso nella letteratura recente che i romanzi siano soliloqui, fughe da fermo, dove tutto si consuma nell’intimo del protagonista. Qui è il contrario: un corpo a corpo sofferto con il mondo che ci circonda, un attrito costante con la realtà e con ciò che siamo diventati. È questo ai miei occhi ciò che lo rende un libro importante, oltre la qualità notevole della scrittura. Un romanzo che ha dentro la forma del saggio.  È da diverso tempo che le cose più interessanti nascono dall’intreccio di questi due generi. Il capostipite fu forse Truman Capote, e se pensiamo all’oggi il nome più rappresentativo è quello di Emanuel Carrere. Un ibrido, come se soltanto facendo saltare i confini, oltrepassando le linee si possa afferrare e rendere meglio la realtà.
Libro di diverse passioni. La prima è la città. Anzi è la vera protagonista insieme all’io narrante senza nome. Lo è sin dall’inizio e poi per ondate successive fino all’epilogo finale. Ma qui la città non è lo sfondo statico in cui si susseguono gli eventi, è invece corpo vivo che si trasforma continuamente, interagisce, muta, evolve, si sviluppa, degrada. Potremmo dire che è il soggetto più attivo del libro, su questo la formazione culturale e professionale dell’autore fa la differenza. E che città è, posto che è Roma? Il giudizio è drastico: se, come scrive l’autore, la città è un prodotto collettivo a città demmerda corrisponde gente demmerda che ci abita e la costruisce. L’Urbe come paradiso del costruttore, dove l’attività umana legale più prossima all’illegalità, più tentata da corruzioni e imbrogli è proprio quella edilizia. D’altronde gli esempi a suffragio sono infiniti e sembrano senza fine. Per poi ricordarci una verità rimossa e considerata incomprensibile: “Dovremmo partire da qui, cioè da questo nostro modo di costruire le città, per capire un po’ meglio la storia recente della penisola e forse di questo Occidente”. Rimozione questa sì incomprensibile se si considera il fatto, avvenuto in questi anni e assolutamente inedito, che per la prima volta nella storia dell’umanità la maggioranza della popolazione vive nelle aree urbane, non più nelle campagne. Eppure il tema della città, dello sviluppo urbano è quasi del tutto assente nel dibattito pubblico, nell’attenzione della politica. È successo e continua a succedere quello che viene descritto nel libro: “Mentre noi poveri imbecilli teorizzavamo e pianificavamo una città che ci pareva migliore, la città vera e reale cresceva più o meno abusivamente a macchia d’olio, come si diceva un tempo, del tutto indifferente al nostro lavoro, anzi del tutto ignara della nostra esistenza di pianificatori, anzi completamente all’oscuro dei pezzi di carta contenenti le norme di edificazione, anzi profondamente estranea al concetto stesso di norma, di regola, di bene comune…Per il resto tutti facevano come se non esistesse alcuna cultura del costruire contemporaneo e se gli proponevi qualcosa di diverso dalla prassi palazzinesca consolidata dicevano: “Ah sarebbe bello, architè, ma costa troppo non se po’ fa’, ce serve solo una lottizzazione, una cosa più semplice, sa, normale…”.
Questa attenzione alla città è figlia di un’altra passione: quella per l’estetica. C’è un occhio sensibile, una percezione visiva acuta, solo che si rivolge al suo opposto, non al bello ma al brutto che avanza. E che avanza non solo sul corpo della città fisica, ma in maniera sempre più invadente e massiccia sui corpi fisici: i tatuaggi, le felpe, le tute, i giubbotti multitasche. Anche sui libri. “Etica ed estetica sono collegate dicono spesso i libri, anche se non ho mai capito come.” Lo confesso: anch’io. Viene alla mente quella che più che un’affermazione si potrebbe dire un auspicio, un invocazione di Ernst Junger: “Etica ed estetica si incontrano e si toccano almeno in un punto: ciò che è veramente bello non può non essere etico e ciò che è realmente etico non può che essere bello”. Ma sembra appunto una promessa. La verità è che sul rapporto tra bellezza e città c’è sempre più una divaricazione che produce un paradosso, basta guardarsi intorno. Città dove aumenta la bruttezza e case dove aumenta il lusso. Abbiamo sostituito alla bellezza delle città il lusso delle case. E chi il lusso non se lo può permettere lo sostituisce con il superfluo. Walter Siti in un’intervista dall’eloquente e insuperabile titolo “Non riesco ad immaginare un borgataro riformista” racconta della fascinazione delle borgate per l’oggetto tecnologico ultimo modello per concludere “al necessario puoi rinunciare al superfluo no”. Tra lusso e superfluo la città sprofonda.
