Nessuna sinistra? Alla ricerca di una nuova socialdemocrazia

Articolo di Cas Mudde apparso su “Social Europe Journal” del 7 gennaio 2014. Traduzione dall’inglese di Fabio Vander.

Nessuna sinistra? Alla ricerca di una nuova socialdemocrazia

socialdemocraziaLa crisi economica in corso ha visto molti perdenti politici e alcuni incidentali vincitori, con una cosa certa: la sinistra continua ad essere debole.

A dispetto di stucchevoli allarmi per una crescita della “sinistra radicale” speculare all’egemonia della destra neoliberista, in verità i partiti della sinistra radicale hanno approfittato ben poco della distruzione socio-economica determinatasi in larga parte del continente europeo.

La greca Syriza è il solo vero successo, ma che si spiega come reazione all’avanzamento dei neo-nazisti di Alba Dorata. Altri partiti di sinistra come il Partito socialista olandese o il francese Fronte della sinistra possono sembrare “far left” solo a ideologi liberisti come i giornalisti dell’“Economist”. Questo mentre i partiti socialdemocratici non si sono affatto rispostati a sinistra, né hanno maturato particolari successi alle ultime elezioni.

Ma così l’assenza di ogni contro-progetto di sinistra rispetto all’attuale crisi economica e per il futuro dell’Europa ha lasciato i circoli della sinistra (ma si pensi anche ad un pensatoio come “Policy Network”) nell’impellenza di ricrearsi un’anima. Certo però finora analisi e prospettive non paiono per nulla promettenti.

Personalmente sono convinto che i problemi siano molto più gravi di quanto possano credere i commentatori e sono tali da investire le politiche redistributive sia dal lato della domanda sia da quello dell’offerta; cioè riguardano le classiche politiche della socialdemocrazia. 30 anni di egemonia neoliberista hanno creato molte generazioni di Europei quasi ignari della cultura socialdemocratica e con scarsa conoscenza delle politiche redistributive. E questo si riflette nel cambiamento di valori cui si ispirano settori decisivi dell’elettorato, come la classe operaia e il ceto medio impoverito, ma il problema riguarda ormai anche la leadership dei partiti di sinistra.

Poco meno dello stesso

Facciamo un veloce passo indietro alle politiche della sinistra degli ultimi 30 anni. In corrispondenza all’indebolimento della classe operaia bianca, molti partiti socialdemocratici europei hanno cercato di guardare ad un elettorato nuovo, il cosiddetto “nuovo centro /neue Mitte/”, corteggiato a mezzo di una “Terza Via” che privilegiava il pragmatismo rispetto all’ideologia.

Rinunciando di fatto ai valori fondamentali della socialdemocrazia – cioè alla creazione di una società socio-economicamente più egalitaria attraverso l’intervento redistributivo da parte dello Stato- la Terza Via ha costituito una specie di versione secolarizzata della economia di mercato Cristiano democratico-sociale, culminata in una forma di neoliberismo “light”. Così se la destra era sempre più affascinata da deregolamentazioni e privatizzazioni, la (centro-)sinistra lo fu poco di meno. Priva di una alternativa ideale la sinistra si è ritrovata a non avere più né le parole né i valori per sfidare adeguatamente il progetto neoliberista. La risposta fu lasciata alla sinistra radicale ovvero a quei partiti comunisti che erano riusciti a sopravvivere al crollo del Muro di Berlino. Ma in questo modo il liberismo ha potuto regnare incontrastato e la socialdemocrazia divenire una religione senza praticanti.

Socialdemocrazia ed eguaglianza etnica

Ma la socialdemocrazia non ha guardato solo al nuovo centro alla ricerca di nuovi elettori, ma anche oltre i tradizionali elettori “nativi”, puntando al numero crescente di immigranti e ai loro discendenti neo- nativi. Avendo rinunciato ad ogni retorica di classe questi “nuovi cittadini” vengono corteggiati attraverso un pervasivo discorso multiculturale, in cui l’eguaglianza fra le razze rimpiazza la solidarietà di classe.

Questa strategia ha avuto successo nel breve termine, tanto che nella maggior parte dei paesi europei con minoranze etniche significative i partiti socialdemocratici sono riusciti a divenire punto di riferimento per gli elettori delle minoranze. Purtroppo però questo è stato pagato caro: perdendo il voto della classe operaia bianca che è passata o all’astensionismo o direttamente al voto di estrema destra. Ora data la bassa propensione al voto delle minoranze, difficilmente il nuovo elettorato ‘etnico’ riuscirà a compensare i voti persi fra gli elettori ‘nativi’, salvo forse nelle elezioni locali delle grandi città, dove i partiti socialdemocratici sono riusciti a ristabilire una certa presa su quel livello di politica, ma secondo modalità localistiche ed ‘etnicizzate’.

Sinistra radicale?