Passione per la politica. Meglio, per quella parte politica che si è identificata con il mondo del lavoro, con l’ideale comunista, con il Partito scritto con la P maiuscola. Non so se l’autore sia stato iscritto a quel Partito. So però che traspare un’immedesimazione, un senso di appartenenza fortissimo. C’è una capacità di analisi e riflessione, figlia di buone letture, di ciò che è stato quel mondo nei suoi presupposti e nelle sue finalità, nei suoi dilemmi e nelle sue tragedie, che è raro trovare in un testo letterario. E lo fa senza sconti o alibi, riuscendo a stare sempre in bilico senza mai cadere tra partecipazione e senso critico. Come quando riprende una frase bellissima e struggente pronunciata da Marcella, negli incontri che i vari ricercatori svolgevano per raccogliere le testimonianze delle persone su quello specialissimo quartiere che era Valle Aurelia, luogo di fornaci e fornaciai, che dice: “Non sapevo che mio padre era così triste perché era soffocato da un ideale”. E da lì parte per raccontare la sua versione del padre, emblema e simbolo di un intero mondo. “Il Faciolo (nella Sacca lo chiamavano così) comprendeva perfettamente la morsa in cui si era dibattuto per tutta la sua esistenza, tra le condizioni sue e della sua famiglia, la mancanza di ogni prospettiva di miglioramento, la coscienza della propria segregazione sociale e il lavoro politico per l’affermazione di un cambiamento collettivo, che probabilmente Faciolo percepiva lontano, irrealizzabile e forse anche sbagliato. Cioè giusto, ma sbagliato… Più genericamente, in politica è sbagliata la sconfitta. Nel caso dell’ideale del Faciolo la sconfitta fu storica, catastrofica, portatrice di tristezza per i molti, sparsi nel mondo intero, che provarono dolore per il fallimento di un’utopia, che era la fine di tutto. Faciolo capiva e presentiva, sapeva che in quell’idea di socio-giustizia totale si annidava qualcosa di mostruoso. Ma sapeva anche che l’unica prospettiva di togliersi dal collo il tallone del padrone e della fornace era per lui solo politica. E lavorava per quello. Ed era triste per quello”. C’è una pagina in questo libro che è un grido di dolore lancinante che accomuna molti di noi qui stasera e che ci portiamo appresso come un cruccio esistenziale, una ferita aperta. “Non saper più raccontare ai perdenti il loro stato di dominati e non saper più indicare loro il nemico politico da combattere e non saper più organizzare i dominati in forza politica e non saper più condurre una lotta efficace contro il disinteresse l’abbandono la povertà lo sfruttamento lo schiavismo la prostituzione, lo sperdimento di milioni di umani. Occuparsi di loro lo sanno oramai fare solo i cattolici, ma si tratta di caritas, che è comunque qualcosa rispetto al nulla”. È il peso che ci portiamo dentro, ma è da lì nonostante tutto e tutti che bisogna ripartire. Ci sono pagine acute e profonde sulla rivoluzione come un’esitazione, una pausa nella storia ma con un destino già segnato, dove si coglie l’eco con le riflessioni e le parole di Walter Benjamin: “Le rivoluzioni non sono come pensava Marx le locomotive della storia, ma il freno d’emergenza dell’essere umano in viaggio”.  La rivoluzione come quell’evento, quella forza che trattiene il dispiegarsi ostile della storia. C’è un rischio in questo andare a fondo con radicalità e lucidità su ciò che c’è e ciò che siamo, l’autore lo sa: essere sopraffatti dalla nostalgia. E allora opera una distinzione sottile, che prova ad arginarlo quel rischio. “Il Novecento era meglio di adesso, voglio dire di questi incomprensibili anni Venti del Ventunesimo Secolo. Questo vale per me, ma in via strettamente riservata. Mai mi farei sorprendere in un atteggiamento nostalgico. Odio ogni nostalgia che non sia intima, clandestina, coltivata ben dentro i meandri del sé, con le lacrime che scorrono all’interno degli occhi, finendo giù in gola senza farsi vedere. La nostalgia collettiva è patetica e inutile come un raduno di alpini della Seconda Mondiale, come una cena di vecchi compagni di scuola”.
Cosa ci resta quando la forma della città è distrutta o forse mai nata? Quando l’estetica è preda del brutto? Quando la politica è perduta, evaporata? Quando il mondo del lavoro è disperso e frantumato? Cosa ci rimane, come scrive l’autore, quando non crediamo più a niente e non ci importa di niente oltre “il gratta e vinci, la fettina, le zucchine lesse, mentre piove a dirotto tutti i pomeriggi?”. Il libro ce lo dice. Ci rimane la memoria. La memoria di chi è stato sconfitto come antidoto essenziale a contrastare l’idea che tutto ciò che è successo è naturale; a ricordare che c’è stato altro, che si è tentato altro; che non esiste solo questo eterno presente che schiaccia. Per non essere sopraffatti dalla nostalgia serve rimettere in circolo la memoria, di quello che c’è stato e di quello che non si è riusciti. Di questi tempi una risorsa preziosa, la memoria. Sembra poco, invece è molto.
E, ritornando all’inizio, serve la bile. Disincanto tanto, punte di sano cinismo, uno sguardo spietato. Ma è la bile che evita qualsiasi assuefazione, qualsiasi resa. Sconfitti sì vinti no. È la bile che nonostante tutto e tutti ci fa mantenere quella distanza critica e che rende il protagonista del libro una persona viva e non un personaggio. Rimane a suggello quella frase di una riga sola che ce lo restituisce nella sua vocazione più profonda e che ce lo fa sentire fratello e compagno: non mi abituo.
Grazie a Francesco Pecoraro per questo libro.

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