In alcuni paesi la sinistra cosiddetta radicale ha cercato di riempire il vuoto della socialdemocrazia, sebbene spesso senza troppa convinzione. Buoni esempi sono la SP olandese e la Linke tedesca, sebbene questo partito abbia soprattutto coltivato la propria identità ‘orientale’ per catturare la “Ostalgie” degli elettori delle province ad est.

Il problema di questa certa ‘socialdemocratizzazione’ della sinistra radicale ha una valenza prevalentemente istituzionale. Molti di questi partiti vengono infatti da una lunga storia di opposizione alla socialdemocrazia e pertanto non possono arrivare ad abbracciarne apertamente la causa, per quanto i loro programmi siano sostanzialmente socialdemocratici. Per altro continuano ad usare uno stile di comunicazione da sinistra radicale e comunque molto di opposizione, che li marginalizza sia rispetto alle masse che alle elites. Tanto più che poi molti di questi partiti sono ancora diretti in modo opaco se non apertamente antidemocratico, il che pregiudica il loro appeal e la loro efficacia in un sistema liberale e democratico, che è piuttosto basato sul compromesso e il pluralismo.

Stato della sinistra

Dunque la sinistra europea è nel complesso molto debole. Con l’eccezione della Grecia, dove la gente è talmente disperata che accetta qualsiasi alternativa ai partiti succubi della Troika e in cui la socialdemocrazia era compromessa con il clientelismo, ovunque i partiti di sinistra radicale rimangono marginali presso l’elettorato. E data la loro inerzia costitutiva non c’è da aspettarsi significativi cambiamenti per il futuro. Allo stesso modo i partiti socialdemocratici sono ancora largamente prigionieri nel bozzolo della Terza Via, contrapponendo solo un keynesismo debole alla logica tuttora dominante dell’austerità.

Nella misura in cui ancora valgono le alternative ‘ideologiche’, c’è chi ritiene che un populismo di sinistra possa valere a contrastare il crescente populismo della destra e a recuperare voti dal tradizionale elettorato socialdemocratico. C’è insomma chi vuole che i partiti socialdemocratici divengano i portavoce degli Indignados e dei 99% contro l’1%. Il che in un certo senso è una conseguenza radicale ma logica della “Terza Via”, nel senso che il “centro” coinciderebbe con il 99%. Ma non può essere il populismo la risposta. Non solo esso riduce la politica a rigorismo morale, che preclude compromessi e pluralismo, ma semplifica le vere opposizioni entro la società, che tagliano verticalmente i 99%, ben la di là dello schema 99% versus 1%.

Rilanciare la socialdemocrazia

Come Henning Meier anch’io credo che si debbano rilanciare i valori della socialdemocrazia e proporre una risposta socialdemocratica alle grandi sfide di oggi e domani: il liberismo globale, le società multi-etniche, l’integrazione europea. Eppure, a differenza di Meyer, io non sono molto ottimista circa le possibilità per gli attuali partiti socialdemocratici di riuscire nel processo di ringiovanimento della socialdemocrazia stessa. Prima di tutto perché trent’anni di Terza Via se non hanno avuto conseguenze elettorali, certo hanno avuto conseguenze nella vita dei partiti interessati. Nel senso che molti degli attuali quadri socialdemocratici hanno conosciuto solo la Terza Via e la seguono convintamente. In secondo luogo i partiti socialdemocratici sono diventati partiti di potere e pensano soprattutto alle poltrone. Un riorientamento verso i valori socialdemocratici avrà tempi lunghi, ma conseguenze a breve (tipo sconfitte elettorali e resistenze politiche). Questo perché ripensare la socialdemocrazia pone problemi non solo a livello di elites, ma anche fra i quadri di partito e soprattutto fra le masse, dove la vera socialdemocrazia non è conosciuta da più di una generazione di elettori e risulta anzi contraria alla loro visione del mondo individualista ed etnicizzata.

Gramsci e la destra conservatrice

Di conseguenza la reinvenzione della socialdemocrazia richiede un approccio gramsciano: la sfida culturale deve precedere la sfida politica. Bisogna ricostruire una moderna coscienza di “classe”, nella quale le differenze culturali abbiano un valore secondario e proporsi insieme di convincere una società sempre più scettica (particolarmente i giovani) dei vantaggi economici e morali di politiche redistributive serie.

Questa sfida culturale richiede una strategia di medio termine per la quale gli attuali partiti politici non sono predisposti. La sfida culturale dovrà dunque venire in primo luogo dalle organizzazioni intellettuali come i “think tanks”, che sappiano poi espandere la loro influenza alle organizzazioni politiche e ai movimenti sociali, che a loro volta hanno un peso sui (vecchi e nuovi) partiti politici.

Uno spunto potrebbe venire dallo studio del successo avuto negli ultimi anni dalla destra conservatrice americana, la cui influenza sul Partito repubblicano è cominciata decenni fa, con gli sforzi coordinati di un gruppo sempre più largo di intellettuali e centri di elaborazione teorica.

(L’autore è professore presso il Dipartimento di Affari Internazionali dell’Università della Georgia)

Invia commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Share This